I disequilibri ambientali, resi evidenti anche dai cambiamenti climatici in corso, sono in buona parte il risultato di azioni di trasformazione del territorio che, utilizzando impropriamente e illimitatamente le risorse, ne hanno ridotto le disponibilità generando notevole incidenza sull’ecosistema. La consapevolezza della limitatezza delle risorse, tra cui quelle fossili, e la presa d’atto dell’accelerazione degli effetti negativi prodotti dall’uso sconsiderato di questi ultimi, inducono all’assunzione della responsabilità di intervenire con urgenza per invertire i processi alterativi e per consentire alla natura di metabolizzare gli eccessi.
Nelle culture più evolute, questa preoccupazione per un più equilibrato rapporto tra sviluppo e rispetto per l’ambiente appartiene già alla coscienza collettiva. Questa, sebbene con modalità e priorità differenti, sta rivolgendo l’attenzione a quelle azioni che, innescando modifiche dei comportamenti e trasformazioni dei processi, concorrono a costruire un rapporto armonico con la natura.
Assunti dunque i “limiti dello sviluppo”, segnalati già negli anni ’80 dal rapporto Brundtland, e considerata la stessa ambiguità del termine “sviluppo”, il concetto di “sostenibilità” che ne è conseguito ha avuto stagioni e significati diversificati. Questa variabilità di senso ha portato ad atteggiamenti differenti e, contemporaneamente, ha spinto la ricerca verso molteplici campi di indagine, attingendo da un lato a strategie altamente tecnologiche, dall’altro ripescando tecniche nella cultura pre-fossile, per individuare criteri utili a governare le trasformazioni del territorio. Il campo di ricerca è tuttora aperto e in futuro potrà produrre esiti e proposte sempre più efficaci. Tuttavia, poiché il nostro habitat, diventando sempre più tecnologico, richiederà ogni giorno maggiori risorse, nell’immediato è improrogabile mettere in atto azioni capaci di ridurre gradualmente gli effetti negativi sull’ecosistema. Contestualmente, modificando i comportamenti pur non rinunciando al comfort di vita della contemporaneità, occorre sviluppare strategie e tecnologie complesse, in grado da un lato di utilizzare risorse rinnovabili e dall’altro di produrre sostenibilmente ciò che serve, in maniera da non danneggiare gli equilibri ambientali.
All’interno di questo quadro che tende a un “progetto universale” di sostenibilità, anche l’architettura, intesa come una delle principali attrici nelle trasformazioni del territorio, affinché non sia dannosa all’uomo e all’ambiente, deve responsabilmente farsi carico di innescare processi finalizzati a contribuire alla riduzione dell’incidenza ambientale e a esercitare un controllo attivo, recuperando così i deterioramenti finora prodotti per assumere gradualmente il ruolo di regolatrice dei cambiamenti. Operando in questa direzione, le città e tutto il costruito perdono i connotati di dissipatori di risorse e, riducendo gradualmente i consumi fino a diventare generatori, contribuiscono a riequilibrare le relazioni tra i soggetti che costituiscono l’ecosistema.
La prima scelta che si profila nel settore edilizio del mondo occidentale è la riduzione delle nuove costruzioni con il contestuale miglioramento e l’ottimizzazione di quelle esistenti, estendendo il concetto di “abitare sostenibile”, originariamente riferito ai nuovi manufatti, soprattutto a ciò che già esiste. Sebbene questo processo sia già iniziato, tant’è che, se fino a qualche anno fa gli investimenti in edilizia relativi alla nuova edificazione costituivano il 60% del mercato europeo, oggi quasi la metà degli investimenti è rappresentata da interventi di riqualificazione molti dei quali rivolti al patrimonio privato residenziale, non sempre tali interventi si sono rivelati efficaci sul piano della riqualificazione urbana e ambientale in chiave ecosostenibile perché sono rimasti spesso confinati nell’ambito della sola riduzione dei consumi diretti di energia ottenuta attraverso semplici strategie impiantistiche e utilizzo di materiali più performanti non sempre sostenibili.
Intervenire sul patrimonio edilizio esistente, dunque, può essere effettuato non solo perseguendo obiettivi singoli e puntuali, con evidenti effetti positivi di minore entità, ma soprattutto tarando le strategie e le azione secondo modalità e gradualità differenti che siano in sintonia con i contesti, indirizzandosi verso risultati di miglioramento complessivo dell’ambiente. Ciò che diventa importante in questa logica complessa è porre nella “matrice” di progetto tutti i parametri necessari per giungere a obiettivi di qualità complessiva ed ecosistemica. In questo contesto, il termine matrice assume il significato di “generatrice” sia in senso concettuale etimologico che matematico perché, accogliendo come coordinate tutte le informazioni fondamentali per una progettazione integrata ed ecosostenibile, favorisce le reciproche relazioni e le interazioni tra i vari fattori che intervengono sul costruito e sul suo circostante, generando un prodotto architettonico che, assumendo come proprio il più dilatato concetto di “spazio della natura e dell’ambiente”, diventa oggetto di qualità.

