Il progetto ecosostenbile dell’esistente è il prodotto estetico-formale di un processo. Dalla “potenza metamorfica iniziale” alla “metamorfosi finale”
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http://www.fedoa.unina.it/view/creators/Frate=3AMaria_Carmela=3A=3A.html
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Con riferimento al tema “Comunicazione, linguaggio e segni” enunciato in precedenza, contiguo ma non centrale in questo studio, si annota che negli ultimi decenni la produzione architettonica ha espresso un potenziamento dell’aspetto segnico dell’architetturaal punto da privilegiare così tanto la componente estetico-formale (linguaggio) da farla diventare prevalente criterio di generazione dell’oggetto architettonico e prioritario criterio di valutazione e di gerarchizzazione della qualità architettonica, spesso a discapito della stessa ragione di essere dell’oggetto architettonico.
«Su questo argomento si sono scervellati negli anni Sessanta e Settanta fior di intelligenze. Era il periodo in cui andava di moda la linguistica e l’allora giovane semiologo Umberto Eco insegnava nella facoltà di architettura di Firenze. Poi, come succede spesso nel campo dei fenomeni culturali, a un certo punto si è pensato che queste questioni non potevano essere risolte. E in poco tempo è caduto il silenzio sull’argomento. Nel senso che il campo è stato lasciato libero a pochi specialisti, talmente specialisti che faticano a capirsi anche tra loro. Ripercorrendo a distanza di tempo quelle interminabili discussioni, oggi possiamo dire che molte erano scarsamente rilevanti, altre poste in modo sbagliato. Tuttavia, dal dibattito sono emersi anche alcuni punti fermi, di grande rilevanza, con i quali è bene che chi si occupa di architettura si confronti. Il primo è che l’architettura è un linguaggio sui generis. Innanzitutto perché non si sono mai trovate regole che permettessero di affermare che la tale parola architettonica ha un significato univoco. Mentre, nel linguaggio scritto o verbale che usiamo tutti i giorni riusciamo subito a individuarlo. […]Tuttavia pensare che l’architettura si limiti a darci indicazioni su come usarla [l’architettura] sarebbe un grave errore. L’architettura ci parla di tante cose – di forme, di armonie e di disarmonie, di concezioni del mondo – e voler ridurre tutto il suo linguaggio a un codice funzionale sarebbe come voler pensare che nell’uomo la bocca indicherebbe la possibilità di introdurre cibo, le mani la capacità di scrivere e di manovrare oggetti, e il cuore servirebbe a pompare sangue, dimenticando significati più alti e più complessi. […] Il secondo motivo di difficoltà è che non vi è nulla in architettura che rassomigli alla grammatica o alla sintassi del linguaggio comune. Cioè nulla che ci dica in che modo le singole parole debbano essere collegate tra di loro per formare frasi di senso compiuto» [1] (Prestinenza Puglisi).
Questo serve ad affermare che, per una corretta e completa analisi critica del processo progettuale, inteso come l’insieme delle operazioni da mettere in atto per ottenere il miglior risultato, il solo esame dell’apparato estetico-formale di un oggetto architettonico non è utile, né sufficiente, a comprendere le ragioni di un’architettura, a spiegare quali siano le motivazioni e quali i processi utili e necessari a trasformare determinati bisogni in spazio, struttura e forma, dunque in architettura. Tale esame visivo, infatti, essendo una operazione a posteriori, è perciò cronologicamente conseguenziale e interpretativo, dunque anche potenzialmente soggettivo perché vi entrano in gioco memorie, pattern di riferimento, elaborazione di archetipi, metafore e altro ancora di chi effettua la lettura, ciò che Umberto Eco ha chiamato sovrainterpretazione.
Premesso che la comunicazione si basa su qualità essenziali, la dimensione comunicativa dell’architettura non è in discussione in questa sede perché «[…] La pratica teorica dell’architettura può assumere […] l’analogia tra struttura del processo di produzione architettonica e struttura del processo di produzione linguistica, tra sistema architettonico e sistema di simboli […]»[2] (Scarano 1988).
