5° criterio di sintesi

Architetture ed espressività nel progetto dell’esistente.  Indirizzi per la formulazione di un’estetica della sostenibilità

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Le problematiche ambientali ed ecosistemiche segnalate all’inizio di questo studio sottolineano le urgenze che ne conseguono. Poiché è proprio all’interno di questo progetto “universale” di eco-sostenibilità che si inserisce il progetto di architettura, è dall’analisi sistemica del circostante che emergono i criteri per scegliere gli itinerari più adatti da percorre affinché anche l’architettura agisca per preservare l’ambiente da situazioni di disequilibrio e di alterazione. In questo senso, la nuova sfida dell’architettura è ripensare alla sua stessa essenza per ritrovare una consapevole compatibilità con l’ambiente.

Già Vitruvio poneva enfasi sulla relazione tra architettura e contesto (geografico/climatico): «Lo stile degli edifici deve essere differente in maniera manifesta in Egitto e in Spagna, nel Ponto e a Roma, e nei paesi e regioni con caratteristiche differenti Una parte della terra è bruciata dal calore del sole, un’altra è gelata; per ultima esiste una zona affetta da una radiazione solare, però a distanza moderata», dove la parola stile sta a indicare segni e sistemi di segni riconoscibili. Questo mostra come l’uomo abbia avuto sempre la capacità di assimilare le condizioni del luogo e di costruire entrando in dialogazione con queste condizioni, rispondendo con modelli insediativi differenti, capaci di intercettare i differenti caratteri locali.

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Facendosi interprete e portatore di istanze ambientali condivise e di volontà comuni, a partire dalla necessità di superare la perdita di senso degli spazi collettivi fino a quella di opporsi alla riduzione degli spazi naturali, dalla necessità di ridurre l’inquinamento e il traffico a quella di raggiungere i nuovi standard per una vita salubre,  il progetto di architettura diventa uno strumento fondamentale per controllare le scelte di trasformazione di un territorio e per riformulare la morfologia urbana alterata, conseguente agli sprechi di energia e di suolo verificatisi prima di comprendere “i limiti dello sviluppo” della società tecnologica industriale. In verità, come si è anticipato nel Capitolo 1, nel campo dell’architettura, a fianco al termine stesso ‘architettura’ vengono poste con sempre maggiore enfasi, aggettivazioni quali ecologica, sostenibile, bioclimatica, quasi ad affermare una qualificazione accessoria e di complemento al suo senso stesso. Lo stesso concetto di ambiente ha acquisito connotazioni tali da far credere che esista un’architettura corretta, quella conforme dal punto di vista ambientale, e una scorretta, cioè non conforme dal punto di vista ambientale. Questo studio riconduce il discorso al senso dell’architettura come atto di trasformazione dell’ambiente che abbia insite l’etica, la razionalità, la sensibilità e la capacità tecnica, tali da produrre un progetto che risulti il più possibile confortevole, appropriato, funzionale e congruo nel rapporto con l’ambiente e che possegga “sempre” e non “anche” requisiti estetici: in una parola sola un “progetto di architettura”. In sintesi, i tre assi portanti dell’architettura e della cultura del progetto restano sempre

l’etica intesa come senso di responsabilità, l’estetica intesa come amore per la bellezza, l’euristica intesa come coraggio delle idee.

Ciò premesso, per entrare negli argomenti che attengono alle valutazioni sulle nuove possibili morfologie conseguenti al progetto in chiave ecosostenibile, occorre fare un primo discernimento: con riferimento agli aspetti figurativi dell’architettura, il rinnovamento perseguito attraverso la ricerca focalizzata solo sul linguaggio estetico-formale ha commesso e commetterebbe tuttora un errore di fondo. Lo rivela per esempio il post-moderno che ha tentato di riproporre forme del passato, oppure lo rivelano i più contemporanei movimenti quali l’high-tech e il decostruttivismo quando si avvalgono esclusivamente di valori visivi per esprimere se stessi piuttosto che creare legami profondi con i contesti e con le condizioni ivi presenti. Una certa architettura, infatti, sta diventando sempre più una disciplina autoreferenziale che parla solo a se stessa e su se stessa, indifferente ai reali bisogni e alle reali necessità complessive del contesto e dell’uomo. Questo approccio privilegia ed esalta il valore iconico che, se fino alla metà del secolo scorso era limitato ad alcuni episodi legati alla rappresentatività istituzionale o sociale, ora è diventato così importante da essere preso in considerazione anche per gli interventi più minuti. Non può dirsi lo stesso del concluso ciclo dell’architettura razionalista, pur con i suoi limiti e le sue responsabilità, e delle sue forme di espressione che, va ricordato, non rappresentavano affatto una novità esclusivamente formale quanto piuttosto una trasformazione profonda della pratica teorica progettuale nella cui matrice progettuale certamente l’incidenza ambientale ha avuto un peso contenuto perché non ancora noti i “limiti dello sviluppo”.

