Ecosostenibilità e riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica in Europa. Criteri di qualità: prime considerazioni

https://www.morebooks.de/it/search?utf8=%E2%9C%93&q=frate

  • Senso, significato, limiti e possibilità dell’intervenire sul costruito esistente

Intervenire sul costruito esistente è una necessità dettata da diverse urgenze che generalmente partono da ragioni semplici e individuali, così descritte da Alberto Alessi: «Si costruisce sul costruito semplicemente perché risulta economicamente vantaggioso sfruttare il lavoro già fatto da altri; oppure perché è impossibile ottenere permessi o indici edilizi sufficienti per realizzare nuove costruzioni in zone appetibili come sono spesso quel­le dove sorgono gli edifici ‘storici’. Altre volte si decide di adeguare l’esistente per ragio­ni personali, per salvare la casa di famiglia come un pezzo della propria storia che non si vuole perdere; oppure per ragioni collettive, quando intervenire sull’esistente risulta l’unico modo di ravvivare e di dare permanenza alla memoria culturale cristallizzata negli edifici, senza renderli sterili oggetti da museo»[1].

http://www.fedoa.unina.it/view/creators/Frate=3AMaria_Carmela=3A=3A.html

Le urgenze diventano più complesse se si includono le necessità energetico-ambientali, ecosistemiche e del benessere psico-fisico. Intervenire sull’edificato esistente può dunque diventare un’occasione unica per migliorare le prestazioni del manufatto e del contesto in particolar modo se si innalzano gli standard qualitativi, fino a equipararli a quelli delle nuove costruzioni, se si migliorano le prestazioni energetiche e se si potenzia la funzionalità globale dell’edificio e se, con riferimento all’edilizia residenziale pubblica, si assumono come dati della riprogettazione i nuovi modelli dell’abitare contemporaneo e i nuovi profili dell’utenza.

In molte città europee questa strategia è iniziata già da qualche decennio attraverso operazioni di densificazione (vs lo sprawl), finalizzate ad aumentare la volumetria, contestualmente alla riqualificazione dell’esistente, in particolare sul piano energetico. In proposito, così scrive Laura Deaglio: «A fronte, infatti, di una esigenza di densificazione delle aree urbane, quale reazione alle crescenti stime circa la futura popolazione urbanizzata, con l’obiettivo di una riduzione al minimo del consumo di territorio, l’utilizzo delle coperture esistenti e degli spazi interstiziali e residuali come nuovo suolo rappresenta una possibile strategia, anche perchè consente di intervenire intensificando i tessuti urbani, proponendo e collocando nuove funzioni, anche temporanee, sperimentando eventuali soluzioni di mix sociale, suggerendo nuove chiavi di lettura dell’esistente, anche degradato, che ne delinei possibili percorsi per una riqualificazione ed un rilancio. […] L’intervento in copertura viene incontro anche alla domanda di sostenibilità delle città, non solo perchè rappresenta la collocazione ideale di impianti per la produzione di elettricità e calore o per l’insieme dei vantaggi che derivano dalla trasformazione di lastrici solari in giardini pensili, ma anche per nuove forme di concessione della proprietà privata, che allu­dono, ad esempio, allo scambio di suolo edificabile in copertura, in cambio di un intervento di riqualificazione energetica dell’intero edificio sottostante»[2] (Daglio 2012).

Gli stessi principi sono ribaditi nel seguente passo: «Ritornata di grande interesse come modello antitetico a quello della città diffusa, la città compatta mira a contrastare gli effetti dovuti proprio ai fenomeni diffusivi, come l’eccessivo consumo di suolo, i fenomeni di congestione urbana, l’aumento dei costi di infrastrutturazione, il peggioramento delle condizioni di salute della popolazione, che hanno caratterizzato lo sviluppo insediativo durante il secolo scorso e che oggi non sono più sostenibili. Le politiche di densificazione si propongono come prassi credibili per ottenere obiettivi di sostenibilità, come la riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di gas climalteranti, considerando che più della metà della popolazione mondiale risiede nelle città e nelle grandi aree metropolitane, peraltro in crescita continua: esperimenti di ricucitura, completamenti, innesti e “infill”, tecniche di densificazione e strategie “anti-sprawl” sono ampiamente documentate nelle recenti esperienze di Bjilmermeer ad Amsterdam, nel Technopark di Zurigo, nel Karl Marx Alee a Berlino (Reale, 2008). Tali esperienze non si limitano alla definizione di semplici misure preordinate all’aumento della densità urbana tout court, ma intendono dare forma ad una crescita basata su trasformazioni volte ad innalzare il livello di qualità del costruito attraverso l’integrazione di nuove prestazioni (energetiche, strutturali, impiantistiche, ecc.), oltre che con l’introduzione di mix funzionali adeguati e la previsione di idonei livelli di dotazioni ecologiche ed ambientali»[3] (Ferrante, Cattani, Bartolini, Semprini 2012).

In questa direzione, «[…] se la nostra epoca è quella della tregua nell’espansione e le città non hanno più bisogno di crescere e dilatarsi, il tema del ripensamento critico sul “già fatto” acquista un valore etico e culturale decisivo giacché modifica l’idea stessa di progresso. Questa nozione non può più essere automaticamente rapportata all’idea di sviluppo e di crescita, come già Pasolini aveva precisato in un premonitore saggio [in Scritti corsari], quanto piuttosto a quella di più profondo senso di civilizzazione e responsabilità. Non più quindi accumulazione, espansione, consumo e spasmodica competitività, ma razionalizzazione e mitezza, risparmio, riparazione, integrazione»[4] (Spagnolo 2014).

Operare sull’esistente è un’azione sempre presente nella storia delle città e «[…] significa rispettare l’identità dei luoghi e operare sulla città per successive stratificazioni, come sempre è avvenuto nella storia delle città europee, utilizzando le strutture preesistenti come fondamento per le nuove»[5] (Calzolaretti 2014).  In sostanza, secondo una visione consolidata, è un campo che include azioni di conservazione e restauro dei beni di interesse storico artistico; tuttavia oggi questa visione è limitante se estesa a tutta la città perché, sulla scorta anche del pensiero ecologico e dei limiti manifestati dal patrimonio edilizio recente, le azioni sull’esistente contemplano anche e soprattutto azioni di recupero e riqualificazione che riguardano una grande quantità di edifici costruiti negli ultimi cinquant’anni nelle periferie urbane.

In ogni caso, entrambe le tipologie di intervento necessitano di una impostazione teorica che preveda una profonda conoscenza del manufatto oggetto di intervento, ma, diversamente dalla conservazione e dal restauro, l’operazione di recupero e riqualificazione si caratterizza soprattutto per la tendenza, in fase progettuale, verso la trasformazione della compagine architettonica in maniera che si possano attribuire nuovi valori all’esistente. Trattandosi infatti di edifici recenti che non hanno ancora stratificato il loro valore storico, che spesso sono ripetitivi nella loro configurazione geometrica e che l’aspetto estetico-formale, anche in virtù della serialità, risulta oggettivamente di scarsa-media qualità, essi offrono una maggiore libertà interpretativa dell’esistente e ampie possibilità di intervento. In questo senso recuperare e riqualificare diventa un tema di rilevante interesse e attualità perchè va aldilà dei tradizionali concetti di “recupero edilizio” di impronta conservativa, offrendo ai progettisti la possibilità, attraverso un coerente processo progettuale SWAT che sappia declinare fattori interni e fattori esterni, di introdurre variazioni importanti al manufatto edilizio non solo sul piano funzionale, spaziale e tecnologico ma anche sul piano estetico-formale e configurazionale.