In questa sede si vuole invece sottolineare che la pratica progettuale produce l’oggetto architettonico che si realizza attraverso una determinata configurazione (formale e strutturale) dello spazio all’interno di una compagine ambientale in cui si compiono le azioni umane:
- Pratica sociale → definisce i bisogni e le funzioni
- Pratica teorica → trasforma gli assunti teorici in progetto
- Pratica tecnica → supporta tecnicamente (e tecnologicamente) la pratica teorica
- Pratica spaziale → definisce e configura l’appropriatezza degli spazi
Seguendo questa prassi, analizzare la “compagine ambientale” in cui il manufatto si inserirà è un’azione di partenza, assolutamente fondamentale nel processo di organizzazione dei fattori che entrano a far parte della matrice progettuale; tale compagine ambientale racchiude non solo il limitato contesto di intervento architettonico ma inevitabilmente include la dimensione ecosistemica del contesto, con i suoi disequilibri e le sue urgenze, ma anche con le sue potenzialità. Se essa sia uno spazio vuoto oppure sia un costruito esistente, i processi e le procedure teoriche e progettuali non sono differenti:
- un progetto ex novo si riferisce a un’area di sedime libera inserita comunque in un contesto più ampio;
- il progetto di riqualificazione ha come area di sedime il “pieno”, ossia il costruito esistente, con il suo codice genetico che definisce limiti, potenzialità e opportunità d’intervento, anche questo inserito in un contesto più ampio.
«La denotazione “progetto dell’esistente” esplicita un capovolgimento assai profondo e radicale dell’architettura, il progetto non è più concepito nell’univoca previsione di quanto ancora non dato (il nuovo prodotto, il nuovo edificio, la nuova città, la nuova immagine del territorio) ma in quella dei mutamenti relativi e parziali di quanto già dato: prodotti edifici, sistemi fisici e immagini che già esistono» [3] (di Battista, Pinto, Fontana 1995).
«Nel “progetto dell’esistente” ciò che già esiste è invece il soggetto, è esso che dichiara i propri limiti e le proprie potenzialità; è il sistema stesso che rivela all’osservatore le proprie specifiche opportunità di conservazione o trasformazione. L’esistente diviene, insomma, il portatore di un proprio codice che è indispensabile conoscere per concepire qualsiasi progetto di esso. È come dire che le previsioni vanno esercitate sul futuro di quanto esiste, tenendo conto della natura e del tipo di azioni che su di esso potranno esercitarsi in base al suo “codice genetico” e che questo codice va estrapolato da un’attenta e preventiva ricerca sulle sue connotazioni storiche e fisiche. […] La nuova complessità proposta dal “progetto dell’esistente” pone la necessità di adeguare metodologie e strumenti operativi» (Nesi[4] 2010).
«L’architettura sarebbe allora qualcosa che deriva da un unico archetipo che si invera in mille idee diverse e che si trasforma in oggetto mantenendo in sé questo nucleo originario. La topologia ci aiuta a concepire questo processo di metamorfosi perché studia lo spazio topologico e le infinite figure ottenibili per omeomorfismo tenendo ferme alcune qualità sostanziali […] Questa idea di un ente in continua possibile trasformazione richiama la teoria heideggeriana[5] nel rapporto tra passato e avvenire. […] L’inesauribile potenza metamorfica dell’iniziale è proprio ciò che si manifesta nell’inesauribile serie di figure architettoniche create dall’uomo, che non possono liberarsi di quell’archetipo inventato – come afferma Vitruvio – non solo per difendersi dalle intemperie, ma per il gusto di stare insieme dentro qualcosa di costruito. […] Trasformare, trasformarsi, dunque, è qualcosa di implicito nell’essenza dell’architettura, è in un certo senso il suo destino, ma forse è giusto che il legame inevitabile con l’iniziale non sia abbandonato all’inconscio, ma consolidato nella consapevolezza»[6] (Portoghesi 2012).
