- STATO DI CONSERVAZIONE
Le fontane versano in cattivo stato conservativo; i degradi presenti risentono principalmente della tipologia di acqua utilizzata per il loro funzionamento che, essendo particolarmente dura, ha generato sulle superfici, sia interne che esterne, uno spesso e compatto strato di deposito calcareo, divenuto in alcuni punti vera e propria concrezione anche di tipo dentrico, riducendo conseguentemente la lettura del modellato architettonico e scultoreo.
Non è stato possibile svuotare e ispezionare i bacini sia a causa dei tempi di progettazione piuttosto contenuti che in relazione ai complessi criteri di sicurezza necessari per potervi provvedere. Pertanto, con riferimento alle superfici interne della vasca inferiore, le osservazioni fanno riferimento a quanto si è potuto scorgere a vista (attraverso l’acqua) durante i sopralluoghi. Per i bacini di granito e per le tazzette sommitali, le annotazioni fanno riferimento a quanto osservato sulle superfici esposte alla vista e, per quanto attiene le superfici interne, a ipotesi supportate da quanto annotato durante i precedenti interventi.

Posizionate in un’area racchiusa da edifici su tutti e quattro i lati, risentono delle variabili stagionali conseguenti al soleggiamento, all’esposizione alle piogge e ai venti, al microclima in generale; in sostanza sono soggette a tutti quei fenomeni che colpiscono i monumenti posti all’aperto. In questo spazio confinato, i prospetti delle due fontane rivolti verso il centro della piazza risultano più esposti, uno a Sud e l’altro a Nord, non essendo protetti da edifici. In particolare, la fontana di Nord Ovest (in breve NO) appare più protetta sulle superfici esposte a Nord, viceversa la fontana SE lo è sulle superfici esposte a Sud.
Il calcolo del soleggiamento è difficile perché variabile, sia stagionalmente che in relazione alle ombre proiettate dai palazzi circostanti, tuttavia, laddove vi è ombra per una quantità di ore maggiore, si presentano patine biologiche più ricche, più vitali e più persistenti, specie quando alimentate da condizioni di maggiore umidità.
Tutte le superfici lapidee, sia travertino che granito e marmo, sono interessate da differenti forme di degrado che dipendono, oltre che dai fattori appena espressi, dal tipo di materiale costitutivo. Tuttavia, il principale fattore determinante è l’acqua, il tipo di contatto con il lapideo che va dal deposito statico nelle vasche, agli effetti degli zampilli, ai fenomeni di ruscellamento, agli zampilli direzionati dal vento, dalle parziali ostruzioni degli ugelli che, così alterati, colpiscono più alcune superfici rispetto ad altre. In queste condizioni, i depositi di carbonato di calcio racchiudono spesso, tra gli strati delle concrezioni oppure dove ci sono parziali distacchi delle stesse concrezioni, anche alghe e patine biologiche (batteri, muschi, licheni).
Non irrilevante è il degrado antropico conseguente alla possibilità che, oltre le ringhiere di ferro, il basamento della fontana sia tutto percorribile; tuttavia i servizi di guardia all’Ambasciata francese costituiscono un presidio contro azioni di vandalismo. Pur posizionate in una piazza pedonalizzata, le fontane sono esposte anche agli effetti derivanti dalle frequentazioni sia dei mezzi per carico e scarico merci (a servizio di attività commerciali e ristorative) che dei mezzi a servizio dell’Ambasciata (taxi, auto a nolo, auto militari, auto diplomatiche).
Di conseguenza, il degrado causato dai fattori ambientali, è accentuato e accelerato dalla presenza di inquinanti che, dispersi in aerosol o veicolati dalle piogge, innescano reazioni di degrado della pietra, variabili a seconda del litotipo, tanto più che nella piazza prospettano edifici piuttosto alti che confinano lo spazio e l’atmosfera racchiusa. In sintesi, le principali cause sono connesse alla natura stessa del monumento e del suo funzionamento (acqua) e alla esposizione esterna (atmosfera e uomo), pertanto, se non rimovibili, possono prevedersi azioni riduttive dei loro effetti.