Raffrontando gli atteggiamenti dei principali architetti che hanno operato in termini di sostenibilità, si riscontrano differenti scuole di pensiero e di azione che hanno prodotto architetture con “morfologie e figurazioni” diversificate. L’architettura cosiddetta ecosostenibile, oltre a produrre una macchina più economica (Bill Dunster), ha avuto diverse declinazioni: potrebbe essere orientata a produrre una macchina che utilizza materiali del luogo (George Reinberg), o un involucro energetico ben calibrato (Rolf Disch), oppure ancora una suggestione con attributi di sostenibilità (Renzo Piano). In alternativa potrebbe essere un ecosistema che emula la biologia naturale (Kenneth Yeang) o, infine, un manufatto basato su un concetto ecosistemico in cui i comportamenti degli uomini possono essere indotti a modificarsi (Richard Rogers). Partendo da questi presupposti e indagando i più recenti orientamenti e le più recenti attività, si può esaminare se e come si sia delineato un nuovo linguaggio architettonico conseguente alla ecosostenibilità che non sia solo frutto di recupero vernacolare e tradizionale di tecniche antiche assurgibili a segni e sistemi di segni e neppure sia una riacquisizione di noti canoni estetici declinati nei progetti con forme di adattamento agli obiettivi di ecosostenibilità; peggio ancora, una esasperata esibizione di sistemi tecnologici volti al risparmio energetico o alla produzione di energia; ma che abbia i criteri di un nuovo  modo di fare architettura capace di esprimere i valori del proprio tempo.

Ragionare dunque su una possibile estetica della sostenibilità, così come ideologicamente intesa da chi attinge ai variegati criteri specifici delle nuove architetture (vedi Capitolo 1) è già difficile e complesso[1]; lo diventa ancora di più e in misura esponenziale quando si tratta di interventi di riqualificazione che operano sull’esistente. Questo accade perché non si parte dalla possibilità di creare un nuovo ecosistema, come accade per le nuove costruzioni, ma dalla necessità di trasformare una macchina non funzionante quale è un edificio già esistente. Per dirla con Yeang, l’edificio esistente è già una pregressa grande ferita non rimarginata; si può aggiungere che, come tale, potrebbe essere in procinto di estendere la sua infezione al contesto se non si interviene a sanarla e a trasformare la malattia in opportunità e risorsa.

È un dato, tuttavia, che negli ultimi decenni una buona parte degli architetti, non avendo una consapevolezza specifica sui temi della eco-sostenibilità perché smarritasi tra gli obiettivi della modernità e dentro i percorsi di studio, si stia formando sul campo, in modo graduale e spesso disomogeneo, attingendo in maniera spontanea e poco sistemica all’utilizzo di soluzioni tecniche che provengono dai più disparati settori (edilizia e materiali tradizionale, strumentazioni tecnologiche, sperimentalismi sul mercato) tentando di proporre nuove modalità di sviluppo della progettazione. In conseguenza di questo, convivono da un lato modelli architettonici tipologicamente e morfologicamente tradizionali, dall’altro soluzioni tecnologiche e impiantistiche spinte, finalizzate al soddisfacimento di uno o più requisiti di carattere energetico e/o ambientale. Per esempio, molti nuovi edifici si risolvono totalmente nella pelle che li veste, mentre i rapporti dimensionali, le relazioni spaziali, la dialettica tettonica spesso non sono più tema di indagine e di proposta, cosicché il confronto e la lettura avviene tutto a livello di superficie. In altri casi, la necessità di comunicare in maniera molto esplicita la scelta sostenibile di impronta non vernacolare ha portato a esporre gli elementi tecnici più innovativi in modo eccessivo, esasperandone le forme, i colori e la visibilità; questo da un lato ha creato una sorta di “folklore sostenibile”, dall’altro ha permesso di creare un immaginario di nuovi riferimenti comuni che hanno radicato alcuni elementi fondamentali del vocabolario tecnico e formale della sostenibilità; nel novero ci sono i già menzionati involucri tecnologici  e gli apparati e strumenti tecnico/impiantistici esibiti come simboli che, seppure celano un profondo lavoro tecnico,  non sempre corrispondono a una estroflessione della spazialità interna e della cultura architettonica che la sottende.

