Appunti d’architettura – Linguaggi “sostenibili” per l’architettura?
Bigness/smallness
Dice Rem Koolhaas in Delirius New York (1978) che in questa metropoli (New York) si è prodotta la cultura della congestione, contemporaneamente alla tecnologia del fantastico, un ideale che forse ha poco a che vedere con le regole della composizione architettonica ma che, in effetti, riesce a produrre manufatti edilizi non meno interessanti di quelli che escono dalle accademie, vecchie o nuove, delle nostre scuole di architettura. Nel libro, egli tenta di spiegare il motivo per il quale questa città – quasi per nulla pianificata – abbia dato forma alla nostra contemporaneità riuscendo in un obiettivo che, a suo dire, è miseramente sfuggito agli architetti e agli urbanisti del movimento moderno con le loro congelate utopie metropolitane. Egli osserva come il semplice uso dell’ascensore abbia mutato l’organizzazione degli spazi da orizzontale a verticale, come le reti e la velocità con cui si percorrono abbiano frantumato il senso della città compatta trasformandola in città apparentemente disgregata e atemporale in cui le distanze hanno ormai un valore relativo.
Circoscrivendo l’indagine all’Europa, si osserva che per effetto della decrescita demografica e dell’impoverimento delle società occidentali, il bisogno di edifici ex novo è parzialmente ridotto, anche se città come Londra, Berlino, Rotterdam, Milano continuano a produrre nuove costruzioni. Facendo un veloce screening, le iniziative di nuove realizzazioni poche volte hanno funzioni pubbliche, mentre sempre più spesso sono espressione di eventi specifici (per esempio Expò 2015) o di aziende private del settore terziario (per esempio istituti bancari, aziende tecnologiche). Sia la committenza pubblica (o para-pubblica) che quella privata finiscono per produrre spesso architetture dalle forme eccentriche, ipertrofiche e auto-rappresentative (bigness). Questo aspetto, percepito come sfida tecnica/tecnologica ed estetico/formale, è molto più spesso visibile nei paesi in via di sviluppo (non ne sono esenti le citate capitali Europee) ed è leggibile come una sorta di riscatto sociale ed economico compiuto attraverso interventi giganteschi e magniloquenti;
Sorgono le prime riflessioni e i primi temi di indagine sulla bigness e sulla sua ragione di essere:
- La bigness prevale nelle big city (e questo potrebbe sembrare una coerenza di scala)
- La bigness è percepibile come ipertrofia della figura esteriore che colpisce la vista assicurando un grande successo di “immagini dell’architettura” (favorite anche dall’uso esasperato di strumenti digitali sempre più spesso creati per l’occasione).
- Le “immagini dell’architettura” sono/non sono l’architettura? forse sono il suo “look”
- Queste architetture posseggono/non posseggono quella grammatica e quella sintassi necessarie per strutturare il linguaggio del costruito?
Indagando il panorama italiano, il costruito recente si manifesta da un lato con poca architettura “magna” d’autore, dall’altro tanta edilizia “ordinaria e ricorrente”, entrambe declinate in più sottocategorie. La prima è sempre più spesso straniante e portatrice di questioni percepite come poco contigue all’architettura oppure, in alternativa, è affetta da “gigantismo e dis-economia comunicativa”, comprensibile forse solo dagli addetti ai lavori; la seconda talvolta è silenziosa e taciturna, ma anche anonima; a volte – invece – è incolta, straripante di citazioni e con velleità estetiche. Entrambi sono mondi autoreferenziali senza possibilità di intersezione; nel mezzo c’è il cittadino che tenta percorsi di comprensione della prima categoria estetica ma si sente più rassicurato nella seconda perché dentro questo valore di “consuetudine e regolarità” cerca – e spesso trova – affinità e familiarità (smallness). Qui però inciampa spesso nella vacuità o nella sovraesposizione formale che propone eclettici e improbabili modelli estetici, così diffusi da essere diventati gradualmente consuetudine.
Certo l’architettura italiana, contestualizzata nel panorama europeo/internazionale, appare piuttosto indefinita/indefinibile. Tutto ciò è accentuato dalla mancanza di un vero dibattito, o meglio di un sistema di dibattito intellettualmente onesto e completo. L’accademia dell’architettura, peraltro deputata a questo genere attività e alla ricerca, sminuisce il professionista che di fatto fa lavoro “di frontiera” (ma con la realizzazione dei suoi progetti aderisce almeno al principio di realtà dell’architettura); spesso il dibattito accademico si smarrisce in estetismi veicolati come complessità, ignaro di costi, norme, bisogni e necessità che rappresentano l’attributo concreto per la realizzazione di un’opera.