Il paradigma degli interventi sul costruito esistente si compone di una pluralità di elementi: è possibile agire in differenti modi, fino a inserire nuove funzioni, nuovi volumi e nuove morfologie per ottenere nuovi spazi, ottenendo metamorfosi della struttura profonda (deep structure) e/o metamorfosi della struttura di superficie (surface structure) dell’esistente; tutto ciò senza consumare aree libere e luoghi destinabili ad attività collettive, contribuendo a raggiugere obiettivi di ecosostenibilità.
L’architetto che progetta l’esistente, con l’attitudine alla sintesi creativa che è propria della progettazione, quando esce dalla sua zona di comfort che la storia gli ha attribuito, può e deve farsi carico dell’operazione di lettura, di reinterpretazione e di sovra-scrittura e, attraverso un vocabolario rinnovato e strumenti di innovazione tecnologica, si orienta verso il rinnovo morfologico del costruito esistente.
In definitiva, la progettazione per la ri-qualificazione di edifici residenziali pubblici può diventare propositiva (active design) se utilizza l’innovazione tecnologica e l’innovazione di processo[7]. Così operando, diventa laboratorio attivo di una molteplicità di saperi, apparentemente disgiunti, che, includendo quelli storicamente costituenti la grammatica e la sintassi dell’architettura, declinano nuove metodologie di approccio quali la flessibilità, la resilienza, la sostenibilità e la compatibilità ecologica.
«In questo senso lo sviluppo sostenibile degli insediamenti si attua attraverso un approccio strategico integrato e innovativo che propone di ripensare le pratiche dell’architettura attraverso due strategie fondamentali:
- la sostenibilità quale matrice del progetto perché, andando oltre la fisicità dello spazio che l’architettura delimita, assimilando modelli bioclimatici tradizionali (invisibili) e integrandoli con sistemi tecnologici innovativi (visibili), inclusi nuovi materiali, il metaprogetto stabilisce un legame profondo con l’ambiente/contesto
- il dialogo tra manufatto e contesto perché l’approccio integrale ottimizza gli interventi attraverso soluzioni passive e bioclimatiche di area più ampia, migliorando il payback period e l’impronta ecologica.
L’innovazione tecnologica è complementare se include strategie operative e di metodo, specifiche per il settore delle costruzioni, attraverso le quali incrementare le possibilità di prefigurare e di gestire virtualmente il progetto basandosi sul flusso dei dati raccolti. La valutazione generale, anche energetica e dei costi in fase di esercizio, diventa possibile fin dalla fase di progettazione, con possibilità di una valutazione globale dell’intero ciclo di vita del manufatto» [8] (Frate 2015).
All’interno di questo nuovo sistema complesso di relazioni, il “progetto di architettura” trova la sua più coerente dimensione se si inserisce come strumento operativo che, partendo dall’indagine per un possibile cambiamento dell’esistente, utilizzando l’innovazione tecnologica e finalizzando le azioni all’attuazione del potenziale di trasformazione edilizia e urbana che i vari contesti richiedono/offrono, sia capace di metabolizzare senso e misura di tale complessità, trasformandola in spazi, luoghi, contesti e manufatti in cui i comportamenti degli uomini si possano compiere con equilibrio, inclusività, completezza ed efficacia (Radogna 2013).
L’innovazione immateriale, dunque, sta proprio nell’ampliare il concetto di progetto di architettura e di includere l’esistente con la sua potenza metamorfica, equiparandolo al luogo vuoto che accoglie il progetto ex novo. L’innovazione materiale, invece, conformemente all’evoluzione del momento, in coerenza con i tempi e con la contemporaneità, sceglie e adotta tecniche e tecnologie appropriate.