L’osservazione dei contesti e degli interventi più recenti permette di evidenziare che questa nuova cultura del progetto “socialmente ed energeticamente consapevole” comincia a produrre elementi e caratteri, in alcuni casi segni, che tendono verso un codice costruttivo autonomo e man mano che l’esperienza, l’uso e la gestione consapevole di soluzioni tecnologicamente innovative si perfezionano sembra che i segni prodotti riducano gradualmente la loro caratterizzazione a livello morfologico rispetto alle espressioni iniziali fortemente connotate. In questo senso, l’utilizzo di tecnologie innovative, di nuovi materiali o di nuove tecniche diventa così una opportunità e non la chiave risolutiva della questione ambientale.  Per esempio l’uso della luce naturale, dei sistemi di raffrescamento o di ventilazione naturale, dei sistemi di captazione solare o dei sistemi di produzione di energia (essendo ormai assunti nei requisiti fondamentali della progettazione) tendono a perdere l’enfasi formale originaria perché sono fisiologicamente integrati some sistema edificio/impianto fin dall’origine. In sostanza, l’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale non vengono più esibiti perché l’edificio torna a essere principalmente il luogo della vita di qualità, o della buona qualità della vita e non più solo una efficiente macchina abitabile. Vale un caso per tutti a testimoniare la dinamica evolutiva dell’architettura: nei territori in cui l’agenzia Klimahaus ha agito con efficacia, inizialmente si sono avuti inserimenti tecnologici su forme tradizionali e vernacolari con risultati piuttosto pesanti; con il tempo gli interventi si sono affrancati da queste rigidezze formali producendo nuovi scenari dell’architettura alpina che può così vantare forme di innovazione tecnologica e forme di differente utilizzo dei materiali della tradizione, perfettamente inserite e integrate nel contesto naturale e culturale in cui si radicano e da cui traggono ispirazione.

Di contro va detto che, nella cultura progettuale del mondo occidentale, la progettazione ecosostenibile in climi caldi oggi appare un campo di innovazione non indagato, anche se in queste aree geografiche si è sempre avuta una impostazione bioclimatica e sostenibile come strategia di difesa dal surriscaldamento che ha prodotto le torri del vento, i qanat, i malqaf o le stanze dello scirocco. Peggio ancora, in Italia e nei contesti mediterranei si risente perfino una condizione di ‘importazione’ e trasferimento di modelli non autoctoni, propri delle aree centro-europee ed anglosassoni, dove si sono sviluppate le prime esperienze sul tema, a discapito di una cultura materiale specifica dei luoghi caldi che meriterebbe approfondimenti, rielaborazioni e attualizzazioni. Proprio per sopperire a queste mancanze, il programma europeo Horizon 2020 ha focalizzato moltissimo l’attenzione della ricerca su questo tema.

In sintesi, dalla semplice sovrapposizione degli elementi captanti su edifici tradizionali o di elementi tecnici morfologicamente tradizionali si è passati alla modellazione dell’edificio in funzione della massimizzazione della produzione di energia, sacrificandone la qualità architettonica e d’uso; il punto di arrivo di questo processo in corso è rappresentato dalla mediazione tra tre fattori:

  • qualità morfologica dell’oggetto architettonico
    • funzionalità dell’impianto spaziale
    • efficienza dell’impiantistica tecnologica

Il loro equilibrio finora incerto e asimmetrico ora comincia a presentarsi in forma sufficientemente matura: le attuali sfide ambientali, infatti, stanno portando e porteranno sempre più gli architetti a progettare includendo gli aspetti ambientali fin dalle prime fasi del processo di generazione funzionale, configurazionale e morfologico, in maniera da esprimere la volontà di adottare schemi concettuali dinamici e flessibili in grado di interpretare e vivere nell’ambiente in cui si colloca.  In proposito, si citano le “Sei raccomandazioni dagli strutturalisti[2]”, così come stigmatizzate da Udo Weilacher  in una sua recentissima lecture, ritenendole di estrema attualità:

  1. Rispettare i principi fondamentali dell’esistenza umana e la forza degli archetipi
  2. Evitare un orientamento puramente funzionalista, settoriale e fortemente formale nella pianificazione e nella progettazione
  3. Accettare l’esistente e l’isocrono. Ciò significa: considerare strutture storiche e contemporanee come altrettanto preziose
  4. Promuovere e rafforzare la variabilità, la vitalità e la versatilità delle reti strutturali
  5. Creare spazi polivalenti per consentire l’adozione libera delle strutture
  6. Sottolineare la comunicazione come il fattore strutturante

All’interno di questo quadro, la libertà progettuale trova conforto nelle idee di Bruno Zevi espresse nel volume Il linguaggio moderno dell’architettura[3]; qui egli sostiene che l’architettura contemporanea debba rifuggire da regole e dogmi. E se proprio a qualche principio deve rifarsi, questo è che per il futuro non possono esserci che antiregole. Zevi ne enuncia sette che chiama invarianti: l’elenco, la asimmetria, la scomposizione quadridimensionale, le strutture in aggetto, la temporalità dello spazio, la reintegrazione edificio-città-territorio, sottolineando con quest’ultimo punto la dimensione ecosistemica del progetto di architettura.

Certamente i nuovi materiali e le nuove tecnologie offrono nuove possibilità figurative e nuove narrazioni del progetto di architettura, permettendo al progettista di assumere l’involucro edilizio non più come un semplice diaframma interno-esterno, ma come un filtro dinamico tridimensionale capace di trasformarsi, di dilatarsi o di restringersi, per supportare le esigenze di benessere, di sostenibilità e di risparmio energetico e di esprimerle attraverso nuove configurazioni.  Ciò vuol dire che la grande scommessa del risparmio e dell’efficienza energetica nell’edilizia può essere vinta solo attraverso la capacità di ricorrere, in modo integrato e interattivo, non a tecnologie “di moda” ma all’insieme delle tecnologie e delle metodiche progettuali che costituiscono la sconfinata sfera del costruire sostenibile.

A fronte di una diffusione di queste tecnologie negli interventi le applicazioni edilizie e urbane, esiste il notevole rischio di un’indiscriminata applicazione senza criteri che stabiliscano, in termini di qualità urbana, effetti sul linguaggio architettonico. In sostanza, il problema degli inserimenti tecnologici innovativi non può esser risolto né sovrapponendo le tecnologie energetiche sulla costruzione ma neppure mascherandole all’interno delle strutture dell’edificio. Occorre coglierne le potenzialità formali e tecnologiche, ponendole alla base del linguaggio progettuale in una logica integrata. Nella realtà e nella pratica amministrativa, il concetto di “integrazione architettonica” è contemplato ormai in quasi tutte le norme nazionali, regionali e nei regolamenti edilizi comunali, con relativi incentivi economici e premialità volumetriche, anche se nessuna di queste norme dà indicazioni certe su ciò che si intende per ‘impianto qualitativamente integrato’: in questo senso il rischio che, sul piano estetico-formale, va ridimensionato è quello di generare  elementi di ‘discontinuità urbana’.


[1] Udo Weilacher, annotando che il lusso del futuro è qualcosa che non si può comprare in un duty free shop (il riferimento va anche ai valori estetico-formali non monetizzabili) si chiede: «Come creare un linguaggio comune in sintonia con la società contemporanea?» .

[2] Udo Weilacher insegna alla Tecnische Universitat di Monaco; ha tenuto una lecture nel 28 febbraio 2017 a Firenze all’interno della quarta sessione della Open session on Landscape 2017 dal titolo  “Beetween landscape architecture and landart – Una nuova sintassi del paesaggio. «Six recommendations by structuralist:

  1. Respect the fundamental principles of human existence and the power of archetypes
  2. Avoid a pure functionalistic, sectoral and strongly formal orientation in planning and design
  3. Accept the existing and isochronal. That means: consider historical and contemporary structures as equally valuable
  4. Promote and reinforce the changebility, viability and versatility of structural networks
  5. Create polyvalent spaces in order to allow the free adoption of structures
  6. Emphasize communication as the structuring factor»

[3] Cfr Bruno Zevi, Il linguaggio Moderno dell’architettura, Torino 1973.

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