Ecco dunque quali sono le riflessioni e i temi di indagine sulla smallness
- La smallness prevale nelle small city? (e anche questo potrebbe sembrare una coerenza di scala)
- La smallness è percepibile come categoria estetica con carattere di ordinarietà?
- Queste architetture posseggono/non posseggono quella grammatica e quella sintassi necessarie per strutturare il linguaggio del costruito?
Aldilà delle dimensioni, assumere nuovamente l’architettura come tema condiviso è fondamentale e re-indagare le questioni di merito, di processo e di metodo diventa operazione metodologicamente essenziale.
Dunque, è tuttora vero l’assunto di J.P.Janneret: Occorre ad ogni costo una linea di condotta, una dottrina che non sia né troppo, né troppo poco elaborata, perché essa è necessaria e deve essere sufficiente?
È ancora valido questo processo metodologico:
Affinché l’oggetto/progetto soddisfi i bisogni, quali sostanza del suo essere architettura, del suo farsi spazio delle attività umane, la pratica dell’architettura deve poter rispondere all’esigenza di una teoria, quale definizione di una idea, e di un processo conseguente, compatto, coerente ed inclusivo di tutti gli attributi e le caratteristiche della pratica scientifica. […] Il processo di produzione dello spazio architettonico sussume il processo di costruzione della forma architettonica e in questo realizza il principio della trasformazione, che è coscienza del dinamismo e del progresso della conoscenza scientifica ed acquisizione dei valori significanti dei comportamenti e delle espressioni […] [1]?.
E ancora:
Se è vero che il progetto non è solo produzione di forme, ma anche lettura e interpretazione della realtà, la teoria e la critica non dovrebbero contribuire a costruire i fondamenti di una rappresentazione del mondo attraverso l’architettura, invece di ratificare semplicemente l’esistente? A partire da un punto di vista critico e di opposizione, il progetto non dovrebbe ripensare la complessità del reale, senza limitarsi a riprodurne i caratteri esteriori, selezionando direzioni e scenari possibili?[2]
Infine:
Qual è allora il genere di corrispondenza tra offerta progettuale e gusto comune?
Come è avvenuto l’adattamento reciproco?
Che margini ci sono per ricreare un sano equilibrio?[3]
Di quale senso e significato si deve riappropriare l’architettura oggi per tentare di riconciliarsi con i cittadini, i quali non possono sottrarsi alla vista del costruito?
Economia/opulenza estetica?
Indagare vuol dire ricercare, analizzare, parlare, tacere, confrontarsi, discutere, confutare tesi. In questa operazione c’è tempo per la parola e tempo per il silenzio. La parola è un rischio, diceva Jean Paul Sartre, il non rischiare la parola è reazionario ma è noto che non intendeva riferirsi ai suoni privi di significato. Eppure nell’arte e nell’architettura si verifica spesso che la comunicazione, nella molteplicità dei linguaggi con cui si manifesta, spesso non contiene la sua originaria ragione di essere. Mancando il “cosa comunicare”, proliferano solo i “modi” della comunicazione che spesso diventano “mode”, in un meccanismo in cui uno si ciba della forma dell’altro e nulla dura più dell’attimo, così che l’ipertrofia dell’immagine, ossia di quella “figura esteriore percepita/percepibile mediante la vista”, atrofizza la sostanza. In questo processo, i segni più forti, quelli degli architetti più noti, hanno generato tante replicazioni e tanti replicanti, assicurando un grande successo di immagini dell’Architettura (sempre le stesse anche a diverse latitudini) caratterizzate dalla proprietà di essere volatili nel tempo.
In alcuni casi questa espressività è stata molto forte, caricata della responsabilità di dover controbilanciare l’inespressività e la mediocrità che si andava costruendo. Purtroppo non bastano pochi esempi a tacitare le coscienze, ad esorcizzare il brutto e l’inutile, su cui gli occhi del quotidiano si posano senza trovare alcun piacere estetico, né etico o filosofico. Anzi, poche grandi opere, in questo momento storico, potrebbero servire solo a discolparsi di tanta bruttura.
