L’architettura moderna: conoscerla, conservarla, restaurarla

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_1311280274.html

(relazione al convegno, pubblicato nel Bollettino MiBACT, 2008-2011)

Seppure non strettamente coerente con il tema principale del convegno, la relazione proposta nasce dalla sollecitazione che suscita il luogo in cui si svolge il pomeriggio di lavoro. Il capannone minore [ndr il riferimento è al secondo capannone della Montedison a Santa Maria degli Angeli, Assisi] posto accanto al teatro ha rischiato alcuni anni fa di essere demolito e a questa demolizione personalmente ho opposto forte resistenza nell’attività svolta all’interno di una commissione tecnico-scientifica regionale di cui ero componente (CCRT).

Il rischio di depauperamento e di demolizione è comune a molte costruzioni moderne e non riguarda solo edifici industriali. Molti edifici moderni a diversa destinazione, ignorati nella loro consistenza e nel loro valore storico-architettonico, vengono alterati e manomessi, in congruamente ammodernati e addirittura demoliti. Fondamentale per impedire questo processo è la condivisione del loro valore e della loro portata,  la consapevolezza e la conoscenza, lo studio e l’approfondimento delle tematiche di cui sono portatori. Perciò una pur debole traccia del significato culturale di questo periodo e di questa produzione architettonica va individuata e perseguita.

Il termine moderno, in particolare se riferito all’architettura moderna (o del moderno come correntemente si è soliti dire), spesso viene usato più come accezione negativa che come indicazione cronologica dei fatti edilizi.

Nel confronto tra il moderno e la tradizione, comunemente il paragone tra i due differenti valori tende quasi sempre al positivo per le opere della tradizione. Questa valutazione trova una risposta nel fatto che il moderno, correntemente, viene fatto coincidere con la ricostruzione post-bellica del secondo conflitto mondiale e con tutte le problematiche degenerative connesse alla velocità esecutiva, alle scarse disponibilità di risorse economiche e di materiali, alle urgenze residenziali, sostanzialmente alla necessità di rimettere in piedi le nostre città.

Seguendo questa interpretazione e volendo circoscrive l’ambito solo alle ricostruzioni e alle nuove costruzioni realizzate dopo il secondo conflitto mondiale, è necessario considerare che gli inurbamenti e le distruzioni richiedevano in quei decenni risposte rapide, specie in relazione al “problema casa” posto in primo piano dai sociologi. La fervente attività edificatoria degli anni ’50-’60 è stata veloce, anche in assenza di adeguata programmazione, rispondendo ad una necessità quantitativa e non qualitativa. Buona parte delle costruzioni è stata realizzata prevalentemente con tecnologie di tipo non tradizionale, usando schemi strutturali misti o a telaio in cemento armato, che hanno risentito delle conseguenze legate alla velocità esecutiva. Ciò vale anche per le costruzioni successive, quelle degli anni ’70, realizzate, oltre che con tecnologie non tradizionali, anche con tecnologie standardizzate (prefabbricazione). La ricerca tecnologica dell’epoca, basandosi sulla industrializzazione e sulla ripetitività dei processi produttivi, si poneva come obiettivo una maggiore accelerazione delle fasi di costruzione, propagandando una ancora più veloce soluzione del problema casa. Troppo legata alla necessità di energia, in concomitanza con la crisi energetica, questa sperimentazione ha dovuto segnare il passo.

Questa interpretazione cronologica rappresenta un altro aspetto della tematica generale più ampia che riguarda il moderno. E’ un segmento ristretto, ancora più recente, e intriso di questioni che attengono specialmente il comfort interno e il bilancio energetico, recentemente divenuti ineludibili. Perciò, il secondo conflitto non rappresenta il crinale di separazione della tematica culturale più ampia che riguarda il Restauro dell’Architettura Moderna.