Si prende atto che la pedonalizzazione della piazza ha avuto effetti positivi avendo ridotto (ma non eliminato) l’esposizione al particolato e ad altri gas di scarico da parte dei veicoli.
In premessa va annotato che gli strati di calcare, i depositi coerenti e incoerenti e le patine biologiche non consentono una analisi completa e approfondita dello stato conservativo perché il lapideo, sotto tale coltre deteriogena, potrebbe celare ulteriori degradi, quali per esempio fessurazioni e microfessurazioni, alveolizzazioni ed esfoliazioni. Sarà utile in fase esecutiva eseguire indagini preliminari più approfondite.
Di seguito sono riportate le tre principali cause del degrado e dei deterioramenti:
- Deposizione continua di calcare dovuta all’acqua
- Azione aggressiva degli agenti meteorici e atmosferici
- Azioni antropiche distruttive da parte dell’uomo
- Degradi e alterazioni dei basamenti di travertino
Come annotato nella documentazione fornita dalla Stazione Appaltante, i basamenti di travertino sono stati interamente rifatti sotto il Governatorato degli anni ’20 e si presentano in linea generale costituiti da materiale piuttosto compatto, poco poroso e poco alveolizzato. I pochi alveoli presenti sono stuccati e questo ha sensibilmente ridotto la penetrazione di acqua e di polveri.
Le superfici sono sporche e con patine scure, dovute sia ad azioni antropiche che a depositi di particellato e particolato. Sono presenti anche macchie di varia natura, tra cui quelle conseguenti alla presenza di guano. Sulle superfici meno esposte al sole e meno esposte al dilavamento le patine nere sono piuttosto dense e spesso anche polvirulenti,
Non giova il fatto che sul basamento vi sia transito pedonale, consentito dalla recinzione aperta in più punti in corrispondenza delle anse curvilinee; tale transito produce deterioramento e abrasioni delle superfici conseguenti allo sfregamento. L’accesso, inoltre, diventa occasione di deposito di residui di vario genere che vanno ad aggiungersi ai fisiologici depositi superficiali sia incoerenti che stratificati.
Nonostante il loro rifacimento, sui basamenti sono presenti alcune integrazioni successive, ottenute per tassellatura. Come è fisiologico che sia, le precedenti integrazioni si evidenziano per una minore porosità di superficie, e quindi un minore deterioramento, oltre che per una lieve differente cromia e tessitura del materiale.
I bordi contigui dei conci di travertino sono spesso deteriorati; in alcuni casi sono stuccati con modalità e materiali impropri, in altri le stuccature sono degradate, annerite o sfaldate.
Si scorgono alcune cavillature e rare alveolizzazioni. Sono rare anche le mancanze e le lacune di materiale.
Data la presenza di acqua nei bacini grandi, è difficile definire nel dettaglio lo stato di conservazione sia delle basi murarie che reggono le vasche antiche di granito che la colonna mediana che contiene il sistema di adduzione di acqua. Tuttavia le superfici interne delle vasche, inclusi i blocchi di appoggio, sono ricoperti da spesse incrostazioni calcaree che, in taluni casi, hanno alterato la forma originaria delle superfici. Le concrezioni includono frequentemente colonizzazioni biologiche.
La stessa cosa si può dire dei quattro colonnotti a cono che, in ognuna delle vasche grandi, dovrebbero consentire i getti d’acqua inferiori. Il fatto stesso che dagli ugelli di entrambe le vasche grandi (otto ugelli complessivi) non fuoriescano più gli zampilli costituisce indizio della ostruzione dei tubi.
L’impermeabilizzazione interna della vasca, vista attraverso la massa di acqua, appare coperta da strati di calcare, in alcuni punti lacunosi, con mancanze di piccola entità. Non si scorgono a vista fuoriuscite di acqua dalle due vasche inferiori, segno che il sistema di protezione adoperato all’interno ha ancora una discreta
tenuta. Alcune “colature” di colore grigio lasciano supporre che possa esserci stata qualche perdita pregressa su cui si è depositato polvere o particellato di varia natura.
