Molti beni architettonici, specie quelli con caratteri monumentali e con una funzionalità originaria desueta, pongono questioni sulle modalità del loro riutilizzo.
Particolarmente complesse appaiono le architetture religiose, anche per la spazialità e la composizione che posseggono, oltre che per la destinazione d’uso non più idonea. Con le demaniazioni post-unitarie, che in verità facevano seguito a quelle napoleoniche del 1810, si è assistito alla confisca di buona parte dei beni ecclesiastici. Attuate all’indomani della promulgazione dell’editto Pepoli1 nel 1960, queste operazioni sono state una delle ragioni per cui gran parte del patrimonio architettonico religioso italiano è passato alla proprietà pubblica. L’iniziale foga democratica risorgimentale, tuttavia, rivelò presto i suoi limiti. L’assenza da parte dei Comuni di risorse economiche da destinare a favore di queste fabbriche (di cui all’epoca non si apprezzavano neppure i valori culturali) portò spesso all’incuria o, pur di utilizzarle, a cercare funzioni suppletive, oppure ancora a renderle disponibili alle più disparate necessità. Molte chiese e molti conventi furono destinati a funzioni pubbliche inappropriate, quali ad esempio caserme, armerie e anche per residenzialità pubblica; le chiese, invece, per la loro accessibilità dalla strada, si prestarono molto spesso a fungere da depositi generici o da laboratori artigianali. Altre volte, invece, furono lasciati in completo stato di abbandono. Gli adattamenti a funzioni anomale spesso hanno alterato la compagine degli spazi, anche tramite pesanti demolizioni e costruzioni di parti murarie e, complice l’incuria, molto spesso sono andati danneggiati, se non completamente distrutti, gli apparati decorativi e gli elementi di arredo. Le pubbliche amministrazioni, i Comuni in particolare, quasi mai sono stati in grado di fare fronte al mantenimento in uso e in buono stato di conservazione di tanta ricchezza architettonica. Fortunatamente in alcune circostanze è accaduto che le comunità religiose siano state in grado di rimpossessarsi delle perdute proprietà, acquistandole dopo alcuni anni, e questo ne ha salvato spesso i caratteri architettonici e artistici. In molti complessi conventuali, rimasti di proprietà pubblica e senza funzioni, nel secolo scorso spesso sono state attuate le più pesanti alterazioni, scegliendo di trasformare gli spazi in edilizia residenziale pubblica. È evidente che, se le celle in un certo qual modo si prestavano funzionalmente alla dimensione residenziale, le sale capitolari, le chiese e i refettori, per le loro dimensioni hanno subito frazionamenti e parcellizzazioni spaziali tali da disperdere sciaguratamente ogni percezione della spazialità e del carattere architettonico e costruttivo originari. Per citare qualche esempio, a Perugia, nel solo corso Cavour, una delle antiche vie regali e via papale verso Roma, i complessi monastici della Beata Colomba, terziarie domenicane, e di Santa Maria Maddalena, monache benedettine, ancora oggi svolgono la funzione di caserme, rispettivamente dei Vigili del Fuoco e dei Carabinieri, come dire che dalla secolarizzazione non è stato più possibile neppure accedere, se non nei pochi spazi aperti al pubblico, e, conseguentemente, è perfino difficile accertare il tipo di manomissione condotto fino a oggi per rendere gli spazi idonei alle nuove funzioni. La Basilica di San Domenico, prossima a questi conventi, è stata in uso ai militari che, trovandola eccessivamente grande, avevano in programma di ripartirla in più settori.
I due casi in Umbria e il caso in Lombardia di seguito illustrati (la chiesa di San Bevignate a Perugia e la chiesa di Santa Caterina a Foligno e il complesso di san Benedetto Po a Mantova) rientrano all’interno di queste vicende storiche risorgimentali; le prime due sono tuttora di proprietà pubblica.
