La pratica progettuale sostiene il progetto dell’esistente che è progetto di architettura
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Il progetto di riqualificazione che “trasforma l’esistente” spesso è considerato erroneamente riduttivo rispetto al progetto ex novo dagli stessi architetti e dal sentire comune. Visto nella nobile dimensione “metamorfica” sostenuta da Paolo Portoghesi, diventa un’occasione “creativa”, soprattutto se l’operazione è condotta secondo un rinnovato processo (innovazione immateriale) capace di contenere il rispetto per l’ambiente, la conoscenza dei contesti e le potenzialità della tecnologia.
Acquisendo i parametri della disponibilità alla trasformazione che l’esistente possiede, il progetto, in questo caso riferito all’housing sociale, deve coniugare i nuovi modelli abitativi contemporanei con l’aumento della funzionalità globale dell’edificio, con il miglioramento dell’efficienza tecnologica ed energetica e con un riequilibrio dei rapporti sociali.
In questo processo, l’architetto, uscendo dalla sua comfort zone, esercita la sua capacità interpretativa e propositiva, attraverso il suo compito progettuale e la sua volontà d’arte che propongono un’estetica della riqualificazione ecosostenibile che non sia solo tecnica o solo artistica ma che sia soprattutto sociale.
«L’architettura come metafora di una società democratica, dunque. In questa luce anche le parole spazio (space) e tempo (time), che hanno caratterizzato le conquiste dell’architettura moderna da Giedon in poi, dovranno cambiare in luogo (place) ed evento (event), a caratterizzare il fatto che lo spazio è il luogo dove si incontrano gli uomini e il tempo è la dimensione nella quale accadono gli avvenimenti della vita, che sono insieme individuali e sociali»[1] (Prestinenza Puglisi 2014).
- Il progetto di architettura
Per “progetto di architettura” si intende l’esito di una procedura ragionata e sistematizzata che ha come risultato un oggetto architettonico pensato per uno specifico contesto con il quale si relaziona. Tale oggetto è atto a svolgere la preventivata funzione, definita sulla base dei bisogni e delle necessità individuate. In sostanza, il progetto di architettura sistematizza e pone in relazione le informazioni e i dati che intercetta e/o deve intercettare e, come in una matrice matematica, sintetizza tali componenti in un output (procedura progettuale).
Non si distinguerà in questa sede tra progetto realizzato e progetto non realizzato perché entrambi infatti sono output di una prassi progettuale[2]; questo non perché tale distinzione sia irrilevante ma solo perché lo studio è finalizzato principalmente ad approfondire e analizzare criticamente le coordinate che fino a oggi sono state alla base della matrice progettuale per rilevarne limiti e potenzialità, per individuare nuovi parametri in relazione alle mutate condizioni dei contesti sociali e urbani e ai mutati bisogni dei cittadini ma soprattutto in relazione ai dati che riguardano il progetto dell’esistente.
Non si distinguerà neppure tra progetto di un singolo edificio, di per se oggi condizione assai limitante perché “solipsisitica” se pensata come fatto a sé stante, e progetto di un contesto urbano perché l’aspetto dimensionale non è fondamentale in questo contesto ma ciò che è prevalente è l’individuazione dei parametri utili a una più coerente prassi progettuale che tenga conto dell’aspetto relazionale che si deve instaurare tra le varie componenti che entrano in gioco nella matrice progettuale.
In particolare, si ritiene fondamentale la relazione tra necessità funzionali, siano esse individuali che collettive, e spazi fisici, sia interni che esterni, sia privati che pubblici, sia dismessi che in uso, in cui si compie la vita dell’uomo. Vale la pena annotare che, se si escludono le progettazioni di intere nuove città che con le loro compagini ex novo configurano l’ambiente naturale, come accade in estremo oriente o in alcuni stati arabi, di fatto oggi il progetto di architettura viene espletato prevalentemente per contesti esistenti, quindi già configurati, con caratteristiche pregresse, indipendentemente se esse siano positive o negative. Volendo individuare categorie di progetto, queste sono riconducibili a quattro principali tipologie il cui prodotto è sempre il manufatto/oggetto architettonico:
- Progetto di un nuovo oggetto architettonico per una nuova funzione
- Progetto di un nuovo oggetto architettonico per una funzione esistente
- Ri-progetto dell’oggetto architettonico esistente per una nuova funzione
- Ri-progetto dell’oggetto architettonico esistente per la stessa funzione
In questo studio, l’attenzione è rivolta al quarto punto, ossia alla ri-progettazione dell’oggetto architettonico esistente che conserva la medesima funzione residenziale pubblica; in sostanza si tratta di “progetto dell’esistente”. Si incontrano spesso anche le locuzioni “progetto nell’esistente” e “progetto sull’esistente”; le differenti preposizioni utilizzate servono a identificare meglio il ruolo che l’esistente ha all’interno del processo progettuale, se attivo, se contenitivo oppure se stratificativo.