In alcuni punti sono visibili stuccature dovute a differenti epoche di intervento che, essendo state eseguite con differenti tecniche e materiali, nel tempo hanno acquisito patinature non uniformi. Alcuni giunti, in particolare
quelli connessi alle integrazioni, si presentano deteriorati, con sconnessioni tra i conci, qualche distacco e depositi biologici e di particolato.
Anche sulle superfici esterne delle vasche grandi si scorgono integrazioni di materiale, eseguite mediante tassellatura. Si differenziano per lievi differenze cromatiche e di tessitura. Non sembra che queste integrazioni abbiano mai causato stress meccanici alla pietra originaria.
Su tutte le superfici in generale, in maniera diffusa, sono presenti patine e depositi dovuti a particellato atmosferico e/o particolato, conseguenti alla combustione dei motori. I depositi sono particolarmente intensi negli interstizi e su modanature non soggette a piogge le quali, sebbene dannose, lavano le superfici rimuovendo alcuni depositi incoerenti.
Attacchi da microflora sono presenti sulle superfici meno esposte. Qua e là si scorgono alcune macchie, solo talune causate da residui di ossidi ferrosi, altre dovute a degrado antropico.
Sui bordi delle due vasche principali, accessibili ai visitatori, vi sono patine nere e abrasioni provocate da sfregamento, da attribuire sia al contatto antropico diretto che al contatto con oggetti o altro.
Si scorgono alcune cavillature e rare alveolizzazioni. Sono rare anche le mancanze e le lacune.
- Degradi e alterazioni dei bacini intermedi di granito (vasca B)
Non è stato possibile prendere visione dell’interno dei bacini romani per la complessità che lo svuotamento dell’intera fontana avrebbe comportato. Pertanto, per queste superfici si fa riferimento a quanto annotato durante i precedenti restauri.
In ogni caso, tutte le superfici a contatto, diretto e indiretto, con l’acqua sono interessate da strati di calcare di notevole spessore; le concrezioni sono frammiste alle colonizzazioni biologiche, intercluse spesso nelle concrezioni.
Su tutte le superfici in generale, in maniera diffusa, sono presenti patine e depositi dovuti a particellato atmosferico e/o particolato, causati dalla combustione dei motori. I depositi sono particolarmente intensi sulle poche modanature non soggette a piogge. Sul bordo, solo in alcuni punti, è presente guano di volatile che, subendo dilavamento localizzato, ha creato striature chiare sulle superfici, confuse ormai con il calcare.
Sulle parti di materiale non esposte al sole o particolarmente soggette all’acqua, sono presenti attacchi da microflora e patine biologiche, alcune anche di discreto spessore.
Il granito della superficie esterna è particolarmente degradato; in alcuni punti della fontana SE il degrado è piuttosto avanzato, con evidenti esfoliazioni ed erosioni non recenti, quindi storicizzate.
Si riscontano perdite di materiale localizzate (anche su ampie superfici) dovute a depositi superficiali (sia calcarei che di altra natura) che, rigonfiandosi, hanno progressivamente causato la caduta di strati corticali del materiale, sia per esfoliazione che per disgregazione. La vasca a NO, invece, presenta minori superfici di calcare stratificato, essendosi già in parte distaccato, probabilmente a causa della presenza di un protettivo che non ha consentito una persistente aderenza.
Quasi tutte le protomi leonine e i maniglioni sono erosi e abrasi, con particolare riguardo a quelle della fontana SE. Erosioni e perdita del modellato si scorgono qua e là anche lungo il labbro superiore. Nella vasca della fontana SE i due zampilli non funzionano più, come conseguenza di incrostazione degli ugelli; nella vasca di NO lo zampillo è minimo.
- Degradi e alterazioni delle tazzette quadrilobate (vasca C), inclusi i balaustri e i gigli
Tutte le superfici delle tazzette a contatto con l’acqua, inclusi i balaustri centrali, sono interessate da strati di calcare di notevole spessore; il calcare è frammisto alle colonizzazioni biologiche, intercluse spesso nelle concrezioni, ma anche localizzate nelle zone più umide e meno esposte ai raggi del sole. Tali depositi sono agevolati dalle superfici modellate che, in questi anni, vedono gradualmente ridotti i contrasti scultorei. Molto stratificati sono i gigli sommitali e le tazzette quadrilobate, con particolare riguardo a quella della fontana NO.