Tre considerazioni appaiono importanti, due delle quali riguardano gli aspetti estetico-formali:
- il raggiungimento di elevati livelli qualitativi è possibile solo se si attua una completa e approfondita analisi dell’ambiente fisico e sociale, dei suoi caratteri e bisogni, delle criticità e opportunità (meglio ancora se all’interno di processi più ampi);
- maggiore è la debolezza qualitativa dei contesti e degli edifici e maggiore è la possibilità di intervento in termini di proposte estetico-formali, non presentandosi la necessità di valutare e tenere in debita considerazione le tracce originarie;
- se ben definite priorità e opportunità di intervento, obiettivi e risultati attesi insieme alla ottimizzazione dei costi, i migliori risultati di riqualificazione si hanno quando, dalla sintesi dei dati posti nella matrice del progetto, a partire dall’unico archetipo citato da Paolo Portoghesi («L’architettura sarebbe allora qualcosa che deriva da un unico archetipo che si invera in mille idee diverse e che si trasforma in oggetto mantenendo in sé questo nucleo originario»), prorompe una idea di progetto forte, capace di leggere e trasformare esigenze, problematicità e soluzioni in valore estetico-formale, divenendo una componente significativa della qualità complessiva dell’intervento (metamorfosi).
Essere originale, come anticipava Gaudì, è rivolgersi alle origini, indagare l’archetipo: «Senza l’illusione di pensare e di produrre un nuovo che corrisponda alla scoperta di un inesplorato luogo dell’origine prima sconosciuti non c’è alcuna possibilità per l’architettura. […] l’architettura di questi ultimi anni sembra rifiutare di crescere sulla propria storia. Essa si rivolge all’arte come all’unico ambito di una sua possibile rigenerazione. Nel frattempo la stessa arte aspira a una totalità pervasiva, proponendosi come il modello più alto per ogni manifestazione dell’esistenza umana, più alto anche della religione. L’architettura è entrata così in una competizione serrata con sé stessa, in un’ansia che non le consente di sedimentarsi ma che la obbliga a superarsi opera dopo opera»[9] (Purini 2000).
L’architettura diventa quindi un processo e non un prodotto e poiché la qualità dei risultati dipende dalla qualità dei processi, l’esito progettuale è in stretta relazione con la prassi. In sintesi, il progetto d’architettura assume così un ruolo strategico perché:
- Generato dalle necessità di riqualificazione morfologica e funzionale che i contesti (fisici e umani) richiedono,
- Tarato su obiettivi ecologici e sostenibili che lo pongono in una più corretta relazione con la natura,
- Attuando quei processi di rigenerazione utili al benessere dell’uomo e dell’ambiente,
- Sostenuto dall’innovazione tecnologica che lo guida,
- Produce nuove qualità estetico/formali basate sulla interrelazione di più saperi, perciò più ampie e condivise.
[1] ARCH’IT seminario http://www.architettura.it/seminario.Nel sito web non sono riportati ulteriori riferimenti cronologici o editoriali.
[2] Cfr Rolando Scarano, Processi di generazione della configurazione architettonica, Napoli 1988 pagg. 58-60.
[3] Valerio Di Battista, Carlotta Fontana, Maria Rita Pinto (a cura di), Flessibilità e riuso, Firenze 1995, pagg. 41-50.
[4] Attilio Nesi, LSF 2009-10 – “PROGETTARE L’ESISTENTE” Questioni di recupero e riuso, https://www.unirc.it/documentazione/materiale_didattico/597_2009_223_5086.doc.
[5] Nella sua prima conferenza di Friburgo, Heidegger ha affermato non è affatto vero che la storia non porta niente di nuovo ma è vero invece che possiede “l’inesauribile potenza metamorfica dell’iniziale” che coglie l’essenza del “già stato”.
[6] Paolo Portoghesi in Materia n.44-45, Milano 2012, pagg. 35-39.
[7] Mariangela Bellomo, Tecnologie e processi di riqualificazione edilizia e urbana. I casi dei quartieri di Sant’Eusebio a Cinisello Balsamo e di Gratosoglio a Milano, in Atti del Convegno Internazionale Abitare il futuro. Dopo Copenhagen 2010, pagg. 1044-1054.
[8] Maria Carmela Frate, in Atti del convegno internazionale Abitare insieme, Napoli 2015, 3° edizione “Processualità nel progetto di architettura ecosostenibile”, Diarc, Università Federico II di Napoli pagg. 1287-1297.
