PAESAGGI STORICI E ARCHEOLOGICI: INTEGRAZIONE PAESAGGISTICA DEL PATRIMONIO STORICO
PROMOZIONE E VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE
Maria Carmela Frate
Il paesaggio, a mio parere, è sempre storico, non esiste un paesaggio senza la sua storia e questa storia può essere più o meno recente. In sostanza il paesaggio non è natura spontanea immutabile ma include le tracce dell’uomo lasciate nel tempo.
Infatti, usiamo il termine paesaggio perché espressioni ricorrenti quali territorio o ambiente non sono più in grado di offrire una lettura complessa del circostante.
Sebbene il termine paesaggio sfugga a definizioni, è paesaggio tutto ciò che ci circonda, con la sua variegatezza di forme, di colori, di consistenza, di memoria e di storia. …. Perciò è paesaggio la montagna, il lago, la palude; …..ma non solo questo…
A ciò va associata la dimensione agraria (un terrazzamento, un fosso, un canale, un filare, una siepe, un mulino), la dimensione del costruito (si pensi per esempio alle residenze operaie lungo il Menotre, agli agglomerati urbani), e da qui la dimensione antropologica della memoria.
In questo senso, il concetto di paesaggio coglie il legame materiale e quello immateriale che c’è tra noi e il ‘contesto’ perciò trova un significato più ampio quando utilizziamo il termine al plurale “i paesaggi”, intendendo con ciò la molteplicità del circostante.
Qui, nel circostante, è possibile percepire le qualità specifiche correlate al contesto, (quindi al clima, alla geografia ma anche alla cultura e alla storia di chi ha abitato e di chi abita tuttora quel luogo).
Queste riflessioni introducono due aspetti
· l’aspetto temporale – Passato e presente e quindi la dimensione storica e/o archeologica
· l’aspetto contestuale ossia – Natura e cultura e quindi la dimensione naturalistica e antropologica
Esplicitando meglio, il Paesaggio diventa quella condizione che si è generata nel tempo come risultato delle interazioni tra luoghi naturali e azione dell’uomo il quale, per i suoi bisogni, ha introdotto nella natura quelle trasformazioni utili alla sua vita (ossia ha impiantato vigneti, oliveti o parchi; ha costruito città, villaggi, castelli, abbazie, mulini), in sostanza ha introdotto una seconda natura, indirizzata alla propria esistenza.
In tutto questo l’elemento invariante è la presenza trasversale dell’uomo intesa come comunità che – nel tempo – ha agito nel luogo e con il luogo attribuendo specifici valori divenuti espressione dell’attività umana, stratificati nel tempo.
Dunque, in questo senso, il paesaggio è sempre storico, non esiste un paesaggio senza la sua storia. E se questo è vero, è vero anche che ogni storia è stata determinata non solo da costruzioni ma anche da distruzioni (non escluse guerre, terremoti o altre attività antropiche) producendo contemporaneamente sia quelle meraviglie e che quegli errori che ci circondano.
Nella trasformazione dei nostri territori, l’introduzione di nuovi modelli di sviluppo economico e produttivo è stato sempre un fattore determinante perchè ha generato il mutamento dei rapporti sociali e delle condizioni di vita, con conseguenti riflessi sul contesto fisico dei luoghi.
Infatti, nel paesaggio, accanto ai pre-esistenti edifici storici (castelli, abbazie, ville cardinalizie, mulini) troviamo tutte quelle costruzioni produttive più o meno recenti quali cartiere, centrali elettriche, opifici vari e fabbriche.
Con la loro attività “estensiva” hanno determinato l’assetto topografico di ampie aree dei nostri territori e delle nostre città, perciò il loro effetto non è dissimile – né è di minore rilevanza – rispetto alle tracce topografiche lasciate dalle centuriazioni o dai castra romani.
Le trasformazioni più recenti, quelle tardo-ottocentesche e novecentesche, sono avvenute purtroppo in un tempo così breve da non consentire la loro “stratificazione e il loro radicamento” al punto da apparire come appendici isolate e improprie, decontestualizzate, se non addirittura distopiche. In questo senso il paesaggio oggi è il risultato
– sia di ciò che la storia ha già metabolizzato
– che di ciò che la stessa storia recente forse (da sola) non riesce a metabolizzare.
Quasi tutti questi insediamenti produttivi (ormai archeologia industriale) sono stati abbandonati perché obsoleti oppure perché le loro funzioni e le loro tecnologie sono state fagocitate da altre più recenti.
Vanno perciò ad accrescere quel patrimonio storico sottoutilizzato (o non utilizzato) di cui è complesso individuare un uso compatibile. Inevitabilmente abitare un castello non è economicamente sostenibile, nella stessa misura in cui una cartiera ad acqua è ormai obsoleta.
La conseguenza più deleteria è che questo abbandono trascina con sé anche le aree contermini non solo in quanto luogo fisico ma anche come luogo di socialità – diventando perciò catalizzatore negativo, disgregatore di comunità.