La chiesa di San Bevignate, le cui vicende sono legate all’Ordine dei Templari, fu secolarizzata nel 1860. Nella chiesa di Santa Caterina a Foligno, invece, le monache furono definitivamente espulse nel 1869, mentre il convento – già a seguito delle demaniazioni napoleoniche – svolgeva funzioni non più religiose e neppure consone all’architettura, con conseguente degrado e alterazione. Persa la sua compagine e la sua qualità architettonica, dopo l’Unità d’Italia si assistette a un totale depauperamento; successivamente si provvide a demolire parte del convento e a realizzarvi una scuola elementare, lasciando isolata la chiesa. Oggi, fortunatamente, hanno riacquistato una funzione pubblica, entrambe con destinazione congrua, quale è la sala conferenze. A navata unica un tempo affrescate, si prestano a essere fruite come aule per conferenze all’interno delle quali la presenza di pubblico e di conferenzieri ripropone lo schema funzionale liturgico, lasciando che la godibilità dello spazio e di ciò che resta degli apparati decorativi, non sia dissimile dalle originarie funzioni. Per San Bevignate, in particolare, usata anche per concerti di musica classica e da camera, si prospetta un uso legato agli studi sui Templari che, come è noto, sono stati recentemente rivisti sotto una prospettiva diversa, dopo che alcuni anni fa furono ritrovati negli Archivi vaticani, un tempo secretati, bolle papali che ne testimoniano gli aspetti positivi tenuti per secoli nascosti.
Le contenute apparecchiature tecnologiche necessarie trovano una giusta collocazione nella zona presbiteriale, dove la realizzazione di nuovi pavimenti sopraelevati, anche semplicemente in tavolato, possono permettere un’accurata collocazione dei cavi e degli altri apparati. La presenza del grande portale principale e di portali laterali è idonea a garantire le minime norme di sicurezza e di fuga, senza andare in deroga e senza realizzare dannose e improprie demolizioni murarie per creare ulteriori vani di uscita.
Docks a Copenhagnen; molti sono in corso di rifunzionalizzazione.
Alcuni già rifunzionalizzati ospitano lo studio 3XN ©ph mcfrate
un aspetto particolarmente delicato rivestono, invece, i servizi igienici. Difficilmente le chiese storiche riescono a risolvere questo problema, neppure volendo ricorrere agli spazi annessi quali sacrestie, conventi o canoniche. L’accesso, infatti, risulterebbe quasi sempre faticoso e inappropriato. Qualora si volesse – inopportunamente – usare la zona absidale o la sacrestia, si sarebbe obbligati a transitare nella zona presbiteriale, se non addirittura ad accedere dall’esterno. È evidente che pensare di sezionare l’aula liturgica, separando il coro o altri spazi, risulta cosa assai impropria e improvvida. Le proposte fatte per queste due chiese si pongono con modernità nei confronti del problema, perché lo risolvono realizzando tutti i servizi necessari e, contemporaneamente, assicurando l’integrità delle architetture storiche e degli spazi riutilizzati. Nel primo caso, a San Bevignate, la scelta è stata di realizzare i servizi in forma ipogea nello spazio antistante l’ingresso, permettendo comunque l’accesso dalla chiesa, in posizione prossima all’ingresso principale. Le opere di scavo necessarie a raggiungere la quota di calpestio hanno tra l’altro permesso il ritrovamento di reperti archeologici. I previsti lavori di ripavimentazione su sistema aerante hanno consentito infatti di realizzare una campagna di scavi archeologici, che ha riportato in luce una fullonica2 romana. È stato possibile ricostruire la pavimentazione su solaio, permettendo così anche il percorso di visita alla fullonica. Gli stessi servizi ipogei, posti fuori dal perimetro della chiesa, permettono di disporre di un’ulteriore uscita di sicurezza – utile al percorso archeologico – mediante corridoio con scala, che smonta sul prato del sagrato. Accanto ai servizi igienici, sono stati ricavati anche i vani tecnici tra cui la centrale termica. Merita una particolare attenzione, la soluzione impiantistica adottata perché evidenzia come la tecnologia possa andare in soccorso alla protezione dei beni monumentali. La fuoriuscita, proprio sul sagrato della chiesa, delle canne fumarie necessarie al funzionamento delle caldaie termiche, infatti, sarebbe stata cosa assolutamente deturpante; questo ha spinto a sperimentare un impianto di geotermia collocato in posizione appena defilata rispetto al tempio. Avendo verificato che una sonda a 150 m di profondità intercettava melma, sono state utilizzate due sonde da 70 m, collegate al vano termico.