Attacchi da microflora sono presenti sulle superfici, connessi frequentemente alla presenza di batteri, in particolare nelle rientranze dei modellati e sulle superfici meno esposte o più soggette all’acqua.
Su tutte le superfici in generale, in maniera diffusa, si scorgono patine e depositi dovuti a particellato atmosferico e/o particolato, alimentati dalla combustione dei motori. I depositi sono particolarmente intensi
negli interstizi e su modanature non soggette a piogge. In alcuni punti, i giunti presentano qualche sconnessione e qualche degrado.
Sebbene in misura ridotta, gli zampilli dei gigli paiono funzionanti ma non creano effetti estetici perché i getti non svolgono più la funzione originaria ma dilavano lungo il modellato.
Anche sui bordi delle tazzette è presente guano di volatile, in particolare di gabbiani, che, subendo dilavamento localizzato, ha creato anche qui striature chiare sulle superfici. In particolare, gli zampilli funzionanti in misura ridotta favoriscono la permanenza di gabbiani che, indisturbati, hanno persino fatto la cova nella fontana SE.
- Stato di conservazione degli impianti
L’impianto idraulico non è dotato di ricircolo di acqua, pertanto non sembra esistere una camera idraulica ma solo pozzetti, chiusini e saracinesche dell’ACEA. L’acqua raggiunge la fontana attraverso la rete pubblica, senza ricevere trattamenti, e poi prosegue in fognatura “a perdere”.
Per quanto riguarda il sistema di adduzione dell’acqua nei singoli bacini, si annota che la colonna centrale, detta balaustro, serve al getto del giglio mentre i due basamenti contengono, così può dedursi, l’adduzione ai due getti della vasca romana. Viceversa, per i quattro getti inferiori che raggiungono i colonnotti, si suppone che abbiano un sistema di adduzione differente.
Le tubazioni metalliche sono state sostituite durante i precedenti restauri del 2007 con tubi di PVC, onde evitare formazione di depositi ferrosi.
Considerato che l’acqua dovrebbe zampillare dai complessivi 14 ugelli, sette per ogni fontana, si riscontra che nella fontana NO attualmente l’acqua fuoriesce a fatica solo dal giglio sommitale e dai due getti presenti nella vasca antica; nella fontana SE, invece, è solo il giglio sommitale a funzionare.
È necessario, quindi, eseguire una revisione dei terminali dell’impianto idrico, con particolare riguardo alle tubazioni prossime agli ugelli, liberandoli, se necessario, dai depositi calcarei.
L’impianto di decalcificazione dell’acqua, sebbene previsto all’epoca dei lavori del 2007 e certamente utile a ridurre le concrezioni calcaree, non è mai stato installato e reso operativo né può essere previsto con questo progetto.
Le due vasche esterne sono dotate di sistema di illuminazione e valorizzazione, non più idoneo; ogni vasca polilobata ha 12 corpi illuminanti e n.3 scatole di derivazione appoggiate nel fondo. Non è stato possibile verificare altri aspetti.
In ogni caso, tutto l’impianto idrico e quello di illuminazione non sono oggetto del presente progetto.
- Stato di degrado delle aree di rispetto contigue alle fontane
Le aree contigue meriterebbero maggiore attenzione e protezione in maniera da evitare stalli di biciclette, soste di mezzi che, come appena detto, percorrono la piazza e sovente permangono, impedendo anche il godimento della bellezza delle fontane.
Le pavimentazioni di sampietrini della piazza sono costituite da cubetti di pietra da 12x12cm; esse si presentano sconnesse, avvallate, dissestate. Le sigillature dei giunti sono precarie, in molti punti è assente la materia interstiziale, in altri il bitume liquido è stato colato così in esubero da coprire gli stessi cubetti di pietra, creando zone sostanzialmente bitumate; in altre ancora vi è cemento oppure la debolezza dei giunti ha favorito la crescita di vegetazione infestante. Vi sono anche piccole porzioni in cui l’adesione dei cubetti al supporto è assente, specie in quei punti prossimi ai montanti delle ringhiere, spesso oggetto di urto da parte di veicoli.