[9] Franco Purini, Comporre l’architettura, Bari 2000, pagg.169-170.
- il progetto ecosostenbile dell’esistente è il prodotto estetico-formale di un processo. Dalla “potenza metamorfica iniziale” alla “metamorfosi finale”
Con riferimento al tema “Comunicazione, linguaggio e segni” enunciato in precedenza, contiguo ma non centrale in questo studio, si annota che negli ultimi decenni la produzione architettonica ha espresso un potenziamento dell’aspetto segnico dell’architetturaal punto da privilegiare così tanto la componente estetico-formale (linguaggio) da farla diventare prevalente criterio di generazione dell’oggetto architettonico e prioritario criterio di valutazione e di gerarchizzazione della qualità architettonica, spesso a discapito della stessa ragione di essere dell’oggetto architettonico.
«Su questo argomento si sono scervellati negli anni Sessanta e Settanta fior di intelligenze. Era il periodo in cui andava di moda la linguistica e l’allora giovane semiologo Umberto Eco insegnava nella facoltà di architettura di Firenze. Poi, come succede spesso nel campo dei fenomeni culturali, a un certo punto si è pensato che queste questioni non potevano essere risolte. E in poco tempo è caduto il silenzio sull’argomento. Nel senso che il campo è stato lasciato libero a pochi specialisti, talmente specialisti che faticano a capirsi anche tra loro. Ripercorrendo a distanza di tempo quelle interminabili discussioni, oggi possiamo dire che molte erano scarsamente rilevanti, altre poste in modo sbagliato. Tuttavia, dal dibattito sono emersi anche alcuni punti fermi, di grande rilevanza, con i quali è bene che chi si occupa di architettura si confronti. Il primo è che l’architettura è un linguaggio sui generis. Innanzitutto perché non si sono mai trovate regole che permettessero di affermare che la tale parola architettonica ha un significato univoco. Mentre, nel linguaggio scritto o verbale che usiamo tutti i giorni riusciamo subito a individuarlo. […]Tuttavia pensare che l’architettura si limiti a darci indicazioni su come usarla [l’architettura] sarebbe un grave errore. L’architettura ci parla di tante cose – di forme, di armonie e di disarmonie, di concezioni del mondo – e voler ridurre tutto il suo linguaggio a un codice funzionale sarebbe come voler pensare che nell’uomo la bocca indicherebbe la possibilità di introdurre cibo, le mani la capacità di scrivere e di manovrare oggetti, e il cuore servirebbe a pompare sangue, dimenticando significati più alti e più complessi. […] Il secondo motivo di difficoltà è che non vi è nulla in architettura che rassomigli alla grammatica o alla sintassi del linguaggio comune. Cioè nulla che ci dica in che modo le singole parole debbano essere collegate tra di loro per formare frasi di senso compiuto» [1] (Prestinenza Puglisi).
Questo serve ad affermare che, per una corretta e completa analisi critica del processo progettuale, inteso come l’insieme delle operazioni da mettere in atto per ottenere il miglior risultato, il solo esame dell’apparato estetico-formale di un oggetto architettonico non è utile, né sufficiente, a comprendere le ragioni di un’architettura, a spiegare quali siano le motivazioni e quali i processi utili e necessari a trasformare determinati bisogni in spazio, struttura e forma, dunque in architettura. Tale esame visivo, infatti, essendo una operazione a posteriori, è perciò cronologicamente conseguenziale e interpretativo, dunque anche potenzialmente soggettivo perché vi entrano in gioco memorie, pattern di riferimento, elaborazione di archetipi, metafore e altro ancora di chi effettua la lettura, ciò che Umberto Eco ha chiamato sovrainterpretazione.
Premesso che la comunicazione si basa su qualità essenziali, la dimensione comunicativa dell’architettura non è in discussione in questa sede perché «[…] La pratica teorica dell’architettura può assumere […] l’analogia tra struttura del processo di produzione architettonica e struttura del processo di produzione linguistica, tra sistema architettonico e sistema di simboli […]»[2] (Scarano 1988).