Nell’arte e nell’architettura, dunque, sembra abbiano valore solo l’estemporanea intuizione, il gesto creativo anche se inconsapevole, l’originalità intesa quale vistosa differenza, e la stranezza, immediatamente fagocitata da quella successiva, deliberatamente più strana di quella precedente. E tutto al solo scopo di trovare una propria collocazione e una affermazione personale, una specie di terrore di non lasciare traccia di sè in questo “passaggio” che è l’esistenza. Così assume sempre più valore l’atto del dire, e non ciò che si è detto perché ciò che si dice, rimanendo noto e verificabile nel tempo per i suoi significati e il suo valore, non trova giustificazione in questo contesto provvisorio.
L’operare fagocitando, il succedersi frettoloso degli eventi, il rifiuto della lentezza intesa quale specifico tempo fisiologico di un fatto, l’oblio della storia, anche recente, riducono sempre più la dimensione del tempo, il nostro tempo, ad un eterno presente in cui non si ha la possibilità neppure di soffermarsi un solo istante, neppure un attimo, perché già non è più presente. Forse nell’immediato è più utile la pratica del “silenzio” pur nella contraddizione – minima – che le parole di questo scritto impongono, sottintendendo con ciò un altro tipo di parlare, ossia il linguaggio della sobrietà e dell’ordinarietà, del senso della necessità e della autenticità[4].
Quali sono i luoghi dove nasce il silenzio? Nelle nostre chiassose città dove il rumore è fabbricato come una merce è difficile trovarli, ma quando se ne scova uno lo si segnala con una piccola piuma blu. Questo taccuino insegna come cercare i luoghi silenti stanandoli dagli interstizi della città e della campagna utilizzando tecniche timide per scoprire gli anfratti, le crepe e le lesioni e mandare in tilt le certezze del mondo con l’immaginazione. Il segreto è semplice: saper ascoltare il luogo senza giudicare, lasciandolo essere, mettersi in sintonia, creare una nuova alleanza, una simpatia fatta di amicizia, di pietà e confidenza. Così nasce una specie di guida che si oppone agli spazi ostentati e rumorosi dove l’architettura è esibita senza pudore e il chiasso la fa da padrone. Dobbiamo imparare a vedere il silenzio con gli occhi e riconciliarci con il mondo. È una sfida: anche le rivoluzioni si fanno in maniera silenziosa[5].
Questo silenzio o parlare sommesso può essere la ricerca e il recupero dei “fundamentals” necessari per ricostruire una nuova sintassi e una nuova grammatica? Quindi vale l’elogio dell’ordinarietà (cioè il lato opposto della straordinarietà), nell’accezione vera della sua etimologia: porre ordine estetico, formale e funzionale al costruito ma anche agli spazi cosiddetti interstiziali, troppo spesso obliterati e abbandonati a una vita propria? In alternativa l’architettura deve lanciarsi ulteriormente e radicalmente verso nuovi itinerari, decostruendo ogni grammatica e ogni sintassi ed essere comunicazione pura? Nell’Architettura, intesa come uno dei sistemi dell’arte e della comunicazione, al linguaggio sta mancando il significato?
Architettura come fatto pubblico o come fatto privato?
Quando si afferma che l’architettura è anche arte non si intende che l’architettura debba essere simile alla pittura o alla scultura ma che l’architettura, come tutte le altre attività del pensiero, sarebbe incompleta se non avesse una intenzionalità, una proiezione, una volontà e consapevolezza estetica. Ma l’architettura, più delle altre arti, è perennemente sotto gli occhi di tutti i cittadini, sia degli addetti ai lavori che di coloro i quali sono lontani da questo mestiere. In questo senso anche l’attività scientifica o il design sono arte, senza distinzione tra arti minori e arti maggiori, ma come arti “differenti” in cui vi sono opere maggiori e opere minori. È qui calzante l’esempio di Giulio Carlo Argan che amava affermare che la saliera di Benvenuto Cellini ha i connotati di un monumento da tavola mentre la fontana del Giambologna ha i connotati di una saliera da piazza.
