(Riflessioni per Centro Studi Sisto Mastrodicasa, 2016) Restauro e recupero
Nuovamente il sisma ci pone di fronte a distruzioni e condizioni di emergenza che, almeno per quanto riguarda l’ondata di ottobre, non coinvolge vite umane ma ci consegna un lascito di precedenti perdite e una serie di preoccupazioni e responsabilità tecniche e gestionali per il futuro.
L’Appennino, compresa l’Umbria, è cosparso di piccoli comuni e di borghi il cui tessuto urbano è il risultato delle stratificazioni di architetture civili e religiose molte delle quali custodiscono opere d’arte. Questi territori sono ricchi anche di insediamenti di altura, beni individui sparsi quali pievi, torri, castelletti, mulini, e tutti evidenziano una fragilità non solo materiale, ma sostanziale, che richiede urgente attenzione e strategie politico-culturali volte da un lato a ridurre l’abbandono anche attraverso utilizzi più contemporanei e dall’altro ad attuare, oltre ai processi di conservazione di ciò che resta, soprattutto azioni di recupero delle qualità perdute, non ultime quelle statiche già povere all’origine perchè frutto di murature quasi sempre realizzate con pietrame sbozzato e malta povera di legante. Alla ormai nota debolezza tecnologica, accentuata spesso da carenze puntuali d’origine o generatesi nel tempo quali vuoti murari, travi deteriorate, aperture improprie di varchi, si aggiungono altri fattori. Alcuni luoghi sono abitati e utilizzati tutto l’anno, altri sono inseriti in contesti in cui la graduale diminuzione dei residenti ha ingenerato già da tempo una forma di abbandono e di degrado, a cui i terremoti, compresi questi ultimi, si sono sovrapposti determinando distruzione.
Tutto ciò ci richiama sempre più alla cultura della conoscenza e della conservazione del patrimonio storico che non può essere disgiunta dalla cultura della prevenzione, tema su cui si dibatte da tempo e a cui occorre ormai dare indirizzi operativi. Con ciò si vuol dire che è necessario mettere in atto quelle strategie preventive a salvaguardia sia dei beni che delle persone, all’interno di rinnovate riflessioni, soprattutto tecniche, che dovranno essere opportunamente dibattute, sia in relazione all’intensità e alla ripetitività dei fenomeni sismici che sembrano non rispondere più ai ritmi statistici, sia in relazione al fatto che le scosse sismiche, sebbene non percepite da noi, rappresentano continue e invisibili sollecitazioni che tendono ad affaticare sempre più un costruito già fragile che rischia di scomparire e di portare via con sé numerose vite umane.
È proprio la cultura della conoscenza dei territori che ci induce a considerare inappropriate le posizioni ideologiche a priori del tipo “dov’era e com’era” o “delocalizzazione tout court”, perché non sono “scientifiche” e di conseguenza non sono di sostegno e di indirizzo né per i cittadini né per il costruito stesso; di fatto creano da un lato aspettative e dall’altro paure. Le condizioni e lo stato delle cose post-sisma è variabile da luogo a luogo, da contesto a contesto; ci sono situazioni di grave distruzione e situazioni che prospettano possibilità di recupero, perciò solo una valutazione approfondita e specifica per ogni caso (sia relativa all’edificato che allo stesso territorio di sedime) può condurre a soluzioni appropriate. Nelle situazioni in cui la distruzione è stata profonda, individuate le vere cause (intensità del sisma, assenza di manutenzione, assenza di presidi antisismici, abbandono) si possono prospettare scelte confrontate e condivise, sia sul piano tecnico che operativo, non demonizzando né il “dov’era e come era” né la “delocalizzazione”.
Ma conoscenza è anche diagnostica efficace e questo richiede il superamento dell’analogia semplificata che spesso si fa fra la diagnostica in campo medico e quella nel campo dell’ingegneria sismica. In proposito si sottolinea che la diagnostica in campo medico molto spesso è più semplice perché il paziente può trasmettere al medico i sintomi del disturbo non visibile anche attraverso la descrizione verbale mentre sull’edificato si possono fare indagini deduttive in occasione di segnali di dissesti, rinviando all’intuito tecnico la capacità di prospettare una serie di carenze non visibili e andarle a indagare, senza avere mai la certezza di aver preso in considerazione tutte le criticità.
Gli studi e le ricerche finora effettuate, non ultimo il lascito culturale di Sisto Mastrodicasa intorno a cui si è sempre attivato un dibattito culturale, tecnico e professionale continuamente in evoluzione, nonché la sperimentazione e le esperienze pregresse e soprattutto la possibilità di nuove sperimentazioni compatibili, ci possono guidare a ragionare sulle strategie più idonee capaci di sopperire alle debolezze e manchevolezze del patrimonio esistente. Per esempio, laddove possibile, il recupero e il riutilizzo del materiale edilizio può costituire un elemento di continuità con l’esistente ma a questo deve essere necessariamente associata una rivisitazione delle modalità e delle tecnologie di intervento in maniera che, sulla base di studi e ricerche, le nuove strategie siano rafforzative delle precedenti tecnologie utilizzate. Parimenti, l’utilizzo di innovativi materiali “antisismici” richiedono un certo grado di esperienza sul campo che renda oggettivo il loro uso, non condizionandolo alla variabilità delle caratteristiche e dell’esperienza del progettista.
La storia stessa ci insegna che il costruito è “vivo”, perciò è mutevole, nel senso che si è sempre trasformato per adeguarsi alle mutate esigenze, ai mutati assetti, agli eventi esterni; e questo è l’elemento fondamentale di distinzione tra architettura e archeologia; è l’utilizzo di un bene architettonico che lo rende disponibile alle trasformazioni e agli adeguamenti per renderlo sicuro e confortevole. In proposito, è sempre la storia a insegnarci che i vari terremoti verificatisi in Europa del ‘700 (per esempio Lisbona e Reggio Calabria) hanno prodotto nuove modalità di intervento che poi si sono storicizzate, divenendo tecnologie da manuale, persino vincolate. Si cita per esempio il Regolamento antisismico di Ferdinando di Borbone che riguardava sia norme urbanistiche (larghezza delle strade, altezze, distanze) che tecnologie edilizie, apparentemente nuove ma di fatto già in uso nel I secolo a.C. ad Ercolano, che hanno riproposto l’utilizzo di legno posizionato con geometria tridimensionale all’interno delle murature. La cosiddetta casa “baraccata” o la “Gaiola” portoghese rappresentano casi significativi. Con questo non si intende affermare che la strategia risolutiva sia il legno, ma solo sottolineare che, quando è stato necessario, gli ammodernamenti delle tecnologie hanno migliorato il costruito fino a diventare parte della sua storia.
Per tutte queste ragioni, soprattutto per i beni vincolati, si tratta di individuare, caso per caso, quella soglia di accettabilità di nuove strategie strutturali e tecnologiche, in grado di rendere sicure le costruzioni senza stravolgerle e questo è possibile solo se tutti gli apporti scientifici e culturali riescono a integrarsi in maniera organica e compiuta.
Dicembre 2016 Maria Carmela Frate