- L’oggetto architettonico
L’oggetto architettonico, come prodotto di una delle quattro categorie progettuali appena citate, è di per sé un oggetto d’uso, generalmente collettivo e comunque esteso a più persone, nel senso che la sua ragione d’essere è quella di svolgere coerentemente una determinata funzione all’interno di un contesto in cui deve essere correttamente usato/fruito al meglio delle sue possibilità e prestazioni. In questo studio, l’oggetto architettonico è e rimane un edificio residenziale pubblico. La funzione dell’oggetto architettonico è definita sulla base della emersione dei bisogni e delle necessità dell’uomo, siano essi reali o virtuali, primari o secondari; tanto più sono chiari e completi i bisogni tanto più è coerente la loro sistematizzazione utile a definirne la funzione. Questo è un aspetto fondamentale e irrinunciabile dell’architettura, se si assume come fatto imprescindibile la sua dimensione utilitaristica, intesa come vitruviana utilitas. È indubbio, inoltre, che l’oggetto architettonico modifichi la realtà in cui si inserisce perché con la sua presenza agisce sulle relazioni fisiche e umane già in atto oppure orienta quelle nuove.
Questo conferma che, nella fase di pre-produzione del progetto, è necessario approfondire le caratteristiche esistenti nei contesti e il loro metabolismo, per direzionare l’attività progettuale verso soluzioni capaci di innestare processi di continuità o, in alternativa, processi di trasformazione, in sintonia con gli obiettivi e con le potenzialità ivi presenti. Il progetto di architettura, dunque è il risultato di una procedura[3] progettuale che si caratterizza per la complessità di operazioni da effettuare e per l’ampiezza del campo di indagine.
- La procedura progettuale
Appare utile, seppure in maniera veloce, analizzare e destrutturare il processo progettuale[4], individuando e schematizzando i componenti che lo pongono in essere in una sorta di matrice la cui analisi offre la possibilità di valutare criticamente l’ordine delle priorità oggi utilizzate al suo interno, al fine di individuarne le criticità ed eventualmente per integrare altre categorie – più idonee alle diverse necessità che la città contemporanea richiede – capaci di potenziare e rinnovare il processo di progettazione. Con questa operazione, si potranno valutare e distinguere gli elementi che hanno caratteristiche di invarianti e quelli invece suscettibili di quelle variazioni finalizzate a un più reale e coerente approccio con la realtà contestuale.
La procedura progettuale, nella prevalenza dei casi, si avvale o fa riferimento a teorie[5], praticate attraverso modelli e metodi idonei ai presupposti, seppure questo avvalersi ogni volta è di diversa intensità, qualità, completezza e natura. Storicamente le teorie sono state mutevoli, in assonanza con le culture e con i bisogni specifici dei luoghi e delle epoche in cui il gesto progettuale ha avuto luogo[6]; tali variazioni sono necessarie quando in una teoria si manifestano anomalie (legge dell’anomalia). È conseguenziale infatti l’elaborazione di un’altra teoria che può parzialmente contenere anche quella precedente o altre ancora più antiche. In questo senso, la teoria della progettazione, proprio per questa mutevolezza, non è una sola; essa è un campo perennemente aperto, soggetto alle influenze culturali, nei cui territori si declinano ipotesi, assunti e condizioni diversificate, anche contrastanti, che producono e si relazionano con metodi e modelli, anche questi diversificati. Dunque la teoria è fondamentale per la pratica architettonica, intendendo con ciò che il progetto di architettura si attua attraverso il processo di trasformazione del pensiero teorico in realtà progettuale. Viceversa, impropria, parziale e fallace è la valutazione a posteriori dell’oggetto architettonico se finalizzata a ottenere una teoria basata solo sulla reinterpretazione della qualità/quantità formale dell’oggetto architettonico e tralascia gli altri parametri fondamentali, per esempio lo spazio e la struttura.
Poiché oggi si rilevano fenomeni di inadeguatezza delle tradizionali e riconosciute teorie e delle prassi progettuali rispetto alle mutate necessità, segno di esaurimento del loro ciclo vitale, è evidente l’opportunità e forse l’urgenza di rielaborare nuovi assunti. Ciò che appare necessario, infatti, è soprattutto l’utilità di analizzare e comprendere quale possa essere, in una società mobile e mutevole come quella attuale, o “liquida” come l’ha definita il filosofo polacco Zygmunt Bauman, in un contesto ambientale ed ecosistemico deteriorato rispetto a quello del Movimento Moderno, il più corretto processo attraverso cui generare l’oggetto di architettura.