Matrice SWAT (fonte UTET)

Il processo progettuale che ne deriva include tre tematismi fondamentali (Montuori[6] 2014):

  • Healty contruction, ossia costruire in maniera sana;
  • Active design, ossia adottare una progettazione attiva e non solo conservativa;
  • Architecture re-shaping, ossia riformulare l’architettura esistente.

A una prima lettura e interpretazione, nelle operazioni di riqualificazione le strategie che emergono in maniera prevalente sono:

  • Sostituzione edilizia, operazione radicale che implica la demolizione dell’edificato esistente e la nuova edificazione; è l’estrema ratio, da applicare quando non esistono presupposti e requisiti fisici e sociali tali perché un manufatto possa essere riutilizzato nel tempo. Questa opzione viene spesso ritenuta idonea alle periferie[7], dove, per alcuni, sembra debba prevalere il «principio della cancellazione e della sostituzione rapida piuttosto che quello della durata, ovvero della città che si costruisce su se stessa nel tempo, sulle sue orme e tracce morfologiche»[8] (Valente 2014). La sostituzione edilizia pone in essere il problema dello smaltimento di quelle strutture non “decostruibili” che producono rifiuti, oltre alla cancellazione del patrimonio immateriale dell’esperienza progettuale architettonica, spesso mai portata a termine, e del patrimonio identitario che nel tempo si è formato.

Sostituzione, le Vele di Scampia, Napoli (fonte http://napoli.repubblica.it/, www.esplosivi.it)

  • Costruzione sul costruito[9], operazione che ha come esito la stratificazione e la sovrascrittura sull’edificato esistente; l’immagine del teatro di Marcello a Roma o del teatro romano a Lecce e di tanti altri edifici storici testimoniano come storicamente la pratica del costruire sul costruito sia stata sempre utilizzata, come appartenga alla storia dell’architettura e alla storia delle città, anche di quelle che sembrerebbero essersi stabilizzate nel tempo a una data epoca storica. Sono indicativi alcuni progetti di Herzog&de Meuron, tra cui la menzionata filarmonica di Hamburg. «Riguardo alla città in cui si moltiplicano gli ambiti degradati e abbandonati, sta maturando una consapevolezza dell’operare che riporta al centro della pratica del progetto architettonico e urbano il tema del costruire sul costruito e a cui si accompagna una estesa attenzione critica alla nozione di patrimonio (non solo dal versante delle pratiche di tutela) e di bene comune»[10] (Valente 2014).

Costruzione sul costruito, Teatro di Marcello a Roma (fonte https://controventoroma.com,  http://www.bedandbreakfastostiaantica.it/ )

Herzog-de-Meuron, River-Tunes-Elbe-Philharmonic-Hall, Hamburg (fonte M. C.  Frate)

  • Trasformazione più o meno profonda, operazione che produce risultati di differente intensità in cui giocano un ruolo fondamentale l’addizione e la sottrazione volumetrica, praticata secondo criteri, intensità e dimensioni differenti. La necessità che il costruito sia vivo è testimoniato da un ingente patrimonio edilizio che nei secoli ha subito profonde trasformazioni sul piano morfologico, tipologico e funzionale: architet­ture e costruzioni tradizionali hanno accolto mutamenti di ogni tipo contribuendo alla loro conservazione nel tempo, anche assumendo connotati a volte completamente differenti. Con questo processo, hanno consentito la trasmissione del manufatto edilizio che, se non più utilizzato per incapacità di assolvere a determinate funzioni o inade­guato rispetto alle esigenze contemporanee dal punto di vista energetico, tecnologico, funzionale e morfologico, sarebbe deperito o diventato reperto archeologico.

«L’attuale condizione del patrimonio edilizio urbano, soprattutto in Europa, in un momento di incombente crisi economica di cui non si intravede una ragionevole conclusione, ha reso la trasformazione uno dei pochi programmi praticabili con il quale si cerca di combattere gli sprechi che hanno avuto una parte determinante nell’innesco della crisi, sprechi di energia, di tempi e di risorse di ogni genere dovuti ai non necessari spostamenti di uomini e merci e alla illimitata produzione di rifiuti, alla difficile accessibilità dei servizi urbani, alla lontananza tra residenze e luoghi di lavoro […] L’architettura si trasforma continuamente per opera di chi la progetta e la costruisce; ma è pur vero che, considerandola espressione della società e della cultura di un tempo determinato, si deve ammettere che sembra, nel suo continuo modificarsi, qualcosa di simile a un organismo vivente che subisce continue metamorfosi, soprattutto se si accetta di quest’ultima parola l’accezione biologica che si riferisce di solito a trasformazioni rilevanti e vistose, come avviene per esempio nei rettili o nei vermi che diventano farfalle»[11] (Portoghesi 2012) .

Esistono interventi che contemplano la rifunzionalizzazione, intesa come intervento atto ad attribuire una nuova destinazione compatibile con il contesto. Si riporta in proposito l’esempio di trasformazione residenziale dei gasometri di Vienna, come descritta in un articolo: «L’intervento di riqualificazione più importante e che rappresenta tuttora uno degli esempi più belli di recupero è avvenuto a Vienna negli anni Novanta e la dinamicità del proget­to fa presagire che potrebbero esserci ulteriori sviluppi nei prossimi anni.

I Gasometri di Vienna, convertiti in edifici residenziale misto, commerciale, auditorium, direzionale  (fonte http://www.floornature.it/, http://www.luxury24.ilsole24ore.com/

Jean Nouvel, Coop Himmelb(l)au, Manfred Wedhorn, Wilhelm Holzbauer ,Datazione costruzione edifici originari: 1896-1899, Datazione concorso per la riconversione: 1995
Datazione progetto e realizzazione: 1999-2001

Costruito nel 1896 nel distretto vienesse di Simmering, area centralissima della capitale austria­ca, il “Gasometres” (nome declinato al plurale perché l’impianto- il più grande d’Europa- era costituito da quattro strutture) venne dismesso nel 1984. Dichiarato monumento nazionale, il gasometro è stato per dieci anni utilizzato in vari modi e da vari enti, finché nel 1995 la città di Vienna non decise di indire un concorso di progettazione internazionale per il recupero dei quattro monumenti. Un bando piuttosto ‘aperto’ a nuove idee, con l’unica restrizione sulla de­stinazione d’uso: residenziale, con servizi annessi. E, va da sé, il mantenimento della struttura esterna originaria, salvo la possibilità di creare piccole aperture nel paramento murario tali però da non compromettere gli originari decori. Per i gasometri A, B e C vengono scelti rispettivamente: un progettista di grande fama come Jean Nouvel (il cui ‘tocco’ è evidente nella realizzazione di una piazza coperta con un tetto tran­slucido che, attraverso un gioco di rifrazioni, sintetizza il connubio vecchio-nuovo) e due studi austriaci, Coop Himmelbau (artefice dell’aggiunta di tre volumi alla facciata esistente) e Man­ fred Wedhorn, che ha adottato l’approccio più “green”, aggiungendo terrazze e giardini interni. Il progetto del gasometro D, invece, è assegnato all’architetto Wilhelm Holzbauer, vincitore di uno specifico concorso di idee a libera partecipazione»[12].

Altri casi, invece, di seguito esposti attraverso le immagini, rappresentano interventi di trasformazione di edifici e contesti sorti già all’origine con una destinazione residenziale che, in fase di riqualificazione, hanno conservato la stessa destinazione. Proprio su questo tipo di interventi si sofferma la ricerca, con l’obiettivo di esaminare come, intorno alla costante funzionale residenziale, si possano innestare le variabili morfologiche secondo criteri di ecosostenibilità e di qualità funzionale, spaziale ed estetico-formale.