In questa sede si vuole invece sottolineare che la pratica progettuale produce l’oggetto architettonico che si realizza attraverso una determinata configurazione (formale e strutturale) dello spazio all’interno di una compagine ambientale in cui si compiono le azioni umane:
- Pratica sociale → definisce i bisogni e le funzioni
- Pratica teorica → trasforma gli assunti teorici in progetto
- Pratica tecnica → supporta tecnicamente (e tecnologicamente) la pratica teorica
- Pratica spaziale → definisce e configura l’appropriatezza degli spazi
Seguendo questa prassi, analizzare la “compagine ambientale” in cui il manufatto si inserirà è un’azione di partenza, assolutamente fondamentale nel processo di organizzazione dei fattori che entrano a far parte della matrice progettuale; tale compagine ambientale racchiude non solo il limitato contesto di intervento architettonico ma inevitabilmente include la dimensione ecosistemica del contesto, con i suoi disequilibri e le sue urgenze, ma anche con le sue potenzialità. Se essa sia uno spazio vuoto oppure sia un costruito esistente, i processi e le procedure teoriche e progettuali non sono differenti:
- un progetto ex novo si riferisce a un’area di sedime libera inserita comunque in un contesto più ampio;
- il progetto di riqualificazione ha come area di sedime il “pieno”, ossia il costruito esistente, con il suo codice genetico che definisce limiti, potenzialità e opportunità d’intervento, anche questo inserito in un contesto più ampio.
«La denotazione “progetto dell’esistente” esplicita un capovolgimento assai profondo e radicale dell’architettura, il progetto non è più concepito nell’univoca previsione di quanto ancora non dato (il nuovo prodotto, il nuovo edificio, la nuova città, la nuova immagine del territorio) ma in quella dei mutamenti relativi e parziali di quanto già dato: prodotti edifici, sistemi fisici e immagini che già esistono» [3] (di Battista, Pinto, Fontana 1995).
«Nel “progetto dell’esistente” ciò che già esiste è invece il soggetto, è esso che dichiara i propri limiti e le proprie potenzialità; è il sistema stesso che rivela all’osservatore le proprie specifiche opportunità di conservazione o trasformazione. L’esistente diviene, insomma, il portatore di un proprio codice che è indispensabile conoscere per concepire qualsiasi progetto di esso. È come dire che le previsioni vanno esercitate sul futuro di quanto esiste, tenendo conto della natura e del tipo di azioni che su di esso potranno esercitarsi in base al suo “codice genetico” e che questo codice va estrapolato da un’attenta e preventiva ricerca sulle sue connotazioni storiche e fisiche. […] La nuova complessità proposta dal “progetto dell’esistente” pone la necessità di adeguare metodologie e strumenti operativi» (Nesi[4] 2010).
«L’architettura sarebbe allora qualcosa che deriva da un unico archetipo che si invera in mille idee diverse e che si trasforma in oggetto mantenendo in sé questo nucleo originario. La topologia ci aiuta a concepire questo processo di metamorfosi perché studia lo spazio topologico e le infinite figure ottenibili per omeomorfismo tenendo ferme alcune qualità sostanziali […] Questa idea di un ente in continua possibile trasformazione richiama la teoria heideggeriana[5] nel rapporto tra passato e avvenire. […] L’inesauribile potenza metamorfica dell’iniziale è proprio ciò che si manifesta nell’inesauribile serie di figure architettoniche create dall’uomo, che non possono liberarsi di quell’archetipo inventato – come afferma Vitruvio – non solo per difendersi dalle intemperie, ma per il gusto di stare insieme dentro qualcosa di costruito. […] Trasformare, trasformarsi, dunque, è qualcosa di implicito nell’essenza dell’architettura, è in un certo senso il suo destino, ma forse è giusto che il legame inevitabile con l’iniziale non sia abbandonato all’inconscio, ma consolidato nella consapevolezza»[6] (Portoghesi 2012).
