(Estratto dal volume Restauro e conservazione del patrimonio storico, Autore: Maria Carmela Frate, 2009)
La raccolta dei dati – La conoscenza dell’edificio per cui è previsto un intervento è la prima operazione da eseguirsi: maggiori sono i dati in nostro possesso, più adeguato sarà il progetto che si realizzerà. Le informazioni immediatamente visibili e rilevabili sono quelle di carattere geometrico e quelle inerenti le superfici. A esse vanno aggiunte le informazioni storiche e documentali, comprese quelle trasmesse oralmente, e, approfondendo sempre più, fino ad arrivare alla conoscenza dei materiali, delle tessiture, delle apparecchiature murarie, dell’evoluzione storica e dello stato di conservazione, solo per citare alcuni aspetti. Tutti questi dati necessitano successivamente di un esame contestuale e coordinato, in maniera che le ipotesi per l’intervento risultino frutto di un’operazione organica che non tralasci nessuno dei dati a disposizione, neppure quelli apparentemente più irrilevanti.

Disegni: Katia Bennati
Il primo esempio proposto riguarda un tipico caso di patrimonio storico diffuso che ha subito notevoli devastazioni: considerato quantitativamente irrilevante, ogni sua alterazione ha trovato giustificazione nella convinzione di non riguardare caratteristiche di unicità ma di poter contare sull’esistenza di innumerevoli testimonianze analoghe. Questa operazione ripetuta infinite volte ha alterato i connotati del costruito tradizionale al punto da non renderli più visibili e riconoscibili: dietro intonaci cementizi di grosso spessore si celano frequentemente apparecchiature murarie di buona fattura, architravature e piattabande tradizionali di qualità, purtroppo in molti casi non più recuperabili. Molte ruspe hanno demolito e cancellato testimonianze e ricchezze culturali più o meno celate e con esse sono state spazzate vie le identità della comunità.
La conoscenza di un edificio, prima di ogni intervento, deve quindi essere mirata alla ricerca e al rilievo anche di tali elementi nascosti.
Il sistema di studio sperimentato su questa costruzione di piccole dimensioni, in parte storica e in parte alterata e priva di notizie documentali, testimonia che, anche con uno studio di moderato impegno, è stato possibile giungere in tempi brevi a una valutazione globale dei valori qualificanti dell’edificio e degli elementi incongrui, rapportandoli allo stato di conservazione generale e alle strutture.
L’agglomerato in esame è ubicato nel comune di Nocera Umbra in provincia di Perugia, località Boschetto. La consulenza svolta ha riguardato solo l’indagine storico-costruttiva e una valutazione qualitativa1; la progettazione è stata eseguita da altri2. Lo studio è stato condotto dapprima con un’indagine sulle cronologie delle fasi esecutive3 e sull’individuazione dei materiali, valutando contestualmente gli elementi impropri per ogni ambito cronologico (Carta tematica n. 1). Successivamente è stato fondamentale l’esame delle strutture e della loro efficienza (Carta tematica n. 2). L’interazione di questi elementi e la loro valutazione ha permesso di formulare i criteri generali per la progettazione.
Il secondo esempio è uno studio eseguito su un bene monumentale, il Convento di Castiglion Fiorentino in provincia di Arezzo4. Per questo genere di fabbrica, è noto, generalmente le risorse finanziarie disponibili permettono anche di realizzare operazioni sofisticate. Esiste, inoltre, nella maggioranza dei casi già sufficiente materiale documentale sulle principali vicende costruttive – e spesso tale materiale è frutto di Tesi di Laurea purtroppo non adeguatamente tenute in considerazione – che supporta le scelte progettuali. Nel caso in specie, l’obiettivo di recuperare un bene monumentale sia dal punto di vista storico-architettonico che dal punto di vista funzionale ha richiesto a priori la definizione di una metodologia d’indagine consona all’immobile e aperta alle molteplici sfaccettature che esso può celare, attuando così un confronto diretto tra le testimonianze antiche di carattere storico-sociale ed economico e le nuove esigenze. La ricorrente definizione dei complessi conventuali come “ambienti confortevoli” è frutto di un processo civile che li ha elevati a “beni” d’interesse collettivo da tutelare. In questa circostanza l’ipotesi di gestione del recupero o della trasformazione parziale si è basata sulla complementarietà di preesistenze e innovazioni riconoscendo che l’edilizia è storia e attualità, come la città e il territorio. Il concetto lo si può riassumere con le parole: “Il nuovo è figlio dell’antico e l’antico, nel suo continuo aggiornamento, è per così dire figlio del nuovo”.
Perugia 2009