Trasformazione (addizioni, demolizioni selettive), Monpellier, riqualificazione dell’edificio residenziale sociale La Pergola (fonte  https://plus.google.com, http://www.darchitectures.com/)

 Trasformazione (demolizioni selettive), Leinfelde edificio residenziale (fonte http://www.bryla.pl/bryla)

  • Individuazione di misure fisiche e di processo necessarie negli interventi di riqualificazione ecosostenibili

«Ogni paese membro possiede un parco edilizio di consistenza diversa e con problematiche differenti, ed ha cercato quindi, nell’ultimo decennio, di intervenire con logiche e approcci differenti a partire dalla comune constatazione che queste costruzioni, proprio per i loro vizi originali, fossero destinate a invecchiare più rapidamente di altre. La riqualificazione energetica si pone allora come strumento di miglioramento della qualità del sistema edilizio e, nel contempo, di evoluzione sostenibile del tessuto urbano. Essa si configura quindi come strumento di risoluzione per problematiche non solo tecnologiche alla scala di edificio, ma anche ambientali, economiche, sociali e occupazionali»[13] (Dassori, Morbiducci 2013). Tali declinazioni richiedono una chiave di lettura e di interpretazione di tipo ambientale capace di costruire utili percorsi per la riqualificazione e la rigenerazione che i contesti richiedono, nell’accezione in cui riqualificare per rigenerare può voler dire ridare qualità per ridare un “genere o una genesi nuova”[14].

  • Luoghi, tipologie e tecnologie nei processi di riqualificazione dell’esistente

Nonostante l’avanzato e complesso stato di degrado, l’edilizia residenziale pubblica rappresenta una realtà edilizia importante, perché il patrimonio di alloggi, di spazi e servizi di cui si dispone è rilevante non solo sul piano quantitativo (e quindi economico), ma spesso anche sul piano qualitativo (architettonico, urbanistico, ma soprattutto culturale), avendo rappresentato storicamente il luogo di una serie di sperimentazioni di modelli abitativi, edilizi e insediativi. L’aspetto sperimentativo originario, laddove ancora riscontrabile, costituisce una componente da analizzare ed enucleare nella sua dimensione e nel suo significato. Un altro aspetto fondamentale è l’identità climatica dei luoghi che ha determinato le tipologie abitative ed edilizie e le tecnologie esecutive e dei materiali. Per costruire scenari innovativi di un abitare sostenibile e per poter riqualificare in sintonia con le vocazioni dei luoghi, la conoscenza dell’ambiente in cui si collocano gli insediamenti è imprescindibile e ciò è funzionale anche alla definizione degli indirizzi per gli interventi di retrofit. «Per poter mettere in condizione il ricercatore o il progettista di operare correttamente ed efficacemente i passaggi sopradescritti, è opportuno offrire un sistema “adattivo” di parametrizzazione ecologica delle qualità intrinseche di luoghi esistenti o di progetto, onde pervenire a corrette logiche di approccio per risolvere una questione complessa quale è quella della valutazione e organizzazione delle interazioni in atto negli ecosistemi insediativi.  Logiche, queste, fondate su una visione altrettanto complessa delle dinamiche e delle variabili locali, socio-economico-culturali, geografico-climatiche, in una parola: ambientali, ma allo stesso tempo consapevoli di dover fornire risposte a questioni paradigmatiche; logiche differenziate nell’articolazione delle scelte di azioni specifiche e nel rispetto di spazi diversi per configurazioni, funzioni e prestazioni, ma confrontabili in rapporto ai comuni criteri di giudizio messi in atto»[15] (Tucci 2011). Costituiscono un riferimento di studio il progetto HELI-Med, volto alla adozione di strumenti per la progettazione e rigenerazione di Smart Buildings ed Energy Efficient Interactive Buildings nelle aree del mediterraneo e la ricerca di Ateneo Buone pratiche per il recupero e la riqualificazione energetica e ambientale dell’Housing esistente in Area Mediterranea (2011-2012).

  • Il miglioramento della qualità dell’ambiente, del clima e del comfort

Edifici energeticamente sostenibili incidono positivamente sulla qualità dell’ambiente e del clima. Associando a queste qualità ecologiche e ambientali le caratteristiche di confortevolezza, riqualificare assume il significato di migliorare o ridare una qualità alle residenze e ai quartieri e questo è possibile intervenendo sia sugli spazi interni delle unità residenziali (benessere indoor) modificandone la distribuzione funzionale e gli accessi, diversificando le singole unità residenziali, migliorando la luminosità, il calore naturale, la ventilazione naturale, sia su quelli esterni (benessere outdoor), creando nuovi spazi condivisi, reinterpretando le identità, modificando l’aspetto esteriore degli edifici all’interno di un rinnovato contesto collettivo che favorisca la partecipazione e l’inclusione sociale. L’approccio essenzialmente ingegneristico/impiantistico/tecnico viene così superato da un approccio integrato in cui le misure tecniche e le opzioni di progettazione includono e raccordano i valori del miglioramento energetico/tecnologico a quelli di miglioramento del comfort. Tali interventi dipendono dal grado di adattività e di trasformabilità degli edifici residenziali esistenti. In proposito ha osservato Eduardo Vittoria[16] che la carica innovativa dell’architettura del Movimento Moderno e l’intuizione della interdipendenza cellula/edificio/città ha subito un arresto proprio nel momento in cui l’architettura è stata ricondotta dal mercato entro parametri economici, demografici, normativi e di industrializzazione e standardizzazione che hanno vanificato l’originaria innovazione. Per esempio, all’origine l’introduzione del sistema a telaio (casa domino) aveva in sé quel positivo carattere di “incertezza” architettonica che consentiva già di ipotizzare trasformazioni morfologiche sulla base delle fisiologiche e mutevoli esigenze degli users, in particolare perché intendeva collegare «l’architettura al tempo dell’esistenza piuttosto che al tempo della storia». I processi di industrializzazione, tuttavia, hanno tradotto questa tecnologia modificabile in sistemi prefabbricati decisamente più rigidi, molti dei quali utilizzati nelle residenze pubbliche, riducendo la carica innovativa originaria.