Si annota che la fontana NO ha tutt’intorno al basamento due ulteriori fasce di protezione, una di arenaria e l’altra di sampietrini da 8×8 cm, disposti seguendo sommariamente la geometria della fontana. Le lastre pavimentali di arenaria sono consunte, sfaldate; alcune sono anche fratturate in corrispondenza dei montanti delle ringhiere di ferro battuto, altre presentano lacune diffuse.
Differentemente, intorno alla fontana SE la pavimentazione della piazza va direttamente a ridosso del basamento di travertino.
Nei pressi di entrambi i basamenti, in particolare della fontana SE priva di fascia pavimentale, vi cresce molta vegetazione superiore, alimentata dai depositi di terra, spesso precipitata tra i cubetti di pietra e depositata negli avvallamenti della pavimentazione. Ciò è maggiormente presente in quei punti proprio a ridosso del basamento in cui il taglio difficoltoso dei cubetti ha indotto a lasciare la superficie priva di pavimentazione.
Che tale vegetazione sia molto ridotta intorno alla fontana NO è un dato e questo suggerisce la realizzazione di fasce pavimentali di protezione anche intorno alla fontana di SE. Questa soluzione risolverebbe anche l’inappropriatezza delle ampie superfici di bitume, posizionate a chiazze sui sampietrini, troppo a ridosso della fontana SE. Piccoli dossi e avvallamenti, presenti maggiormente intorno alla fontana SE, generano superfici a conca che raccolgono piccoli depositi di acqua. Andrebbero evitati ristagni, causa di accumulo di terra, crescita di vegetazione, afflusso di volatili, con conseguenti ulteriori depositi di guano.
Una maggiore sorveglianza, inoltre, ridurrebbe la possibilità di azioni antropiche, quali abbandoni di chewing-gum, rifiuti alimentari o residui di altro genere.
La fontana NO è soggetta anche a depositi di guano di volatili causati dalla presenza di alcuni residenti che, quotidianamente, forniscono becchime.
La manifestazione del degrado nelle zone superficiali è il primo fondamentale elemento da considerare in una corretta analisi: in alcuni casi fa comprendere al meglio la patologia presente, in altri casi rappresenta il campanello d’allarme di stati alterativi che sollecitano il materiale o la struttura in profondità.
Poiché i processi di degrado su una struttura possono essere causati da vari fattori, a volte anche sovrapposti, l’analisi delle patologie del degrado è necessaria per scegliere il tipo e le modalità di intervento più idonee al singolo caso. In sintesi, le alterazioni sono uno stato patologico del materiale di tipo irreversibile; di conseguenza, il loro approfondimento costituisce una fase fondamentale per il progetto di restauro. Questi processi metodologici mirano a riconoscere all’interno delle manifestazioni di degrado, spesso complesse e articolate, le cause agenti, i relativi meccanismi e gli effetti finali.
Nel nostro caso, non sussistono problematicità di natura statica o strutturale, pertanto le analisi riguarderanno sostanzialmente i degradi, la cui descrizione appena eseguita in forma discorsiva richiede una razionalizzazione che li collochi all’interno di una matrice codificata.
In prima istanza si prendono in considerazione i seguenti aspetti:
Stabilità della struttura – Come riporta il Documento di Indirizzo per la Progettazione redatto dalla Stazione Appaltante e dalle osservazioni a vista eseguite in situ, le fontane, allo stato attuale, non presentano criticità strutturali.
Alterazione della forma – A una prima osservazione le fontane appaiono non alterate nella forma, anche se, in fase esecutiva, una volta eliminate le incrostazioni, sarà utile verificare l’orizzontalità dei bordi delle tazzette quadrilobate e dei bacini romani, al fine di assicurare un coerente andamento dell’acqua; la stessa operazione andrà fatta per verificare la morfologia generale delle varie parti che le compongono. Come si evince anche dal rilievo, l’andamento non orizzontale del bacino inferiore della fontana SE è conseguente ai dislivelli della quota di plateatico.