E’ inteso moderno, in maniera più ampia, tutto ciò che deriva dal Movimento Moderno e dai suoi principi fondanti, dalle sue innovazioni, dalle sue ricerche, dalle sue esperienze. In questo senso, non esiste una rigorosa collocazione temporale osservando che, nelle diverse città, gli eventi moderni si sono attuati con una cronologia differente, legata alla circuitazione delle idee e della cultura e alla capacità di recepirle e di praticarle. Occorre perciò, parlando di questo tema, rivolgersi all’architettura realizzata nel secolo XX, con particolare riguardo a quella collocata tra le due guerre (se non proprio all’architettura realizzata a partire dalla rivoluzione industriale che costituisce buona parte del patrimonio edilizio italiano, almeno il 50%).

In Italia questi passaggi sono avvenuti in una fase storica e politica piuttosto complessa, coincidente parzialmente con il regime fascista. Ciò – per una serie di ragioni – ha rappresentato un grosso filtro nella valutazione dei prodotti architettonici. Eppure in questo periodo storico se da un lato si realizzavano opere neoclassiche tipiche delle dittature, anche loro con un certo valore architettonico e tecnologico, dall’altro si sperimentavano novità culturali progettate da personaggi quali Persico, Pagano, Moretti, Terragni, Mollino e tanti altri. In proposito Cesare de Seta ha affermato: “Il fascismo c’è stato e non si distrugge con l’autocensura: l’importante è saper guardare e discernere. Ma per fare questo Terragni va posto accanto a Piacentini. Questo non vuole dire certo ridurli alla stessa stregua: al contrario contribuisce a che la gente capisca quale abisso li separi. Ma naturalmente bisogna aver fiducia, bisogna avere la consapevolezza che la gente è matura per capire: se così non fosse non c’è censura che tiene; è come avere lo scheletro nell’armadio e serrare a doppie mandate le ante”.

 Nel periodo storico di riferimento, infatti,  in Italia coesistevano due energie culturali contrapposte: da un lato la tendenza al “passatismo” del neoclassicismo piacentiniano, rappresentato dalle proposte architettoniche monumentali, e dall’altro la tendenza alla “innovazione e sperimentazione” proposta dal razionalismo. Entrambe queste tensioni culturali hanno avuto un ruolo e una importanza e costituiscono le chiavi di lettura e di interpretazione di un periodo storico che appartiene alla nostra storia. Nella capitale italiana e nelle città che meglio rappresentavano il regime le architetture monumentali e rappresentative erano fortemente controllate nella loro resa architettonica e simbolica, perciò l’esito formale manifesta molto neoclassicismo monumentale. Diversamente, nelle città meno evidenti che non richiedevano tanta aulicità e magnioloquenza ma che producevano edifici essenzialmente funzionali e con destinazioni necessarie (scuole, centri aggregativi, sedi di municipio, edilizia residenziale pubblica, piccole stazioni ferroviarie, ecc…) anche l’architettura meno innovativa ha saputo cogliere aspetti ed elementi provenienti dal razionalismo. Si ha perciò tanta produzione architettonica di sottofondo che possiamo collocare in posizione mediana rispetto a queste due tendenze.

Questa architettura, pur conservando talvolta forme di ispirazione neoclassica della romanità, ha saputo assorbire e proporre aspetti della semplicità e della innovazione del razionalismo, ben coniugando e raccordando le due tematiche in manufatti che già dimensionalmente sono a noi più vicini. E’ facile perciò trovare in queste architetture il rigore geometrico delle piante, le ortogonalità come tema generatore, i corretti orientamenti rispetto all’andamento solare, gli equilibri tra forme piane e forme curve, la simmetria dei pesi architettonici bilanciati invece della rigorosa simmetria geometrica, espressa, la prima, con un equilibrio percettivo che rivela tanta consapevolezza architettonica.