  • Retrofit energetico, retrofit tecnologico e innovazione

Già all’origine, le procedure progettuali ed esecutive degli edifici per la residenza pubblica non ponevano come criterio il contenimento dei consumi perché le problematiche energetiche, appena affacciatesi negli anni ‘70, venivano ricondotte a disequilibri internazionali con i paesi produttori di fonti fossili. A questa disattenzione si aggiungono la velocità di esecuzione, spesso sommaria e priva dei criteri del buon costruire (anche se non mancano casi di buona sperimentazione) e la totale assenza di manutenzione protrattasi per decenni, tant’è che tuttora si riscontrano quelle disfunzionalità e quei degradi tipici delle aree marginali e abbandonate. Come si può desumere, tutta l’edilizia residenziale pubblica, costruita prevalentemente a telaio in c.a. o ad elementi prefabbricati di vario tipo, soffre di forti dispersioni termiche a causa proprio della discontinuità degli involucri, dei materiali e dei giunti ormai degradati (ponti termici), di una elevata trasmittanza delle pareti e degli infissi e di un decadimento impiantistico, già inappropriato all’origine. In questo contesto, intervenire su un patrimonio esistente con deficit, ossia con parti inadeguate al soddisfacimento delle nuove istanze, le strategie tese al retrofit energetico e tecnologico rappresentano una risposta alla necessità di ammodernamento, di adeguamento e di miglioramento delle prestazioni aumentandone il rendimento energetico. In proposito, l’approfondimento relativo alle cronologie e tecnologie di esecuzione degli insediamenti residenziali pubblici ci presentano un quadro di conoscenza utile a definire le possibili strategie di retrofit[17]. Queste si configurano come azioni attuali su edifici realizzati in precedenza (retro-azioni) che utilizzano strategie e tecnologie certamente più evolute su contesti tecnologicamente meno evoluti.  È proprio in questo scarto che va colta l’innovazione. «[…] Gli interventi di retrofit energetico prevedono dunque l’applicazione di tecnologie innovative finalizzate al risparmio e all’uso efficiente dell’energia, alla produzione da fonti rinnovabili alla piccola scala, alla climatizzazione passiva (Bellomo, Losasso[18] 2009)». Il termine retrofit, infatti, maturato in contesti internazionali, è nato prevalentemente per circoscrivere la riqualificazione energetica. Esso deriva da retroactive (retroattivo) e refit (riparare), con riferimento a operazioni add per giungere al risultato: non si riferisce perciò alle prestazioni originarie ma a quelle nuove, prima non previste, perciò necessariamente porta con sé il concetto di nuovi dispositivi per sopperire a fenomeni di obsolescenza, non trascurando nuove valutazioni relative ai dati climatologici e ai dati fisici dell’edificio,  quali esposizione, ombreggiamento, rapporto con il costruito, reciprocità e interferenze dei volumi che permettono di definire il fabbisogno energetico, inteso come bilancio tra l’energia apportata verso l’interno da sorgenti interne e radiazioni solari sugli involucri e dispersioni verso l’esterno attraverso la ventilazione e gli stessi involucri.

Il retrofit energetico, che prevede il miglioramento del comfort abitativo, in particolar modo quello termico e quello luminoso, implica necessariamente azioni sugli involucri edilizi perché svolgono la funzione di separare l’esterno dall’interno e di conseguenza, con le loro proprietà e caratteristiche, fungono da scambiatori di flussi.  Come componenti edilizi maggiormente responsabili delle dispersioni termiche e dei conseguenti consumi energetici, il loro miglioramento viaggia con una nuova impiantistica ad alta efficienza, con il miglioramento delle performance energetiche, con la produzione di energia ottenuta attraverso lo stesso edificio (solare attivo, sia termico che fotovoltaico) e con l’apporto passivo, potenziando l’apporto naturale e migliorando la ventilazione, contemporaneamente, alla riduzione dei consumi e all’utilizzo di fonti rinnovabili.

Il retrofit tecnologico è inclusivo di quello energetico e implica progettare e realizzare soluzioni che integrano o sostituiscono elementi tecnici esistenti in maniera che il manufatto possa continuare a svolgere nel migliore dei modi le sue funzioni. Valutate le condizioni e lo stato di conservazione o di degrado in cui si trovano i manufatti e i loro deficit tecnologici, la consistenza degli interventi di retrofit assume differenti gradualità permettendo una possibile classificazione in  soft, medium e hard (Faroldi[19] 2015) e l’individuazione di modelli abitativi Low T.E.C. (Low Technology – Low Energy – Low Cost[20]), è possibile la trasformazione dei comparti di edilizia residenziale pubblica/sociale in eco-quartieri[21] (mass retrofit),  in una logica in cui si possono coniugare sia grandi interventi che più interventi di contenute dimensioni. Quest’ultimi consentono una riduzione dei costi economici e possono fare da catalizzatori per un’autorigenerazione delle aree urbane «con innesti e tecniche di manipolazione minimali, capaci di stimolare il metabolismo urbano e produrre l’autorigenerazione della città e dei suoi spazi pubblici.

«[…] A partire dalla consapevolezza che il binomio innovazione tecnologica e ambiente costituisce la base fondante dello sviluppo degli assetti costruiti, nel tempo questa disciplina, che muove dalla tecnologia dell’Architettura, ha proposto un approccio integrato e pluridisciplinare al progetto, sostanziandolo di contenuti tecnici materiali e immateriali, in opposizione ad approcci autoreferenziali e formalisti prevalentemente orientati agli aspetti morfologici e figurativi dell’architettura.  L’area ha sviluppato la sua attività di ricerca con l’obiettivo di fornire strumenti per il controllo tecnologico e ambientale del processo progettuale, costruttivo e gestionale, evidenziando la dialettica tra impostazione ambientale del progetto, scelte tecniche e finalità espressive dell’architettura e orientando gli obiettivi della didattica alla comprensione della stretta interdipendenza tra struttura e forma, materia e figurazione, al fine di governare il rapporto tra attività ideativa e realizzativa secondo criteri di sostenibilità ambientale. […] La progettazione tecnologica ambientale ha predisposto in questi anni un cospicuo repertorio di teorie e strumenti per il progetto, organizzando l’informazione tecnica su materiali e componenti, contribuendo all’estensione di procedure e metodi codificati di valutazione della qualità ambientale degli edifici e degli assetti insediativi, definendo codici di pratica e buone prassi che lentamente stanno informando e formando gli architetti ed entrando a far parte del loro bagaglio culturale»[22] (Cangelli 2015). La ricerca e le sperimentazioni operano per la costruzione e la diffusione di tecnologie innovative per la micro-produzione diffusa di energia attraverso fonti rinnovabili specifiche del contesto di riferimento (clima e geografia), in maniera da poter costruire piccoli distretti energetici che siano climaticamente neutrali (privi di emissioni nocive), autonomi o in collegamento con reti più ampie. Si vedano su questi temi i progetto di ricerca TABULA (Typology Approach for Building Stock Energy Assessment) e il follow-up EPISCOPE (Energy Performance Indicator Tracking Schemes for the Continuous Optimisation of Refurbishment Processes in European Housing Stocks).

  • Il potenziale del robust design

Il concetto di flessibilità e di adattabilità, necessari per abitazioni che vogliano rispondere ai variabili profili dell’utenza e dei modelli dell’abitare, coinvolgono il principio di integrabilità, in particolare degli impianti, così come definiti nella Norma UNI 8289/1981, perché guidano verso un approccio teso alla durabilità e alla facilità di gestione dei manufatti edilizi in cui gli users svolgono un ruolo importante attraverso i loro comportamenti “energetici”. In alcuni casi i risultati di progetti dipendenti in maniera consistente dalle tecnologie e dalla variabilità dei comportamenti hanno riportato risultati positivi, specialmente nei primi anni di funzionamento, ma in altri casi l’efficienza energetica preventivata è stata fortemente inficiata da fattori quali l’invecchiamento, la manutenzione e gli stessi comportamenti degli utenti. In definitiva, la discrepanza tra le performace previste in progetto e l’effettivo funzionamento nella realtà di un edificio spesso è considerevole, inficiando i livelli di ecosostenibilità preventivati. Questo ha indotto alcuni studiosi e ricercatori a individuare un processo di progettazione capace di essere poco vulnerabile a tali variabili o situazioni indesiderate. Il Robust design, o metodo Tagouchi, dal nome del suo promotore, si colloca come metodo che tende a questo perciò i suoi effetti si rivelano efficaci per la stabilità degli obiettivi ambientali posti alla base del progetto. Da un lato il risultato della progettazione secondo il Robust design è stabile e capace di adattarsi alle situazioni future, dall’altro tende alla durevolezza e alla longevità[23], entrambi aspetti della ecosostenibilità. Tale metodo è nato per controllare prodotti e processi industriali ma da più parti viene utilizzato come riferimento anche nell’architettura. Sebbene manchi una definizione scientifica condivisa nel settore edilizio, la ‘robustezza’ può essere assimilata ai concetti di “affidabilità”, “durevolezza” e “credibilità” da un lato e “stabilità”, “resilienza” e “adattabilità” dall’altro lato.