Il paradigma degli interventi sul costruito esistente si compone di una pluralità di elementi: è possibile agire in differenti modi, fino a inserire nuove funzioni, nuovi volumi e nuove morfologie per ottenere nuovi spazi, ottenendo metamorfosi della struttura profonda (deep structure) e/o metamorfosi della struttura di superficie (surface structure) dell’esistente; tutto ciò senza consumare aree libere e luoghi destinabili ad attività collettive, contribuendo a raggiugere obiettivi di ecosostenibilità.
L’architetto che progetta l’esistente, con l’attitudine alla sintesi creativa che è propria della progettazione, quando esce dalla sua zona di comfort che la storia gli ha attribuito, può e deve farsi carico dell’operazione di lettura, di reinterpretazione e di sovra-scrittura e, attraverso un vocabolario rinnovato e strumenti di innovazione tecnologica, si orienta verso il rinnovo morfologico del costruito esistente.
In definitiva, la progettazione per la ri-qualificazione di edifici residenziali pubblici può diventare propositiva (active design) se utilizza l’innovazione tecnologica e l’innovazione di processo[7]. Così operando, diventa laboratorio attivo di una molteplicità di saperi, apparentemente disgiunti, che, includendo quelli storicamente costituenti la grammatica e la sintassi dell’architettura, declinano nuove metodologie di approccio quali la flessibilità, la resilienza, la sostenibilità e la compatibilità ecologica.
«In questo senso lo sviluppo sostenibile degli insediamenti si attua attraverso un approccio strategico integrato e innovativo che propone di ripensare le pratiche dell’architettura attraverso due strategie fondamentali:
- la sostenibilità quale matrice del progetto perché, andando oltre la fisicità dello spazio che l’architettura delimita, assimilando modelli bioclimatici tradizionali (invisibili) e integrandoli con sistemi tecnologici innovativi (visibili), inclusi nuovi materiali, il metaprogetto stabilisce un legame profondo con l’ambiente/contesto
- il dialogo tra manufatto e contesto perché l’approccio integrale ottimizza gli interventi attraverso soluzioni passive e bioclimatiche di area più ampia, migliorando il payback period e l’impronta ecologica.
L’innovazione tecnologica è complementare se include strategie operative e di metodo, specifiche per il settore delle costruzioni, attraverso le quali incrementare le possibilità di prefigurare e di gestire virtualmente il progetto basandosi sul flusso dei dati raccolti. La valutazione generale, anche energetica e dei costi in fase di esercizio, diventa possibile fin dalla fase di progettazione, con possibilità di una valutazione globale dell’intero ciclo di vita del manufatto» [8] (Frate 2015).
All’interno di questo nuovo sistema complesso di relazioni, il “progetto di architettura” trova la sua più coerente dimensione se si inserisce come strumento operativo che, partendo dall’indagine per un possibile cambiamento dell’esistente, utilizzando l’innovazione tecnologica e finalizzando le azioni all’attuazione del potenziale di trasformazione edilizia e urbana che i vari contesti richiedono/offrono, sia capace di metabolizzare senso e misura di tale complessità, trasformandola in spazi, luoghi, contesti e manufatti in cui i comportamenti degli uomini si possano compiere con equilibrio, inclusività, completezza ed efficacia (Radogna 2013).
L’innovazione immateriale, dunque, sta proprio nell’ampliare il concetto di progetto di architettura e di includere l’esistente con la sua potenza metamorfica, equiparandolo al luogo vuoto che accoglie il progetto ex novo. L’innovazione materiale, invece, conformemente all’evoluzione del momento, in coerenza con i tempi e con la contemporaneità, sceglie e adotta tecniche e tecnologie appropriate.