Stabilità del materiale – I materiali costitutivi, pur avendo una loro stabilità intrinseca conseguente all’età della prima lavorazione, si presentano esposti su quelle superfici coinvolte dalle azioni dell’acqua particolarmente calcarea. Specialmente il granito, quando le incrostazioni si rigonfiano, perde la sua stabilità di superficie, presentando erosione ed esfoliazione non solo sul modellato scultoreo.
Degrado naturale fisico e chimico – I materiali hanno una loro fisiologia e un loro ciclo vitale che dipende dalla normale usura ma anche dalle aggressioni che subiscono nell’ambiente in cui sono collocati. Pertanto è difficile distinguere il degrado fisiologico e naturale da quello indotto, per esempio, dalle condizioni atmosferiche, dalle piogge acide, dal particellato e dal particolato.
Degrado antropico – Certamente ha giovato la pedonalizzazione della piazza, anche se si riscontrano parcheggi a ridosso, seppur temporanei, per carico e scarico e accessi diplomatici conseguenti alla funzione del palazzo Farnese. La ringhiera diventa spesso luogo di parcheggio per biciclette. L’accessibilità alla prima vasca la trasforma in seduta, pertanto, inevitabilmente, si scorgono abrasioni e residui di ogni genere. La percezione della configurazione architettonica e il suo modellato risultano alterati anche dalla presenza del disordine in cui versa la pavimentazione contigua.
Interventi pregressi – Sottoposte a restauro e manutenzioni, inevitabilmente queste azioni sono state eseguite secondo i canoni dell’epoca, pertanto alcuni interventi, ritenuti ora non coerenti e compatibili, potrebbero tuttora persistere, sebbene gradualmente vi siano state operazioni di parziale rimozione. Tuttora potrebbe essere difficoltoso rimuovere gli interventi incompatibili residui.
Ciò premesso, per facilitarne l’analisi e per agevolare la lettura e l’interpretazione delle sue manifestazioni, tali da definire correttamente l’intervento di restauro, risulta indispensabile classificare i degradi utilizzando una terminologia comune di riferimento.
Nella prassi si usano codici che hanno lo scopo di “unificare” in termini scientifici le patologie, a partire dalla descrizione del fenomeno che si presenta già a una analisi visiva (o macroscopica).
Al fine di individuare i corretti codici di riferimento, si definiscono i materiali costitutivi:
nelle due fontane prevale la presenza del travertino, mentre i due bacini mediani, di enorme valore, perché reperti archeologici, sono di grano-diorite. La struttura interna delle vasche grandi è di laterizio su cui è stata messa in opera a più strati una malta impermeabilizzante di cocciopesto e successivamente strati sottili di solventi protettivi e di impermeabilizzanti sintetici messi in opera in epoca recente.
Come prevedono le norme UNI-NorMaL, si intendono per “materiali lapidei (naturali e artificiali)” le pietre, i marmi, i materiali ceramici quali laterizi e cotti, gli intonaci (anche dipinti e affrescati), gli stucchi e le malte.
In considerazione di questo, le principali norme di riferimento per l’individuazione del tipo di degrado sono le “UNI-NorMaL 11182:2006 – Beni culturali – Materiali lapidei naturali ed artificiali – Descrizione della forma di alterazione – Termini e definizioni”.