«The performance of some systems in a real life situation is not the same as their expected performance on the drawing board or in the test chamber. This discrepancy between the predicted design performance and what will happen during the real life operation of a building can considerably influence the energy efficiency objectives of the building. Among other reasons, poor assumptions regarding the performance of the building and installations during modeling which can mislead the designers in their approach and occu-pants’ behavior could be mentioned as two commonly cited causes for such a performance gap. […]  Partrige partners believe that robustness is the combination of structural strength, flexibility of layout and construction redundancies. However, this question is not easy to be an-swered shortly and comprehensively. For instance what seems to be lacking in the latter description is user satisfaction which can play a significant role in robustness of a building » [24] (Sabouri 2012).

  • Dal deficit prestazionale agli obiettivi di qualità

In considerazione dei rilevanti deficit prestazionali e dell’incidenza ecosistemica, non escludendo le carenze funzionali, spaziali ed estetico-formali presenti fin dall’origine o acquisite nel tempo a seguito di improprie trasformazioni, l’ampio patrimonio di edilizia sociale in Europa ha rappresentato e rappresenta tuttora un significativo territorio di indagine, di studi e di proposte. Se si pone l’attenzione alla individuazione delle problematiche intrinseche o sopraggiunte e alle cause che le hanno generate, la valutazione delle possibilità e delle opportunità  di miglioramento complessivo orientano verso azioni che, quando raggiungono pienamente l’obiettivo, si traducono – per il manufatto e per il contesto – in maggiore attribuzione di valore sia economico che ambientale, sia ecosistemico che estetico-formale.

I vari screening effettuati attraverso i molteplici studi e ricerche condotti sulle condizioni di degrado e di inadeguatezze del patrimonio residenziale in Europa individuano una serie di deficit prestazionali causati da più fattori che vanno dall’assenza di manutenzioni allo stato di abbandono, da difetti d’origine a modifiche inopportune, sommariamente descritti nei capitoli precedenti. Come diffusamente riconosciuto dalla letteratura estimativa, tali deficit diventano causa di deprezzamento economico degli stessi edifici secondo tre aree di influenza fondamentali: Physical deterioration, Functional obsolescence, External obsolescence che possono essere letti, analizzati e interpretati in questo modo[25]:

Physical deterioration – Al deterioramento fisico, causato dal deperimento materiale e dalla vetustà delle strutture, entrambi processi continui, prevedibili e controllabili, si può porre rimedio mediante la programmazione della manutenzione preventiva, utile a garantire un valore d’uso costante.

Functional obsolescence – L’obsolescenza funzionale di natura tecnologica, funzionale e/o normativa, rappresenta un processo prevedibile ma non controllabile, perciò richiede manutenzioni correttive più profonde, capaci di ripristinare uno standard prestazionale accettabile o di ricondurre le condizioni generali a un livello qualitativo più elevato di quello previsto in origine; in tal caso l’intervento di manutenzione costituisce un fattore di valorizzazione.

External obsolescence – L’obsolescenza economica è prodotta da un insieme di cause esterne all’immobile che ne modificano il valore economico; incidono i mutati assetti del mercato edilizio e l’obsolescenza del manufatto rispetto ai nuovi modelli dell’abitare e ai nuovi profili dell’utenza che richiedono spazialità differenti e flessibili nel tempo.

In questa ricerca, il termine riqualificazione si riferisce sostanzialmente al «(ndr processo di) trasformazione delle caratteristiche fisiche, funzionali, finanziarie, architettoniche ed ecologiche di un prodotto edilizio, al fine di raggiungere una completa ed utile estensione del ciclo di vita» (Thomsen[26] 2001) attraverso un approccio di tipo integrato multicriteria in grado di disporre nelle matrici generatrici delle soluzioni progettuali una serie di parametri che vanno dagli aspetti fisici e materiali, a quelli funzionali e spaziali, nonchè a quelli estetico-formali e socio-economici.

Ciò trova conforto e conferma nelle esperienze europee che fin dagli anni ’80 stanno affrontando il tema del riuso e della rigenerazione dell’edilizia residenziale pubblica e che costituiscono una base di studio su cui strutturare un percorso analitico. In ragione di questo, si individuano e si estrapolano quattro categorie qualitative complesse e interrelate che rappresentano obiettivi fondamentali nei progetti di riqualificazione:

  • qualità fruitiva (abitativa, funzionale, spaziale)
  • qualità eco-sistemica (che include i temi dell’eco-sostenibilità e le tecnologie connesse)
  • qualità morfologica (che riconduce al concetto di qualità estetico-formale)
  • qualità globale e del “sistema qualità” (che, racchiudendo gli aspetti precedenti, ne valuta i processi).

Ciò vuol dire che agli edifici esistenti sottoposti a progetti di rinnovamento si intende attribuire o ri-attribuire le qualità di cui non dispongono più o ne dispongono in misura ridotta. Questo è possibile attraverso un miglioramento della qualità dell’abitare che comporta il soddisfacimento delle esigenze dell’utenza secondo un processo aperto e trasparente con gli stessi utenti.

La citata Norma UNI 8289/1981 ci propone un primo quadro esigenziale dell’utenza, base di partenza su cui si innestato e si raccordano tutti gli altri obiettivi della matrice progettuale complessa: il benessere e la sicurezza, la facilità di gestione e l’integrabilità sia impiantistica che funzionale, nonché gli aspetti distributivi ed estetico-formali rappresentano classi di esigenze imprescindibili, sia nella progettazione ex novo che nei progetti di riqualificazione dell’esistente.

 

Sicurezza sicurezza statica

(in questo studio si dà per acquisito che i manufatti abbiano tali      caratteristiche)

 

Benessere visivo

acustico

termo-igrometrico

 

Fruibilità flessibilità

accessibilità

 

Aspetto fatiscenza superficiale

morfologia

estetica

 

Gestione economicità nella fase di esercizio

economicità nella fase di manutenzione

 

Integrabilità integrazione funzionale

integrazione spaziale

 

Tabella 1: Norma UNI 8289/1981, estratto del quadro esigenziale dell’utenza (elaborazione M. C. Frate 2016)

 

 

 

Salvaguardia dell’ambiente

 

Salvaguardia della salubrità dell’aria e del clima
Salvaguardia del ciclo dell’acqua
Salvaguardia dell’integrità del suolo e del sottosuolo
Salvaguardia dei sistemi naturalistici e paesaggistici
 

 

Utilizzo razionale delle risorse

 

Utilizzo razionale delle risorse derivanti da scarti e rifiuti
Utilizzo razionale delle risorse idriche
Utilizzo razionale delle risorse climatiche ed energetiche – requisiti geometrici/fisici
Utilizzo razionale delle risorse climatiche ed energetiche – requisito energetico

Tabella 2: Norma UNI 11277/2008, estratto del quadro esigenziale dell’utenza (elaborazione M. C. Frate 2016)

 

CAUSE

 

DEGRADO LIVELLI DI

RI-QUALIFICAZIONE

STUMENTI DI VALUTAZIONE
Vetustà, assenza di manutenzioni, involucri edilizi deteriorati, alterazioni e superfetazioni degli spazi condivisi e degli spazi privati, ampliamenti necessari ma inadeguati, carenza di spazi privati e di spazi collettivi

 

Degrado e inadeguatezza funzionale/spaziale/relazionale

 

 

 

Riqualificazione

abitativa

funzionale-spaziale

 