Una delle ragioni che determina la massima confusione nella critica è la sovrapposizione di due piani di analisi che, invece, dovrebbero restare ben separati: quello della realtà e quello della rappresentazione, ovvero quello dell’architettura in quanto tecnica che mira alla risoluzione di problemi concreti e quello dell’architettura in quanto trasposizione artistica di un universo problematico. In quanto tecnica che risolve i problemi, e cioè se intesa nella prima accezione, l’architettura non può imporre ai propri committenti modi di vita che questi non vogliono praticare, se non vuole che questi ultimi la rifiutino e/o nel tempo la modifichino, come mostra il fallimento di tanti programmi velleitari (ai quali ho accennato in un post precedente). Se intesa nella seconda accezione e cioè in quanto arte, l’architettura mira non al contenuto ma alla rappresentazione del contenuto e in questo senso non può venire giudicata per quello che dice (cioè per i suoi contenuti politici) ma per come li dice (cioè per il suo valore estetico). Ed è questo il motivo per il quale non si giudica la piramide come manifestazione dell’oppressione del faraone ma come metafora, efficace, di un certo modo di vedere il mondo.[6]
A differenza delle altre arti – per le quali la loro esposizione in luoghi specifici comporta che la visitazione avvenga da parte di chi ha un minimo di disinvoltura con le arti visive – l’Architettura, per sua stessa natura, si impone alla vista. Se non si ama la pittura informale, infatti, basta non andare alle mostre; non è così per l’architettura; essa è sempre presente, anche attraverso la pubblicistica che accorcia le distanze geografiche. Questa è già una ragione per cui all’architettura deve essere riconosciuto il valore sociale di bene collettivo, garantendola a tutti i cittadini e assicurandole il carattere di necessità e di qualità.
Come rilevava, invece, rilevava Bruno Zevi, nei corsi di studi pre-universitari mesi interi, se non anni, sono dedicati allo studio della Divina Commedia, mentre solo qualche ora è destinata allo studio della fabbrica di San Pietro, con la conseguente totale ignoranza culturale e insensibilità percettiva dello spazio e del costruito. Nonostante la triade vitruviana “firmitas, utilitas e venustas” sia più antica di oltre un millennio rispetto alla trilogia dantesca (inferno, paradiso, purgatorio), solo pochi la conoscono. Poiché non si può amare ciò che non si conosce, è comprensibile che l’atteggiamento generale dei cittadini verso l’architettura sia di scarsa sensibilità e disponibilità.
Questa forma di distanza e distacco, forse anche di ironia, permane spesso anche di fronte all’architettura moderna/contemporanea, specie verso quella che viaggia sul binario morto della forma fine a sè stessa. Praticato da decenni in nome di una concezione sbagliata della modernità e basato sulla necessità di fare tabula rasa nell’ambito dei codici architettonici, questo modernismo ha annullato ogni genere e differenza e vanificato ogni altro tentativo di rinnovamento del linguaggio architettonico. La modernità/contemporaneità merita più di una riflessione se si vuole cercare un percorso di distinzione e di riconoscimento, se si vuole incontrare il credito delle sue valenze e distinguerla dallo “stile del moderno”.
Dunque in questo contesto culturale l’attività edificatoria, sia privata che pubblica, ha avuto frequentemente il carattere di un fatto “privato”, chiuso in se stesso, così tanto privato da portare con sé anche l’idea della non-permanenza nel tempo e nello spazio. I volumi edilizi recenti, tanti rispetto alla città storica, sono stati collocati nelle nostre espansioni e delle nostre periferie senza che ci fosse una idea di città, riducendo il costruito al semplice significato di “volume edilizio” per progettare il quale, è evidente, non è necessario sapere di architettura ma basta avere la disinvoltura con indici fondiari e altezze ponderali. Ogni costruzione è stato un fatto spesso casuale ed occasionale, rispondente a norme e regole, ma privo di reciproche relazioni, un gesto ripetuto così tante volte da assumere solo un valore sommativo.
La nuova realtà urbana difetta di chiari rapporti tra pieno e vuoto, tra tessuto fitto e ruralità rarefatta, e, nella logica del policentrismo, la città diffusa, privata della distinzione tra città e non-città, sembra portare conseguenze sociali inquietanti, risultanti dalla perdita dei valori della civiltà dell’urbano e del rurale e, soprattutto, del sistema filosofico e politico che le sottende. Le città moderne difettano sul piano della qualità ambientale, segno che il modernismo, praticato con siffatti meccanismi, non ha saputo costruire una alternativa valida alla città storica.
Se il contesto e le logiche rimangono queste, è difficile che la comunità trovi punti di riferimento, certezze, orientamento e identità affinchè le azioni abbiano un luogo adatto per accadere, un luogo che connotato da qualità concrete e materiali ma soprattutto culturali, storiche, di memorie e di saperi, meno tangibili ma vitali per la compiutezza dell’uomo nella sua molteplicità di aspetti.
“La perdita del luogo ha conseguenze catastrofiche per gli uomini e per la società; conseguenze che noi cominciamo ad avvertire […]” diceva Christian Norberg- Schulz. […] ”Tutte le azioni umane devono necessariamente trovare il luogo adatto per accadere. Il luogo è quindi parte integrante delle azioni e d’altro canto l’uomo non è pensabile senza riferimento ai luoghi[7]”.