Gli accadimenti storici, tuttavia, sono stati devastanti per la nostra cultura architettonica. Il processo di ammodernamento dell’architettura italiana, una vera e propria scuola di architettura che sovente ignoriamo ma che fuori dall’Italia tanti apprezzamenti riceve, ha avuto una battuta di arresto causata da fatti drammatici: Antonio Sant’Elia morì in guerra nel 1916 a Monfalcone, Edoardo Persico morì misteriosamente nel 1936, Giuseppe Terragni morì nel 1943 dopo il ritorno dalla Russia e dopo essersi aggirato sconvolto per le strade della sua città chiedendo scusa per non si sa bene che cosa, Giuseppe Pagano e Luigi Banfi morirono nel 1945 a Mauthausen. E’ a queste figure culturali, a questi innovatori, a questi Maestri che deve andare il nostro pensiero. La scuola che hanno creato e le architetture moderne più o meno note che hanno stimolato nelle più o meno importanti città italiane sono il valore che dobbiamo raccogliere, conoscere ed apprezzare.

Con riferimento alla tensione innovativa, il desiderio di creare una cesura tra il passato e il presente (la “scossa sismica” – come la definiva Bruno Zevi – delle architetture futuriste di San’Elia sono esempi emblematici), la disponibilità di materiali da costruzione innovativi, una certa ricerca su prodotti e tecnologie hanno determinato in molti casi un largo impiego di nuovi componenti edilizi e di sistemi costruttivi nuovi, evidentemente non usati in precedenza, la cui sperimentazione si è attuata proprio nel momento dell’utilizzo nelle architetture di cui stiamo parlando e che perciò sono i testimoni, nel bene e nel male, non solo del processo di modernità ma anche del processo di sperimentazione della stessa modernità.

L’architettura moderna, infatti, specie quella funzionalista e razionalista, è stata un’architettura programmaticamente sperimentale e il suo più grande valore sta proprio nello sperimentalismo.  Vanno citati a semplice esempio le pagine di Giuseppe Pagano e di Edoardo Persico per il concorso di Domus e Casabella relativo all’impiego del cristallo Securit in architettura e nell’arredamento (1934). Ed ancora, va ricordata ed apprezzata la pacata campagna di rinnovamento linguistico promossa fin dal  1926  dal GRUPPO 7 (tra cui Luigi Figini e Gino Pollini per esempio nelle case per impiegati a Ivrea realizzate nel 1942 – Olivetti, quartiere Castellamonte)

Per tutte queste ragioni, il problema della conservazione  si sposta prima di tutto sul piano della conoscenza e comprensione dell’opera moderna e della decifrazione dei valori di cui questa è portatrice. A ciò si aggiungono la comprensione del ruolo dell’architettura nella società industriale e i meccanismi di ricezione, fruizione, e trasmissione dell’architettura moderna, all’interno dei valori del mondo contemporaneo.

Su questi temi, nel 1988 è nata l’organizzazione internazionale, denominata Do.Co.Mo.Mo. (Documentation and Conservation of Modern Movement), ad opera di un gruppo di ricerca dell’Eindhoven University of Technology in Olanda. Tale organizzazione è nata con il preciso scopo di incentivare e sostenere la catalogazione, la documentazione e la conservazione dei “prodotti del Movimento Moderno”.

In occasione del primo Convegno internazionale Do.Co.Mo.Mo., tenutosi proprio a Eindhoven nel settembre 1990, è stato approvato un documento programmatico nel quale si afferma che “la documentazione e la conservazione di edifici, quartieri, luoghi attinenti il Movimento Moderno saranno attuate in cooperazione con organizzazioni ufficiali e volontarie dei paesi aderenti secondo i seguenti punti:

  1. Portare il significato del Movimento Moderno all’attenzione del pubblico, delle autorità, dei professionisti e delle comunità pedagogiche interessate all’ambiente
  2. Identificare e promuovere la documentazione di opere del Movimento Moderno, inclusa la registrazione di disegni, fotografie, archivi e altri

E’ evidente che la maggiore attenzione dell’organizzazione è rivolta alle opere dei maestri del Movimento Moderno, in quanto opere paradigmatiche ed emblematiche di questo periodo storico, ma essa dà l’avvio ad una nuova sensibilizzazione verso un pezzo della nostra storia che, per svariate ragioni, lasciamo ai margini del nostro cono visivo e intellettuale.