In sostanza, nella procedura progettuale è necessario individuare una più coerente pratica teorica dell’architettura[7], ossia una sorta di griglia concettuale più ampia e complessiva in cui, attraverso il metodo che organizza le operazioni, le strategie e le sequenze e utilizzando il modello che simula e sperimenta i comportamenti dell’oggetto architettonico, il progetto trova le condizioni per attuarsi. Parimenti necessaria, anche se distinta, è l’individuazione di una più ampia pratica tecnica dell’architettura, ossia di un sistema ordinato di conoscenze tecniche usate secondo criteri utili a elaborare concretamente il progetto, che sappia guardare e relazionarsi con l’innovazione tecnologica.
«In ognuna delle linee strategiche adottate in un progetto infatti, dovrà sempre essere riscontrabile, in senso trasversale e interrelato, e in ogni momento e livello della loro applicazione sullo spazio-ambiente, la presenza e l’impronta dei 9 mètacriteri progettuali, che un nostro sforzo di messa a sistema della stessa letteratura scientifica, nei suoi diversi e a volte settoriali contributi, ci consegna a controllo e riferimento di una corretta condotta progettuale nella direzione e nella ricerca di un’efficienza ecologica e ambientale, e che possono essere sintetizzato come segue:
1. liminalità delle condizioni di sviluppo;
2. ambivalenza delle condizioni di confine/frontiera;
3. potenziabilità della capacità di replica, ovvero di autoconservazione (replica nel tempo, rinnovamento) e di riproduzione (replica nello spazio, moltiplicazione) del sistema;
4. applicabilità del principio di stocasticità, ovvero aumento della capacità di combinazione di una componente casuale con un processo selettivo, in modo che solo certi risultati del casuale possano perdurare nel sistema;
5. controllabilità e corregibilità delle azioni di progetto, in coerenza con la concezione dell'”error friendliness”;
6. flessibilità di gestione;
7. adattabilità dei processi di sviluppo;
8. interattività biunivoca, non distruttiva, con le risorse del sistema ambientale;
9. impiegabilità di sistemi e tecnologie, tradizionali e innovative, in grado di promuovere e supportare un elevato livello di efficienza ecologica del complessivo comportamento dell’organismo urbano.
I caratteri meta-progettuali e i relativi criteri di giudizio che sono andati delineandosi, prefigurando per le sperimentazioni un percorso evolutivo che tenda ad una sempre maggiore complessità, concernono l’approccio progettuale all’architettura e alla città in termini epistemologici (come intendere l’intervento trasformativo) e metodologico-strumentali (come strutturare l’intervento trasformativo). Ma non perdiamo di vista l’obiettivo di tale processo: quello di indirizzare in termini morfologici e fisionomici i contenuti dell’innovazione in senso ecosistemico e ambientale affinché proprio le sue ricadute formali, vero strumento nelle mani dell’architetto, rappresentino e garantiscano l’inversione di tendenza verso qualità ed eco-efficienza»[8] (Tucci 2011).
- Teoria, modello, metodo
In definitiva, all’interno della procedura progettuale, la teoria come sistema di pensiero è una invariante perché ha caratteri di necessità. Essa è tuttavia “aperta” perché ogni teoria è soggetta alle dinamiche del pensiero. Più specificatamente:
- Teoria[9]: le teorie della progettazione[10] e dell’architettura, per estensione, rappresentano riflessioni, proposizioni e posizioni ideologiche variamente assunte nei secoli. Le teorie dell’architettura hanno prodotto e producono conoscenza e non vanno confuse con la “poetica” personale che, invece, è un parametro individuale, legato all’architetto, perciò prevalentemente di natura emotiva/emozionale[11], dunque soggettiva. Storicamente le teorie hanno spaziato molto, andando dalla definizione e dall’utilizzo dei canoni riportati nella trattatistica del buon costruire fino alle più recenti teorie del funzionalismo connesse al rigore logico-matematico della progettazione computerizzata; dalle teorie della percezione compositiva di matrice prevalentemente estetico-formale fino all’uso imitativo di modelli e immagini formali intesi come continuità storica e come codici ripetibili di comunicazione. Tale variabilità e molteplicità di teorie è conseguente alla emersione di fenomeni di inadeguatezza: una nuova teoria si configura, e generalmente vi si sovrappone, quando all’interno di quella precedente si riscontrano anomalie[12], come dire quando essa esaurisce il suo ciclo di vita attiva, propositiva e funzionale.