Tutto il processo intellettuale che sottende l’architettura, tutta la poetica, il linguaggio e la tecnica, in sostanza la metodologia, di cui è portatrice non possono essere ignorati perché costituiscono il suo vocabolario e la sua grammatica. Dunque, riprendere il discorso su questa antichissima arte può voler dire, re-indagando le metodologie, ricostruire – o ritrovare – il senso della bellezza e il suo significato, l’ordine che la sottende, la sua grammatica e le sue regole, la sua cultura materiale e i suoi codici linguistici, inclusi quelli più recenti, così da intessere una sana conversazione anche con la modernità/contemporaneità. Innanzitutto l’architettura dovrà ri-fondare la sua struttura disciplinare per rendersi più riconoscibile.
Sulla bellezza è molto complesso discutere e intendersi. Su bello estetico, bello etico, bello storico, bello…altro, il pensiero filosofico ha versato fiumi d’inchiostro, i percorsi dell’arte hanno battuto mille sentieri. Qui il riferimento non va all’estetismo puro quanto ad un sistema di conoscenza sensibile che, in quanto sistema, possiede quell’insieme ordinato e organico di elementi interdipendenti che concorrono alla struttura di un codice di comunicazione. Tale codice diventa attributo fondamentale di una architettura e non è delegabile ad altri: molto più semplicemente, l’architettura non può essere brutta.
Se una forma ha senso è sempre bella perché provoca un godimento alla mente che scopre una relazione nuova e convincente tra il mondo e il suo apparire. Più la si guarda più questa bellezza tende a sfuggire perchè si scopre quanto precario è il miracolo. E allora abbiamo bisogno di nuove forme e nuovi sensi. E questa è la maledizione dell’esteta.[8]
In quest’ottica il rapporto tra architettura e buon governo è quasi un consequenziale automatismo, come negli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti in cui è evidente che laddove opera il Buon Governo regna il Cosmos, invece laddove opera il malgoverno regna il Caos.
Oggi, ripetendo un errore degli anni settanta, si cerca di credere che l’architettura possa avere un ruolo politico nel mutare certe relazioni fondamentali. Per esempio che un buon progetto possa introdurre nuovi rapporti tra gli abitanti e tra questi e lo spazio pubblico, oppure introdurre una nuova idea della giustizia… ecc… Si dimentica però che l’imposizione di modelli spaziali radicalmente diversi da quelli che sono gli usi provoca il rigetto e la modifica successiva degli stessi. Come dimostrano gli schemi residenziali, tipo Corviale o Laurentino, che non hanno mai funzionato o i tribunali pensati come spazi della libertà e, poi, trasformati in bunker da interventi successivi. D’altra parte nessun progettista di automobili si sognerebbe mai di fare auto che non rispondano alle aspettative della gente, pur prefigurandone anche -ma con molta prudenza- di nuove. Questo vuol dire che non ci debba essere utopia nel disegno dello spazio? Niente affatto, ma che i principi sui quali lavora il progettista sono meno immediatamente politici di quel che pensa e che spesso si rivolgono a relazioni di altro genere: per esempio con il cielo, la luce, la materia, con l’ambiente circostante, con il verde ecc… ecc… Se si vuole cambiare la politica, insomma, bisogna fare politica o , meglio, se si vuole lavorare sull’onda lunga, bisogna occuparsi della formazione delle persone.[9]
Ma nel modello “evolutivo”, economico e culturale, che si va configurando e strutturando, c’è posto per l’Architettura? L’Architettura, come disciplina, è considerata ancora un valore culturale, oppure è destinata a migrare in altri territori disciplinari in cerca di sopravvivenza?
[1] R. Scarano, Processi di Generazione della Configurazione Architettonica, 1988, (Fratelli Fiorentino)
[2] L. Manzione, http://www.zeroundicipiu.it/2014/07/11/not-only-history-but-also-criticism/
[3] G. Carnevale (a cura di), A regola d’arte, 2006
[4] M. Lonzi, Autenticità e progetto, Milano 2006 (Jaka Book)
[5] M. Ermentini, La piuma blu, abbecedario dei luoghi silenti, 2013
[6] L. Prestinenza Puglisi, http://presstletter.com/
[7] C. N. Schulz, Architettura: presenza, linguaggio e luogo, Skira, Milano 1996
[8] L. Prestinenza Puglisi, http://presstletter.com/
[9] L. Prestinenza Puglisi, http://presstletter.com/