Tre considerazioni appaiono importanti, due delle quali riguardano gli aspetti estetico-formali:
- il raggiungimento di elevati livelli qualitativi è possibile solo se si attua una completa e approfondita analisi dell’ambiente fisico e sociale, dei suoi caratteri e bisogni, delle criticità e opportunità (meglio ancora se all’interno di processi più ampi);
- maggiore è la debolezza qualitativa dei contesti e degli edifici e maggiore è la possibilità di intervento in termini di proposte estetico-formali, non presentandosi la necessità di valutare e tenere in debita considerazione le tracce originarie;
- se ben definite priorità e opportunità di intervento, obiettivi e risultati attesi insieme alla ottimizzazione dei costi, i migliori risultati di riqualificazione si hanno quando, dalla sintesi dei dati posti nella matrice del progetto, a partire dall’unico archetipo citato da Paolo Portoghesi («L’architettura sarebbe allora qualcosa che deriva da un unico archetipo che si invera in mille idee diverse e che si trasforma in oggetto mantenendo in sé questo nucleo originario»), prorompe una idea di progetto forte, capace di leggere e trasformare esigenze, problematicità e soluzioni in valore estetico-formale, divenendo una componente significativa della qualità complessiva dell’intervento (metamorfosi).
Essere originale, come anticipava Gaudì, è rivolgersi alle origini, indagare l’archetipo: «Senza l’illusione di pensare e di produrre un nuovo che corrisponda alla scoperta di un inesplorato luogo dell’origine prima sconosciuti non c’è alcuna possibilità per l’architettura. […] l’architettura di questi ultimi anni sembra rifiutare di crescere sulla propria storia. Essa si rivolge all’arte come all’unico ambito di una sua possibile rigenerazione. Nel frattempo la stessa arte aspira a una totalità pervasiva, proponendosi come il modello più alto per ogni manifestazione dell’esistenza umana, più alto anche della religione. L’architettura è entrata così in una competizione serrata con sé stessa, in un’ansia che non le consente di sedimentarsi ma che la obbliga a superarsi opera dopo opera»[9] (Purini 2000).
L’architettura diventa quindi un processo e non un prodotto e poiché la qualità dei risultati dipende dalla qualità dei processi, l’esito progettuale è in stretta relazione con la prassi. In sintesi, il progetto d’architettura assume così un ruolo strategico perché:
- Generato dalle necessità di riqualificazione morfologica e funzionale che i contesti (fisici e umani) richiedono,
- Tarato su obiettivi ecologici e sostenibili che lo pongono in una più corretta relazione con la natura,
- Attuando quei processi di rigenerazione utili al benessere dell’uomo e dell’ambiente,
- Sostenuto dall’innovazione tecnologica che lo guida,
- Produce nuove qualità estetico/formali basate sulla interrelazione di più saperi, perciò più ampie e condivise.
[1] ARCH’IT seminario http://www.architettura.it/seminario.Nel sito web non sono riportati ulteriori riferimenti cronologici o editoriali.
[2] Cfr Rolando Scarano, Processi di generazione della configurazione architettonica, Napoli 1988 pagg. 58-60.
[3] Valerio Di Battista, Carlotta Fontana, Maria Rita Pinto (a cura di), Flessibilità e riuso, Firenze 1995, pagg. 41-50.
[4] Attilio Nesi, LSF 2009-10 – “PROGETTARE L’ESISTENTE” Questioni di recupero e riuso, https://www.unirc.it/documentazione/materiale_didattico/597_2009_223_5086.doc.
[5] Nella sua prima conferenza di Friburgo, Heidegger ha affermato non è affatto vero che la storia non porta niente di nuovo ma è vero invece che possiede “l’inesauribile potenza metamorfica dell’iniziale” che coglie l’essenza del “già stato”.
[6] Paolo Portoghesi in Materia n.44-45, Milano 2012, pagg. 35-39.
[7] Mariangela Bellomo, Tecnologie e processi di riqualificazione edilizia e urbana. I casi dei quartieri di Sant’Eusebio a Cinisello Balsamo e di Gratosoglio a Milano, in Atti del Convegno Internazionale Abitare il futuro. Dopo Copenhagen 2010, pagg. 1044-1054.
[8] Maria Carmela Frate, in Atti del convegno internazionale Abitare insieme, Napoli 2015, 3° edizione “Processualità nel progetto di architettura ecosostenibile”, Diarc, Università Federico II di Napoli pagg. 1287-1297.
[9] Franco Purini, Comporre l’architettura, Bari 2000, pagg.169-170.