All’interno di questo percorso di recupero dell’esperienza culturale architettonica, infatti, giocano un ruolo strategico tutte le costruzioni che, anche se non realizzate dai Maestri, sono rappresentative del processo di innovazione (anche timida) e di ammodernamento: nuova maniera di concepire e comporre i volumi, nuove modalità di trattare le superfici, nuovo modo di reinterpretare la grammatica architettonica del passato, perciò nuovi materiali e nuovi componenti. Proprio questi sono i valori portanti che vanno conosciuti, approfonditi e apprezzati.

In assenza di questa consapevolezza, accade che sono proprio le architetture più recenti quelle maggiormente soggette a manomissioni incongrue o lasciate ad un processo di deperimento accelerato, o, addirittura, demolite. Trasformazioni incoltamente invasive, sostanziali modificazioni di parti o di interi edifici e quartieri, incongrue variazioni delle destinazioni d’uso, insieme ad una naturale obsolescenza dei materiali e degli elementi costruttivi e strutturali costituiscono alcuni degli effetti di un atteggiamento di sottovalutazione di questo segmento della nostra cultura architettonica.

A tutto questo si aggiunge che elementi caratterizzanti queste architetture sono fuori produzione e nessuno pensa sia necessario avviare un processo produttivo che fornisca utilmente supporto alla conservazione. Il vetro-cemento tipico dell’epoca o il cosiddetto ferro-finestra o anche l’intonaco del tipo Terranova, sono al momento introvabili e irriproducibili in quanto rappresentano un tipo di produzione industriale che non è più esistente oppure che ha cambiato componenti fisiche, modelli e disegni.

La rapidità evolutiva delle tecniche produttive, purtroppo, tende a rendere consumata e superata l’esperienza del moderno e perciò è difficile individuare ed affermare i principi della sua conservazione. La memoria storica frammentata, la carenza di ricerche sulle tecniche edilizie adottate e, in particolare, la carenza di studi specifici sui linguaggi formali e sui metodi costruttivi che si sono affermati e diffusi, anche in ambito locale, tendono a far perdere coesione e coerenza alla tensione culturale promossa da queste architetture.

Il recupero di queste conoscenze, la corretta interpretazione dei fatti storici, gli studi e gli approfondimenti culturali e tecnologici su questi temi possono e devono contribuire a cercare e definire l’effettivo valore. In questo senso, conservare e restaurare l’architettura moderna richiede un’attenta analisi dei materiali e delle tecniche costruttive adottate, in quanto sovente differenti da quelle caratterizzanti l’architettura tradizionale e quasi sempre frutto di uno sperimentalismo tecnologico. Il diffuso utilizzo di tecniche costruttive, per lo più inedite, richiedono conoscenze ed esperienze specifiche per la progettazione di un corretto intervento di restauro, anche perché talvolta risultano essere causa del manifestarsi degli stessi fenomeni di degrado; il carattere di transitorietà di alcuni manufatti (che talvolta pone dubbi sull’effettiva opportunità di intervenire per garantirne la conservazione nel tempo) sono solo alcuni degli aspetti del restauro del moderno che vanno approfonditi.