 

 

Qualità abitativa

(Qualitel, SVA, HQI, QUARQ, ecc…)

Degrado fisico e morfologico (conseguente anche all’età del manufatto)

 

Elevata incidenza energetica, malfunzionamento di impianti collettivi e privati, assenza di adeguamenti/ammodernamenti, bassa qualità prestazionale dei materiali e delle soluzioni tecniche adoperate, carenza di illuminazione e di ventilazione

 

Degrado tecnologico

 

 

 

 

 

Riqualificazione

energetico-ambientale

(o eco-sistemica)

 

 

Qualità energetico-ambientale

(LEED, BREAM, ITACA, SBTool; ecc…)

Inefficienza energetica

 

 

Qualità residua, qualità dei processi, costi di ripristino

(MER, EPQR, MAPP, ecc…)

 

Qualità globale  e supporto decisionale per gestione

(InvestImmo ecc…)

 

Tabella 3: Sintesi della declinazione del degrado, degli obiettivi della ri-qualificazione e degli strumenti di valutazione (elaborazione M. C. Frate 2016)

Il precedente quadro esigenziale (Tabella 1) di natura funzionale-spaziale e tecnologico-ambientale deve necessariamente relazionarsi con classi di esigenze emerse più recentemente dopo la crisi ambientale. Su questo aspetto, la successiva Norma UNI 11277/2008 – Sostenibilità in Edilizia- Esigenze e requisiti di eco-compatibilità dei progetti di edifici residenziali e assimilabili, uffici e assimilabili, di nuova edificazione e ristrutturazione, rivedendo e ricalibrando le classi di esigenza e i relativi requisiti[27] in relazione alle istanze ambientali, ha introdotto altri due  aspetti fondamentali (Tabella 2).

Coniugando il quadro esigenziale complessivo (Tabella 1 e Tabella 2) con le cause e le manifestazioni di degrado fisico e materiale più ricorrenti nell’edilizia residenziale pubblica, si può costruire una tabella riassuntiva che individua più livelli e ambiti di riqualificazione, ai quali si associano i diversi strumenti di valutazione, nati in Europa a partire dagli anni ’70, in concomitanza con le prime manifestazioni di decadimento delle costruzioni industrializzate e con le prime crisi energetiche. Come già rappresentato in precedenza, gli strumenti di valutazione sono stati perfezionati in relazione all’evolversi delle problematiche di degrado e delle potenzialità di analisi fino a giungere a valutazioni complesse multicriteria (Tabella 3).

  • Riqualificazione tra retrofit ecosostenibile e nuove potenzialità morfologiche

Gli investimenti europei sulle strategie di rinnovo del patrimonio esistente di edilizia abitativa pubblica e sociale, nelle varie accezioni in cui è intesa in Europa, vedono finanziamenti speciali di fondi tesi alla ricerca e alla sperimentazione. I paesi del nord Europa[28] e la Francia, stanno lavorando in questa direzione, promuovendo e sostenendo l’attuazione di interventi di riqualificazione a vari livelli, da quelli soft a quelli hard (o deep, come vengono classificati in Olanda), coinvolgendo i molteplici aspetti che entrano in gioco nel processo di riqualificazione, inclusa la partecipazione degli utenti fin dall’inizio. Tra i casi in cui il coinvolgimento dei cittadini è stato positivo ed efficace si cita tra tutti la ZUP[29] di Perseigne ad Alençon in Normandia e gli interventi realizzati in Germania dall’architetto Stefan Forster. In relazione ai principi dell’ecosostenibilità, prioritariamente sperimentati sulle nuove costruzioni, sono stati poi trasferiti agli edifici esistenti, offrendo una vasta gamma di casi che riguardano il rinnovo edilizio del patrimonio residenziale pubblico. In relazione alla gestione, si può citare il caso virtuoso dell’Olanda: da quando negli anni ’90 le housing association hanno acquisito indipendenza finanziaria dal governo centrale, sono stati realizzati numerosi progetti di rinnovamento divenuti buone pratiche per l’high level renovation.

Differentemente, in Italia, gli enti preposti alla gestione del patrimonio abitativo pubblico (ex-IACP, oggi ATER , ALER e altri enti) finora non hanno investito sulla gestione strategica e sul rinnovo del patrimonio esistente, limitandosi a preservare la qualità abitativa esistente e l’adeguamento normativo; sebbene i citati Contratti di Quartiere degli anni ’90 avessero obiettivi più complessi e completi e coinvolgessero vari attori, la loro applicazione è stata contenuta e con risultati minimi. L’approccio più diffuso, infatti, è ancora teso a rinnovi di tipo soft attuati prevalentemente su elementi tecnici puntuali oppure finalizzati ad adeguare le prestazioni tecniche agli apparati normativi vigenti, in particolar modo quelli energetici. Prevale quindi la tendenza a privilegiare il retrofit energetico che prevede il miglioramento del comfort abitativo contemporaneamente al miglioramento delle prestazioni di efficienza energetica, agendo soprattutto sugli involucri edilizi che, fungendo da scambiatori di flussi per la loro esposizione all’esterno, diventa la maggiore causa di degrado e di spese manutentive. Meno frequentemente si tende a proporre soluzioni che coinvolgono la struttura morfologica e l’aspetto estetico-formale, sebbene siano fattori rilevanti finalizzati a migliorare l’offerta abitativa anche sul piano della differenziazione e della personalizzazione dei manufatti e sul piano della identità abitativa e architettonica; in questo senso l’auspicata integrazione tra aspetti socio-economici, tecnico-funzionali ed estetico-formali è disattesa.

«Questo approccio [che] non riesce a garantire il mantenimento e/o il miglioramento della qualità abitativa esistente, protratto nel tempo, ha fatto sì che le iniziali condizioni tecnico-funzionali degli edifici peggiorassero nel corso degli anni, fino a raggiungere limiti spesso allarmanti. […] Come dimostrato dalle esperienze Olandesi, infatti, il solo rinnovo fisico degli alloggi, non è sufficiente per migliorare la qualità di vita in quartieri popolari degradati»[30] (Riccardo 2008).

Il retrofit energetico e tecnologico, dunque, rappresentano uno solo dei fattori delle più complesse strategie che devono tendere verso un più articolato processo di riqualificazione ambientale, sociale, architettonica, tecnologica ed energetica. Come si è finora approfondito, è insito nel concetto di riqualificazione che, nel momento in cui si opera, all’oggetto su cui si interviene venga riattribuita una qualità perduta (o mai avuta) e venga aggiunta una qualità supplementare coerente con la contemporaneità. Trattandosi di interventi traslati nel tempo rispetto alla cronologia originaria, la nuova qualità deve basarsi sul mutato quadro esigenziale di chi utilizza i luoghi, sui mutati assetti socio-abitativi, sull’adeguamento alle norme tecniche contemporanee e sul recepimento delle varie istanze che riguardano l’ecosostenibilità e la ricerca estetico-formale e morfologica dell’architettura[31].  L’approccio più adatto ed efficace, dunque, è quello integrato e sistemico, finalizzato a coniugare aspetti fisici e aspetti socio-economici, in un quadro di collaborazione di saperi, in grado di recepire e capitalizzare le seguenti potenzialità:

  1. Capacità di flessibilità, adattabilità e trasformabilità degli edifici esistenti,

attraverso le seguenti strategie:

  1. Differenziazione dell’offerta abitativa
  2. Previsione di usi diversificati degli alloggi, anche come abitazioni temporanee
  3. Riproporzionamento degli spazi abitativi e degli spazi pubblici
  4. Ammodernamento tecnologico e impiantistico

attraverso le seguenti strategie:

  1. Miglioramento dell’efficienza energetica e riduzione dell’incidenza ambientale
  2. Miglioramento della funzionalità e del comfort
  3. Disponibilità morfologica al cambiamento

attraverso le seguenti strategie:

  1. Trasformazione/identificazione delle caratteristiche morfologiche.
  • Primi approcci ed esperienze nella riqualificazione ecosostenibile dell’edilizia residenziale pubblica in Europa: alcune considerazioni preliminari

 Come è noto, la Francia e la Germania, caratterizzate da un rilevante intervento pubblico nel soddisfacimento della domanda abitativa, sono state immediatamente attive nella riqualificazione di quei grandi insediamenti residenziali intensivi realizzati in periodo post bellico con ritmi accelerati e con processi di industrializzazione e prefabbricazione, a discapito sia della qualità prestazionale che della qualità architettonica. Già a partire dalla metà degli anni ’80, questi stati, seguiti a ruota dall’Olanda, hanno dovuto affrontare il precoce degrado di estesi quartieri ad alta densità abitativa, edificati in un così breve arco cronologico corrispondente ai due decenni precedenti. Le problematiche connesse agli insediamenti residenziali pubblici negli ultimi anni hanno stimolato e intensificato studi, ricerche e azioni sul patrimonio residenziale post-bellico, con particolare riguardo a quello collocabile negli anni Sessanta e Settanta, tant’è che interi quartieri della modernità a elevata densità abitativa sono già stati oggetto di interventi di rinnovo e di rigenerazione, interessando differenti livelli di trasformazione degli edifici e dei contesti.

Fino agli anni novanta le iniziative di rigenerazione sono state localizzate in aree puntuali,  spesso considerando edifici singoli e tralasciando la più ampia dimensione dell’insediamento, anche se numerosi sono gli esempi di riqualificazione in cui il singolo intervento sulla consistenza fisica dei manufatti ha innescato automaticamen­te processi di rivitalizzazione degli spazi liberi che successivamente hanno investito l’intero quartiere: spesso anche solo un intervento sull’involucro, sugli aggetti o sugli acces­si, insieme a piccoli interventi sulla distribuzione dei singoli alloggi, ha permesso di ottenere standard abitativi di più elevata qualità.

In prima istanza, la risposta al rapido degrado fisico dei complessi di edilizia residenziale pubblica si è attuata attraverso misure di intervento di natura strettamente tecnica, ossia con operazioni di adeguamento tecnologico, funzionale ed energetico, in quest’ultimo caso con particolare riguardo agli involucri edilizi (intesi come “pelle” dell’edificio) su cui, inizialmente, si è intervenuti col solo fine di ridurre le dispersioni termiche. Tra questi, si riscontra una prevalenza di interventi che, per ragioni normative, rispondono prioritariamente alle richieste di efficientamento energetico (si vedano in merito gli studi sulla valutazione della qualità energetica degli edifici[32]) e alla necessità di rimettere in pristino una serie di particolari costruttivi e di giunti tecnologici tra i vari elementi prefabbricati.

Superate le urgenze di affrontare le questioni strettamente energetiche e il degrado di alcuni apparati tecnologici, non sono mancate successivamente attivazioni e sperimentazioni di strategie più ampie in cui la progettazione ha risposto contemporaneamente anche alle necessità di migliorare spazi e contesti al punto da essere riconducibili a vere e proprie best practices, producendo buoni risultati sul piano architettonico e ambientale e sul piano della configurazione architettonica finale, sintetizzando così istanze tecniche e istanze compositive in un nuovo paradigma morfologico e figurativo.

Sebbene questi interventi non siano moltissimi e alcuni sono tuttora in corso perché riguardano  insediamenti di grandissime dimensioni in cui i processi di riqualificazione hanno avuto una durata lunga e conseguentemente anche differenti approcci, nel tempo è stata messa a punto una molteplicità di nuove strategie di intervento e di nuovi approcci progettuali, capaci di oltrepassare lo schematismo dell’adeguamento tecnico-energetico per rispondere contemporaneamente anche alle altre necessità di riqualificare spazi abitativi e contesti urbani. Per esempio, per risolvere contestualmente anche la problematica formale connessa alla monotonia dei complessi edilizi del regime socialista, numerosi sono gli interventi di addizioni e sottrazioni di volumi edilizi, praticati in facciata, in copertura o al piede, oppure l’introduzione sulle facciate di logge solari e spazi filtro come moderatori climatici atte a migliorare il comportamento passivo degli edifici.

In particolare in Francia e in Germania, includendo anche l’Olanda e i paesi scandinavi, il progetto di recupero, inteso come recycle, e di riqualificazione dell’edilizia sociale ha agito su tre livelli:

  • alla scala del quartiere, attraverso il miglioramento dell’accessibilità delle aree perife­riche e il miglioramento dell’uso dello spazio pubblico;
  • alla scala dell’edificio, attraverso l’incremento delle dotazioni impiantistiche collettive, l’aumen­to dell’offerta tipologica e il miglioramento dell’immagine;
  • alla scala dell’alloggio, attraverso il miglioramento della qualità abita­tiva e tecnologica, con l’introduzione del concetto di flessibilità, tesa all’adeguamento della residenza ai modelli abitativi contempo­ranei.

Più recentemente, sulle condizioni del patrimonio edilizio residenziale una approfondita analisi è stata svolta dall’azione C16 COST[33] (European Cooperation in Science and Technology) raccolta negli atti che ha esteso gli obiettivi alla valutazione delle possibili soluzioni nel perseguimento di obiettivi di ecosostenibilità e di qualità delle residenze e degli edifici. All’interno di questo ampio programma e tra le possibili soluzioni si inserisce il progetto SuREFIT (Sustainable Roof Extension Retrofit for High-Rise Social Housing in Europe, 2007-2008) che valuta la possibilità e gli effetti dell’addizione volumetrica in particolare sulle coperture. Ulteriori approfondimenti sono stati condotti all’interno dello stesso programma sul tema Industrial Fexible and Demountable building, come tecnologia a servizio degli interventi sul costruito.

«Sebbene le prime esperienze di approccio integrato sembrino emergere già negli anni ottanta, e negli anni novanta in Italia, (Aalbers and van Beckhoven, 2010, Ombuen et al., 2000), la componente ambientale e sostenibile dell’approccio integrato risale al 2001, anno della European Sustainable Development Strategy (SDS), nota anche come Goteborg Strategy, adottata 3 anni più tardi (European Commission Directorate General for Regional Policy, 2009). Nel 2010, la necessità di adottare l’approccio integrato nella rigenerazione urbana e dei quartieri è stata confermata dalla European Economic and Social Committee (Sepi, 2011)»[34] (de Matteis, Riccardo 2011), anche se, proprio come la parola “sostenibilità”, anche la parola “approccio integrato” risulta essere oggi un termine di moda e confuso. In questo saggio, ci si riferirà all’approccio integrato come al «coordinamento intrasettoriale delle azioni, forte partnership orizzontale, maggiore responsabilità locale e concentrazione di fondi su aree strategiche»[35] (de Matteis, Riccardo 2011).