- Modello: è il risultato rigoroso e ripetibile di un processo di organizzazione di dati, predisposto in modo tale da non essere influenzato dalle aspettative e dalla interpretazione soggettiva. L’obiettivo di un modello è quello di poter analizzare, studiare, comprendere, quantificare ed elaborare il fenomeno oggetto di studio e, più compiutamente, è utile a simulare e sperimentare. Il modello, dunque, non è la teoria ma uno schema sperimentato e ripetibile costruito sulla base della teoria sostenuta; in questo senso è un elemento strutturale della teoria poiché ne rappresenta le relazioni; può essere costruito solo se esiste una teoria di riferimento e può essere utilizzato/utilizzabile come strumento di spiegazione. Il modello può essere valido anche in assenza di validità della teoria sottesa.
- Metodo: è il procedimento seguito nel perseguire uno scopo, nello svolgere una qualsiasi attività, secondo un ordine e un piano prestabiliti in vista del fine che si intende raggiungere; è cioè l’insieme di prescrizioni secondo criteri e, in maniera più complessa, è l’insieme delle strategie che si applicano per ottenere un certo progetto. In questo senso il metodo non coincide con la teoria: ogni teoria dell’architettura e della progettazione esprime specifici metodi per elaborare il progetto; l’applicazione di metodi senza un ordine logico all’interno di una teoria appariva anche ad Aldo Rossi una operazione impropria perché «del metodo si è intesa la lezione del tutto empirica che pretende di risolvere i problemi che via via si pongono senza un ordine logico; ma questo si risolve in gran parte nel professionalismo. Queste posizioni, compresa quella del raptus artistico, non possono essere spacciate come teorie»[13] (Rossi 1968). Il metodo, inteso come metodologia della progettazione, non può esistere in forma autonoma ma si lega alla pratica della teoria che sottende e attua.
- Bisogni/necessità, funzioni e obiettivi
L’analisi del campo dei bisogni e delle necessità da soddisfare per assicurare il benessere è il punto di partenza del progetto d’architettura. La definizione di tali bisogni è però particolarmente complessa[14] perché essi includono quelli materiali e immateriali e vanno da quelli primari a quelli secondari e altro ancora. Anche i bisogni posseggono caratteristiche di variabilità, come dire che oggi in particolar modo i bisogni urbani, economici e sociali sono profondamente, radicalmente e inevitabilmente differenti rispetto a quelli di ieri. Ciò è indizio che, all’interno della procedura progettuale, occorre acquisire tale consapevolezza effettuando analisi adeguate (pratica sociale[15]) metabolizzando e capitalizzando i risultati dell’analisi per trasformarli in obiettivi adeguati e nuove proposte. In definitiva un esame compiuto stimola l’emersione dei bisogni, li raccoglie e li analizza sistematizzandoli in obiettivi da perseguire nella pratica progettuale affinché, attraverso tecniche di ottimizzazione, l’esito abbia determinate prestazioni e caratteristiche funzionali e ambientali.
- Spazio, struttura, forma
Per il progetto d’architettura non può essere sufficiente prendere come unica matrice di riferimento la scienza dello spazio[16] fine a se stessa. Anche le teorizzazioni sulle modalità di delimitazione dello spazio fisico interno ed esterno hanno avuto formulazioni diversificate, oscillanti tra concezioni e dimensioni astratte giocate per successioni e intersezioni di piani, per esempio euritmia, simmetria, proporzione, e le più attuali metodologie matematiche computerizzate, per esempio la geometria dei frattali. Tali principi/assunti spaziali non sostanziano la ragione d’essere di un determinato progetto di architettura ma semplicemente si propongono come strumenti per trasformare l’ambiente fisico. Sul piano della procedura progettuale, in una città in equilibrio instabile che richiede nuove strategie per governare le possibili trasformazioni delle funzioni e dello spazio in altri più appropriati, come è la nostra città contemporanea, è necessario rivedere i termini, i parametri e le variabili che entrano in gioco oggi e riconsiderare nuovi itinerari capaci di attribuire nuove configurazioni (pratica spaziale[17]) in sintonia con le caratteristiche attuali.
