Luci ombre e colori (d)nell’Architettura

Maria Carmela Frate, 2019

La luce è sempre stata oggetto di ricerca semantica sullo spazio. Procedendo dall’ingresso verso il fondo, l’infittirsi delle colonne dei templi egizi cedeva gradualmente il passo al buio seguendo il preciso intento di progressiva sacralità e rendendo invisibile e misteriosa la cella della divinità.  Sembra di scorgere già in queste architetture e in questa struttura dello spazio l’assunto di Leonardo da Vinci:

“Ombra è privazione di luce e sola opposizione de’ corpi densi opposti ai raggi luminosi; ombra è di natura delle tenebre lume è di natura della luce. L’uno asconde, l’altro dimostra; sono sempre in compagnia congiunti ai corpi…. E la luce non può mai cacciare del tutto l’ombra dai corpi”.

Similmente, l’oculo cosmico della cupola del Pantheon, la croce della chiesa della Luce di Tadao Ando o i tagli luminosi del Museo Ebraico di Libeskind a Berlino sono attraversati dai fasci luminosi che modulano spazi e superfici e spesso assumono anche forme più o meno simboliche ed emozionali.

La consapevolezza del dualismo luce/buio, dunque, rende interconnessa e indissolubile la loro relazione. Al pari del buio o del crepuscolo, la luce assume una sua etica e una sua estetica, una sua qualità di rappresentazione e di impatto sull’ambiente e sullo spazio costruito. Basti ricordare gli effetti cercati e ottenuti dal Michelozzo, da Giuliano da Sangallo o da Benedetto da Maiano sulle facciate dei loro palazzi modificando semplicemente la forma e la geometria del bugnato per ottenere effetti diversificati di densità/intensità della luce sulle superfici. Per dirla anche con Goethe, la luce è il frutto dell’incontro con l’ombra, è elemento rivelatore della natura spirituale e dell’armonia umana.

Ma la luce è anche colore perché contiene tutto l’iride, lo vediamo in natura nel formarsi dell’arcobaleno o nei sette colori dello spettro. Assistiamo poi al suo ricomporsi in monocromo nella “ruota” di Newton dove, lui stesso assume i sette colori come i sette toni musicali, cosicché qualunque composizione cromatica può essere assimilata a una composizione musicale.

Questo valore espressivo luce/colore è insito nel “Cerchio cromatico” che Goethe costruì insieme al pittore Otto Runge e che servì a confermare l’idea che le informazioni sul colore, ricevute dal cervello, sono adatte alla percezione individuale: il colore “più come oggetto della filosofia che della pittura”.

I colori che percepiamo, dunque, compongono la luce e nascono essi stessi dalla luce, ossia da una radiazione elettromagnetica: in un ambiente buio è impossibile percepire colori, in questo senso la luce dona presenza ai colori, rivelandoli, con la luce possiamo fare ricognizioni nei meandri dell’ombra affinché si possa posare dolce o imponente, fioca o netta, rivelando ciò che aspetta di essere svelato.

La luce, seppure identità immateriale, è dunque un elemento importante nella progettazione architettonica e può essere uno strumento tramite il quale, oltre ad ampliare le caratteristiche degli spazi, è possibile connotare il linguaggio della stessa Architettura. Essa può diventare uno dei componenti dell’Architettura al pari della pietra, del ferro o di qualunque altro materiale che definisce il pieno e il vuoto, gli spessori e le superfici, i contatti e le separazioni. Addirittura la sua presenza può attribuire percezioni aggiuntive allo spazio e alle dimensioni. Con essa è possibile manipolare la fisicità, generare ombre che creano volume sui pieni e sui vuoti, sulle superfici e sulle texture.

Per queste ragioni, nell’Architettura la luce e i colori diventano valori fissati dall’Architetto, secondo le proprie modalità percettive della realtà (siano esse fisiologiche e/o psicologiche), diventando elementi fondamentali della grammatica visiva. Come strumento espressivo, la luce modella e colora le forme degli oggetti e le proietta su altre forme, modificandone gli effetti della percezione. Essa può creare atmosfere irreali, metafisiche, drammatiche, fantastiche, rendere evidenti i pieni e i vuoti, le rientranze e le sporgenze, le superfici dei corpi, guidando l’attenzione percettiva dell’osservatore all’interno dello spazio e suscitando particolari sensazioni emotive.

Come affermava Luis Kahn, “la luce è donatrice di tutte le presenze”.

Maria Carmela Frate, articolo del 2019

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