A Santa Caterina, invece, il volume dei servizi è a due piani, e si pone allineato con la chiesa a breve distanza dal coro che, va sottolineato, è su due livelli. Il collegamento alla chiesa avviene mediante vetrate su leggeri telai metallici, e per i passaggi interni sono state riutilizzate quelle aperture che impropriamente erano state realizzate decenni addietro. La chiesa, infatti, era stata usata come laboratorio artigianale, e per agevolare gli spostamenti era stata sfondata la parete di fondo del coro alla quota di calpestio del piano terra. Dal doppio volume dei servizi, mediante una scala interna, si può accedere al secondo livello del coro, e a un ulteriore piano di servizi. La pulizia e il rigore del nuovo volume, il colore deciso ma allo stesso tempo neutro perché sui toni del grigio, non alterano la possenza della chiesa, che conserva ogni suo carattere volumetrico e cromatico, e assicura l’integrità della configurazione originaria. Neppure in relazione al contesto urbano, che ha caratteri storici, si sono generate rotture, anzi il garbo con cui è stato realizzato il distacco tra il monumento e i servizi, e le proporzioni del nuovo volume rispetto alla chiesa testimoniano di due epoche distinte; sarebbe stato ben più anacronistico realizzare oggi un volume con fattezze tradizionali, perché avrebbe assunto quel carattere di mimetismo che non fa distinzioni e non favorisce i processi storici.
Nel complesso di San Benedetto Po, invece, occorreva fare i conti con gli aspetti dimensionali che, per la non trascurabile mole, hanno richiesto investimenti ragguardevoli specie per la comunità di appartenenza, di modeste dimensioni. In linea generale, per complessi di questa mole, non sempre esistono disponibilità finanziarie congrue; in particolare l’aspetto economico non riguarda semplicemente la fase di start up – sovente legata a finanziamenti regionali, nazionali o europei – ma specialmente la fase di gestione e di promozione dell’attività che all’interno si programma di realizzare. La confermata destinazione a polo museale è congrua con il contesto, specie in quegli spazi in cui la dimensione degli ambienti ben si adatta ad allestire spazi e zone espositive di oggetti, reperti e altro. Questo vale per sale e saloni, per refettori, per logge spesso chiuse da vetrate, per sale capitolari. Un po’ più complesso è il riutilizzo delle celle che, all’interno di poli museali, possono invece costituire luoghi di servizio o semplicemente luoghi “in mostra” consentendo, oltre alla visibilità delle tematiche esposte, anche quella degli spazi, nelle loro forme e nei materiali originali.
Sarebbe necessario che soprattutto per i complessi museali si cominci a pensare per rete e non per individualità e singolarità, in modo che le strutture più note e con maggiori disponibilità finanziarie siano in grado di fare da traino e da veicolo di trasmissione alle strutture di più semplice portata, o ubicate in luoghi più difficilmente raggiungibili. Il progetto di rifunzionalizzazione di san Benedetto ha la qualità di conservare il valore testimoniale del complesso religioso nel suo spazio d’insieme e nei suoi dettagli, proponendo l’uso di materiali e componenti dal disegno contemporaneo sobrio e garbato, per raggiungere un dialogo con l’esistente in cui passato, presente e futuro trovano una comune linea di coerenza. Il principio di riconoscibilità, di compatibilità e di reversibilità ha guidato le aggiunte necessarie al buon funzionamento della struttura espositiva. Le teche e le pedane combinano elementi metallici di produzione industriale alla terra cruda dalla matrice naturale. Si tratta di una tecnica di antica tradizione, che rappresenta l’anima del territorio; è possibile infatti ritrovarne tracce nel paesaggio rurale padano, sebbene sia stata trascurata per lungo tempo. L’impasto è costituito da argilla, sabbia, fibre vegetali e acqua, in percentuali variabili. La lavorazione prevede una fase di essiccazione naturale priva di cottura.
Anche in questo intervento è stata posta molta attenzione all’impiantistica, quale necessità tecnica a supporto dell’efficiente funzionamento del polo mussale, ma è stato modulato l’effetto sulla struttura tutelata facendola entrare fin dall’inizio nel progetto e guidando le scelte dei sistemi, dei tracciati, dei percorsi e dei componenti nel rispetto dei caratteri architettonici del complesso benedettino. Ciò ha condotto alla scelta di impianti a vista posti in opera con sobrietà e discrezione, evitando un impatto prevalente rispetto alle preesistenze.
Pubblicato in
Restauro conservativo e tutela ambientale, M. C. Frate e F. Trivella (a cura di), Palermo 2012