- Comunicazione, linguaggi, segni
La recente tradizione basata sulle teorie percettive e visibiliste attribuisce all’architettura una potenziale capacità di comunicazione, indipendentemente da ciò che essa possa comunicare. Tutto ciò si fonda sull’analogia riscontrata e ormai sostenuta da molti tra discorso//segno verbale e tra oggetto//segno di architettura in cui la configurazione architettonica è paragonabile al testo scritto. In effetti, l’architettura viene percepita prioritariamente come fatto visivo perciò la sua configurazione appare in prima istanza come un sistema più o meno complesso di segni materiali e immateriali che, secondo la tradizione semiologica[18] visibilista, concorrono a costituire un linguaggio. Adattando i criteri della percezione visiva a quelli della comunicazione linguistica, attraverso un percorso estetico deduttivo che parte dall’esame del risultato visibile, questa concezione procede semplificando la forma architettonica in segni, aventi significati e significanti, nel tentativo di decodificarli. In questa sede non ci addentreremo all’interno di questa tematiche perché, sebbene abbiano avuto grande interesse nella ricerca degli anni ’70-’80, hanno avuto successivamente una perdita di attenzione sostituite direttamente dalla produzione di forme sempre più eccentriche.
In definitiva, il progetto dell’esistente e le sue varianti quali costruire sul/nel/col costruito è dunque progetto di architettura che, attraverso mutamenti, trasformazioni e metamorfosi delle configurazioni originarie, portano a compimento le intenzioni progettuali inserite nella matrice generatrice, tra cui gli obiettivi di ecosostenibilità. In questo senso, ripercorrendo l’iter della “pratica progettuale” e riscontrando gli elementi di coincidenza, si ha la verifica che essa “sostiene” anche il progetto dell’esistente, nella stessa misura e secondo gli stessi criteri del progetto ex novo, intendendo con ciò l’unicità del significato stesso di “progetto”.
[1] Hertzberger – Lessons for students in architecture, http://prestinenza.it/2014/03/herman-hertzberger-lessons-for-students-in-architecture/, 2014.
[2] È indubbio, infatti, che l’architettura vada valutata nella sua interezza e complessità quando è compiuta perché solo in questa dimensione concreta:
- offre la totale percezione in scala reale della sua configurazione 3D
- è valutabile in una dimensione più ampia in 4D (ossia includendo il fattore “tempo”) nelle effettive relazioni che si instaurano con il contesto.
[3] Procedura, processo o praxis.
[4] Cfr Rolando Scarano, Processi di generazione della configurazione architettonica, Fiorentino, Napoli 1988; questo volume rappresenta tuttora un riferimento per il progetto di architettura perché in maniera scientifica ne sistematizza i processi.
[5] Cfr. Vittorio Gregotti, Necessità della teoria, articolo in Casabella, settembre 1983.
[6] Mario Tafuri, Teorie e storia dell’architettura, Bari 1970, pagg. 59-60; in proposito egli osserva che vi è una stretta relazione tra prassi architettonica, ideologia e società .
[7] Cfr Louis Althusser, Per Marx, Roma 1967, pagg. 145-147; Rolando Scarano, Processi di generazione della configurazione architettonica, Napoli 1988 pag. 18.
[8] Fabrizio Tucci, Il Progetto Tecnologico Ambientale dell’Abitare: evoluzione dell’approccio e innovazione dei requisiti in EWT/ Eco Web Town, Magazine of Sustainable Design, Edizione SCUT, Università Chieti-Pescara, http://www.ecowebtown.it/n_8/pdf/08_09_tucci_it.pdf .
[9] Con il termine teoria si indica un insieme interconnesso di ipotesi, enunciati e proposizioni (anche astratti rispetto alla realtà) atti a formulare sistematicamente i principi di una determinata disciplina o di un determinato argomento.
[10] Appare utile l’opportunità che tra “paradigma scientifico e paradigma ideologico” si possa parlare di teoria scientifica dell’architettura, ma ciò è altro ed esula dalla trattazione del presente saggio.
[11] Cfr. Vittorio Gregotti, Necessità della teoria, articolo in Casabella, settembre 1983.
[12] Thomas Samuel Khun, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino 1969, pag. 76.
[13] Aldo Rossi, Architettura per i musei in AAVV Teoria della progettazione architettonica, Bari 1968, pagg. 123-124.
[14] Cfr in proposito A. Moles, Complessità funzionale e strutturale, in Scienza e Progetto, a cura di G. Susani, Marsilio, Padova, 1967, pag. 145 e segg.
[15] Cfr Rolando Scarano, Processi di generazione della configurazione architettonica, Napoli 1988 pag. 44.
[16] Henri Lefebvre, La produzione dello spazio, Milano 1976, pag. 15.
[17] Cfr Henri Lefebvre, La produzione dello spazio, Milano 1976, pag. 59; Rolando Scarano, Processi di generazione della configurazione architettonica, Napoli 1988, pag. 44.
[18] Cfr Renato De Fusco, Segni, storia e progetto, Bari 1978.