Si riportano ulteriori Raccomandazioni di riferimento:
- 2/80: Archiviazione di materiali lapidei: Schema di scheda
- 3/80: Materiali lapidei:campionamento
- 12/83:Aggregati artificiali di clasti e matrice legante non argillosa:schema di descrizione
- 14/83:Sezioni sottili e lucide di materiali lapidei: tecnica di allestimento
- 15/84:Manufatti e aggregati a matrice argillosa: schema di descrizione
- 16/84:Caratterizzazione dei materiali lapidei in opera e del loro stato di conservazione
- 17/84:Elementi metrologici e caratteristiche dimensionali: determinazione grafica
- 18/84:Rilevamento della funzionalità degli impianti tecnici: schema di scheda
- 20/85:Interventi conservativi: progettazione esecuzione e valutazione preventiva
- 23/86:Terminologia tecnica: definizione e descrizione delle malte
- 5/87: Misura dei parametri ambientali
- 23/87:Terminologia tecnica: definizione e descrizione delle malte
- 26/87:Caratterizzazione di una malta da restauro
- 1/88: Lessico per la descrizione delle alterazioni e degradazioni macroscopiche dei materiali lapidei
- 27/88:Caratterizzazione di una malta
- 28/88:Composizione chimica dei materiali lapidei
- 30/89:Metodi di controllo del Bio-deterioramento
- 36/92:Glossario per l’edilizia storica nei trattati dal XV al XIX secolo
- 42/93:Criteri generali per l’applicazione delle PnD (prove non distruttive)
- Metodologia analitica
In questo progetto le sopramenzionate norme, utili sia a definire le possibili cause dei deterioramenti che una scala di interventi, costituiscono la base di riferimento anche se talvolta si rende necessario approfondire meglio le dinamiche del degrado e classificarle in sottogruppi. Infatti, molto spesso alcuni degradi e alcuni deterioramenti si presentano così congiunti e sovrapposti da rendere difficile la distinzione reciproca. In questi casi, è preso in considerazione quel degrado che si manifesta prevalente rispetto agli altri.
Come è noto, il travertino è per sua natura un materiale con alcune debolezze intrinseche, relazionate alla quantità e qualità della porosità e delle cavità e al tempo di esposizione agli agenti atmosferici. In particolare, il travertino dei basamenti e parte del travertino delle vasche inferiori è stato sostituito e integrato. Esso si presenta modanato ma privo di rilievi scultorei.
Per quanto riguarda invece i balaustri e le tazzette il travertino è lavorato come fosse una scultura, pertanto presenta rilievi zoomorfi, decori vegetali et similia; le tazzette stesse si presentano quadrilobate, quasi a forma di quadrifoglio. La differenza cronologica tra parti originarie e integrazioni e le differenti morfologie hanno determinato una diversa risposta ai fenomeni di degrado e di deterioramento.
Assunte le considerazioni e le norme in precedenza indicate, nell’osservazione delle fontane i degradi, i dissesti localizzati e i deterioramenti sono stati rilevati e annotati, con l’ausilio di una adeguata documentazione fotografica di dettaglio.
Per approfondire le rilevazioni grafiche, infatti, si è proceduto a individuare la consistenza materica del travertino e del granito, riportando la condizione di superficie, così come si presenta dopo secoli di esposizione agli agenti meteorici e dopo gli interventi ricevuti, fermo restando che negli strati sottoposti a ciò che è visibile, è possibile che sussistano ulteriori degradi.
Questa rappresentazione grafica, cosiddetta “mappatura” supera il rilievo metrico precedente, teso a schematizzare e geometrizzare i singoli conci e le lavorazioni. Per quanto attiene l’individuazione dei degradi e dei dissesti, nonché delle possibili cause, sui prospetti è stata utilizzata una legenda cromatica in maniera da individuare a prima vista quelle tipologie specifiche di degrado e di deterioramento presenti nel monumento (si rinvia all’elaborato specifico).
L’analisi dello stato di conservazione e la sua mappatura non prevedono di considerare e di inserire quelle alterazioni e quei degradi statici, quindi non più attivi, delle superfici, perchè ininfluenti ai fini della conservazione e perché – essendo antichi e storicizzati – forniscono una immagine ormai nota e familiare. Pertanto, alcune mancanze o erosioni e alveolizzazioni non attive, dovute a naturale e fisiologica consunzione del materiale, oppure quelle lacune o fessurazioni non attive, e dunque non deteriogene per la vita futura del lapideo, restano alterazioni delle superfici ormai congenite, non classificabili e non classificate come degradi e/o alterazioni.
Viceversa, sono considerati degradi/dissesti/alterazioni delle superfici tutti quei fenomeni attivi e deteriogeni, sia essi antichi che nuovi, la cui permanenza pregiudicherebbe la conservazione dei monumenti e dei materiali.
Maria Carmela Frate architetto
Mihi crede, felix illud saeculum ante architectos fuit (Seneca, Episulae morales ad Lucilium, Liber XIV – 90).
