Per alcuni le caratterizzazioni del moderno vanno intese e interpretate come “errori progettuali” da risolvere, alla luce delle più recenti cognizioni tecnologiche: “L’edificio si è così trasformato, i tetti e i cornicioni sono scomparsi, la copertura degli edifici viene realizzata attraverso i terrazzi, gli intonaci hanno ricoperto di bianco i volumi, e dove non sono stati impiegati gli intonaci, sono state giustapposte lastre di marmo. Parallelamente, l’abolizione di cornici, gronde, gocciolatoi, zoccoli, ossia di tutto il repertorio di membrature aggettanti di eredità classica, propria di questo tipo di architettura, è stata essa stessa causa di degrado delle opere” (Morabito, 1992). Nella valutazione delle soluzioni, è fondamentale la corretta interpretazione dell’opera e delle sue componenti architettoniche, del suo portato culturale di permanenza e di innovazione, in maniera che la soluzione proposta non debba inficiare,  ridurre o addirittura eliminare tale novità culturale, riconducendo l’architettura moderna a soluzioni tecnologiche della tradizione che male si addicono e si coordinano con il contesto.

Il restauro del moderno pone perciò problematiche di complessa interpretazione a cui l’architetto deve essere in grado di dare risposte coerenti e propositive, idonee alla corretta interpretazione e proposizione delle intenzioni dell’opera stessa.

Per quanto concerne il restauro dei materiali è evidente la necessità di individuare idonee tecniche di intervento sulle strutture in calcestruzzo armato e, in particolare, di mettere a punto malte, compatibili con il materiale originariamente utilizzato. Si elencano qui solo alcune delle tematiche:per esempio individuare opportune modalità di intervento per il restauro dei rivestimenti marmorei attraverso la pulitura, il consolidamento e la protezione dei medesimi, nonché, attraverso lo studio di specifiche tecniche di ancoraggio e di sigillatura delle lastre marmoree alle strutture; individuare materiali, compatibili con quelli originali, che consentano di integrare le lacune dovute al manifestarsi di fenomeni di degrado o all’esecuzione di modificazioni nel tempo. Si prendano, quali esempi, gli elementi in vetrocemento – oggi prodotti con modelli e dimensioni completamente diversi per l’avvenuta meccanizzazione dei processi produttivi, per le differenti sabbie utilizzate e per il necessario adeguamento della produzione alle normative di isolamento termico – o ai manufatti realizzati in pietra artificiale che connotano buona parte dell’architettura moderna o, infine, ai numerosi prodotti ceramici utilizzati per i rivestimenti oggi difficilmente reperibili.

Una riflessione conclusiva sulla salvaguardia dei monumenti del nostro passato recente conduce ad una inevitabile considerazione: il patrimonio degli edifici del ‘900 che ci è stato consegnato è molto spesso ignorato e sottovalutato, anche se risulta quantitativamente e qualitativamente importante. Esso, anche nella nostra regione,  rappresenta un valore formale e documentale di un periodo storico di cui va recuperato il senso, il limite, il portato. Le vie per la sua salvaguardia e la sua conservazione non devono essere rappresentate da proposte di musealizzazione ma neppure da proposte eccessivamente trasformative che farebbero perdere coerenza al manufatto architettonico. Esistono possibilità di adeguare gli edifici dell’architettura moderna alle norme e alle necessità, coniugando correttamente la rifunzionalizzazione ed il restauro. Il restauro dell’architettura moderna costituisce oggi un settore sperimentale della ricerca sul patrimonio edilizio esistente, ricco di interessanti e stimolanti implicazioni di metodo di analisi e di proposte risolutive, di interpretazioni e di valorizzazioni. Se è vero che gli architetti più o meno noti del Movimento Moderno non si sono occupati del restauro, oggi, invece, il patrimonio architettonico recente, proprio il loro, deve essere conosciuto, proposto e valorizzato anche per contribuire alla diffusione dell’architettura moderna, in un ragionamento di reciprocità tra nuovo e storico in cui le risposte alla domanda “in che misura interviene il nostro contemporaneo, il nostro mondo, nella conservazione dei manufatti del passato recente?” rimangono ancora aperte.

Assisi marzo 2008

 

 

Rispondi