Non di rado, in questi luoghi, si corre il rischio che sviluppatori intraprendenti (quando incontrano amministratori consenzienti o privi di progettualità) possano proporre operazioni pesanti tese a demolire o trasformare gli stessi edifici oppure a saturare quelle aree libere che li circondano e che hanno contribuito a definire l’identità del luogo.
Questa evenienza inevitabilmente – per le comunità che vi hanno abitato e che in qualche caso ancora vi abitano – diventa perdita di memoria e di identità.
In sintesi, oltre alle aree dismesse e agli edifici inutilizzati, fanno parte del paesaggio anche quelle zone buffer tra campagna e centro abitato, tra spiaggia e costruito contiguo, tra una villa cardinalizia e il suo circostante.
Tali zone (talvolta molto strette ma spesso molto ampie) hanno connotati indefiniti. Sorte forse con l’intento positivo di salvaguardare il bene tenendosi a distanza, sono divenute repository di abbandoni, perché di fatto sfuggite al governo dei luoghi
Tutto questo attribuisce disorganicità, con quella indefinitezza tra una identità e l’altra, generando i cosiddetti luoghi di margine o transizione, di cui non si conosce bene la storia, né la possibilità evolutiva, dove ha avuto un effetto negativo l’assenza di una vera e propria capacità progettuale.
Eterotopie le chiama Michel Foucault. Sono “spazi altri”, intesi come spazi di sottrazione in cui, tuttavia, è possibile sviluppare un’esperienza alternativa del reale, in cui si auto-generano realtà spazio-temporali a sé stanti.
Insomma sono spazi che posseggono comunque una vita propria, una loro dimensione e, sebbene privi di riferimenti definiti, hanno regole autonome, l’entrarvi diventa un fatto casuale, il risiedervi o la permanenza necessitano la ricerca di un senso.
È qui allora che bisogna agire, saper riconoscere le relazioni tra il tangibile e i comportamenti, tra i valori culturali di una comunità e i suoi bisogni; e poi saperli governare in un processo coerente e integrato, procedendo in maniera sistemica e non sommativa.
Infatti tutto deve essere pensato secondo una continuità spazio-temporale, superando i limiti di un approccio basato sull’antitesi
– costruito/non costruito,
– ambiente urbano/ambiente rurale,
– valore storico/contemporaneità
Poiché il paesaggio è dinamico, è necessaria non solo la tutela dell’esistente, intesa anche come azione di recupero e restauro, ma il programma e il progetto del nuovo. Tutto questo con l’obiettivo di costruire non solo “bei paesaggi” ma un “buon governo del paesaggio”.
I luoghi storici (edifici e contesti, anche quelli produttivi) sono alla base dell’identità locale e del “senso di appartenenza” di una comunità, perciò la loro salvaguardia va vista in una dimensione ampia e organica, non autarchica e neppure interstiziale ma connessa alle altre parti del territorio.
È evidente che occorre avviare un processo di rivalutazione dell’esistente teso a ripensare i paesaggi in termini di identità culturale, vivibilità e sostenibilità.
Vale a dire che recuperare e riutilizzare edifici e aree dismesse, di qualunque epoca e qualunque matrice esse abbiano, significa dare loro una seconda possibilità, una seconda vita, ripensando a un ri-uso adattivo, compatibile con le stesse matrici del bene e del luogo.
Questa operazione diventa così una pratica virtuosa perchè l’azione può diventare un rigeneratore sociale e urbano, può generare coesione e condivisione e contribuisce a promuovere buone condizioni di vita.
Uno dei fattori importanti per il buon esito di questo approccio ai contesti dismessi è la corretta individuazione del loro potenziale, finalizzando l’azione all’innesto di quelle nuove relazioni che spesso producono connessioni inaspettate tra le diverse parti della città e del territorio. Ma questa forse è la parte più complessa della conoscenza perché è difficile oggettivizzarla
e perciò merita evidentemente un tipo di conoscenza più percettivo e meno scientifico:
una specie di terza dimensione della conoscenza .
Come dire che analizzare, raccogliere dati, cartografare ogni cosa – fino ad avere una conoscenza minuziosa delle componenti materiali – è sicuramente importante ma non è sufficiente;
è l’immateriale la cosa più difficile da riconoscere e poi capitalizzare in termini di progetto.
Non è un caso, infatti, che in Europa e in Italia, un numero crescente di città stia sperimentando strategie interdisciplinari e collettive per riabilitare quei luoghi divenuti vuoti o dismessi, abbandonati o dimenticati, offrendo loro quella attrattiva che non sia solo momentanea e saltuaria (come è quella quella turistica) ma che diventi parte integrante della vita quotidiana dei luoghi e delle comunità.
Infatti, quest’ultime, le comunità, quando partecipano al processo di trasformazione e di rigenerazione, diventano tutori e custodi dei luoghi e quindi narratori delle loro storie e delle storie dei luoghi
In conclusione, parafrasando il “giardino planetario” di Gilles Clément, possiamo dire che l’insieme dei paesaggi fa sì che tutto il pianeta diventi un unico grande paesaggio di cui l’umanità è il suo custode.
Spetta quindi a tutti noi, indistintamente e secondo individuali possibilità, averne cura, esserne responsabili e continuare a tenerlo in vita.