Gli stati europei, in una dimensione comunitaria, hanno promosso lo sviluppo sostenibile delle città e dei quartieri in maniera più articolata e sistemica attraverso la Carta di Lipsia sulle Città europee sostenibili (2007), impegnandosi a utilizzare tali approcci attraverso la creazione di spazi pubblici di alta qualità, la modernizzazione delle infrastrutture e il miglioramento dell’efficienza energetica. In questo documento, redatto con l’ampia e trasparente partecipazione delle parti europee interessate, gli Stati Membri hanno concordato su strategie e principi comuni per la politica di sviluppo urbano volte alle sfide e alle opportunità dei diversi patrimoni storici, economici, sociali e ambientali delle città europee. In particolare, citando alla lettera la Carta, i ministri partecipanti hanno sottoscritto le seguenti raccomandazioni:

  • Fare un maggiore ricorso alle strategie della politica di sviluppo urbano integrato;
  • Creare e assicurare alta qualità degli spazi pubblici e dei paesaggi urbani;
  • Modernizzare le reti infrastrutturali e migliorare l’efficienza energetica;
  • Sviluppare l’innovazione proattiva e le politiche didattiche;
  • Perseguire strategie per migliorare l’ambiente fisico;
  • Potenziare l’economia locale e il mercato del lavoro locale;
  • Promuovere un trasporto urbano efficiente e accessibile.

La strategia volta alla creazione di spazi aperti di elevate qualità è chiaramente identificata come elemento chiave per ottenere buoni condizioni di vita e luoghi attraenti.

Le raccomandazioni sull’approccio integrato sono ribadite dai Member State of the European Union nella Dichiarazione di Toledo (2010) e coinvolgono cinque aree principali:

  1. Area ambientale: al fine di soddisfare i requisiti energetici fissati dall’Unione Europea (2020 e 2050), viene enfatizzata l’importanza dell’eco-efficienza nella rigenerazione urbana; ciò significa, migliorare l’efficienza energetica degli edifici esistenti, la gestione delle acque e dei rifiuti, combattere l’espansione delle città attraverso la conversione d’uso delle aree esistenti e altro ancora;
  2. Area sociale: per stimolare la coesione sociale e combattere la marginalizzazione dei quartieri in declino, sono raccomandate azioni per l’integrazione, l’adozione di misure economiche e ambientali, nonché il rafforzamento di politiche sociali per ridurre la polarizzazione delle aree urbane. In questo contesto, il rinnovo fisico è considerato un approccio possibile per migliorare la coesione sociale;
  3. Area economica: è sottolineata la possibilità di stimolare il mercato del lavoro e l’industria edilizia attraverso le attività connesse al processo di rigenerazione; nuove opportunità di lavoro, infatti, potrebbero essere create in connessione con rigenerazioni “verdi” legate, ad esempio, alla gestione ambientale degli spazi aperti e al rinnovo ambientale energicamente efficiente;
  4. Area urbana e della pianificazione: è enfatizzata la necessità di migliorare la qualità fisica, il carattere architettonico, la diversità nelle tipologie abitative, l’ecoefficienza dello stock edilizio; per una maggiore attrattiva dell’ambiente urbano e paesistico, dovrebbero essere predisposti nuovi spazi aperti e l’opportuna rivitalizzazione di quelli esistenti, migliorando il senso di appartenenza al luogo;
  5. Area del governo del territorio: il documento sottolinea l’importanza della partecipazione, la necessità di aumentare il diretto coinvolgimento dei residenti e una maggiore considerazione della loro soddisfazione.

In questa direzione, città come Vienna, Ginevra e Francoforte, stanno tentando di riconfigurare il tessuto urbano e di valorizzare economicamente gli edifici proprio attraverso operazioni di sopraeleva­zioni, addizioni ed integrazioni che sfruttano le coperture o l’involucro edilizio, inteso nella sua più ampia accezione.

[1] Cfr Alberto Alessi, Riguadagnare lo spazio, in Materialegno 4, Lo spazio ritro­vato, Milano 2011, http://www.promolegno.com/materialegno/03/sopraelevare-sovrapporre/ .

[2] Laura Daglio, Nuovo suolo: riuso e recupero delle superfici in quota degli edifici in , “Costruire nel costruito. Architettura a volume zero”, collana Architettura e città. Argomenti di Architettura, Milano 2012, https://re.public.polimi.it/handle/11311/692634#.WE7i-rLhCR0.

[3] Annarita Ferrante, Eugenio Cattani, Nicola Bartolini, Giovanni Semprini, La riqualificazione energetica e architettonica del patrimonio edilizio recente, in Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura, numero 5  dicembre 2012.

[4] Roberto Spagnolo, La rigenerazione urbana come problema di ri-composizione architettonica, in Marta Calzolaretti, Domizia Mandolesi (a cura di), Rigenerare Tor Bella Monaca, Macerata 2014, pag 83.

[5] Marta Calzolaretti, Perché Tor Bella Monaca. Il programma di ricerca, in Marta Calzolaretti, Domizia Mandolesi (a cura di), Rigenerare Tor Bella Monaca, Macerata 2014, pag 17.

[6] Cfr Marina Montuori, Sinergie rigenerative, Unibs, 2014.

[7] Cfr Enrico Sicignano, La demolizione quale esorcismo del male sociale: il caso delle Vele di Scampia a Napoli, in Rita Maria Borboni, Città&Criminalità, Pesaro 2005, pagg. 233-241.

[8] Ilaria Valente, Consolidare e ri-misurare i margini urbani: una ricerca progettuale per Tor Bella Monaca, in Marta Calzolaretti, Domizia Mandolesi (a cura di), Rigenerare Tor Bella Monaca, Macerata 2014, pag. 86.

[9] In proposito si consulti anche G. Leoni (intervista a cura di), Aldo Rossi. Costruire sul costruito, in Area 32, 1997, pag. 44.

[10] Ilaria Valente, Consolidare e ri-misurare i margini urbani: una ricerca progettuale per Tor Bella Monaca, in Marta Calzolaretti, Domizia Mandolesi (a cura di), Rigenerare Tor Bella Monaca, Macerata 2014, pag. 88; In proposito si consulti anche C. Andreani, Il patrimonio e l’abitare, Milano 2010.

[11] Paolo Portoghesi in Materia n.44-45, Milano 2012 pagg. 35-39.

[12] http://www.casaeclima.com.

[13] Enrico Dassori, Renata Morbiducci, Progetti pilota di riqualificazione a energia quasi zero per quartieri e città “intelligenti” in Technè n. 06, 2013, pagg. 48-54.

[14] Mariangela Bellomo, Obiettivo esistente, in Costruire n.305, 2008 pagg. 80-87.

[15] Fabrizio Tucci, Il Progetto Tecnologico Ambientale dell’Abitare: evoluzione dell’approccio e innovazione dei requisiti, in http://www.ecowebtown.it/n_8/pdf/08_09_tucci_it.pdf, on line Magazine of Sustainable Design SCUT| Urban and Territorial Competitive Development Ud’A Research Center University of Chieti Pescara Director Alberto Clementi 2011.

[16] Eduardo Vittoria, Progettazione dell’incertezza, in Prospettive Settanta, Napoli 1980 pagg. 9-14.

[17] Il retrofit energetico è una delle componenti del retrofit tecnologico.

[18] Marta Bellomo, Mario Losasso, Speciale retrofit, Visione Global, in Costruire n.312, 2009, pagg. 64-68.

[19] Cfr  Emilio Faroldi, Strategie rigenerative per il territorio, la città, l’architettura, in Technè n.10, 2015, pagg. 6-10.

[20] Alessandra Battisti, Fabrizio Tucci, Strategie di low energy low cost per il retrofitting del social housing, Il progetto sostenibile, n.25, 2010, pagg. 52-59.

[21] Si veda la sperimentazione a Pescara in: Donatella Radogna, Verso gli eco-quartieri per la rigenerazione urbana di Pescara, in Technè n.10, 2015, pagg. 161-168.

[22] Cfr Eliana Cangelli, Declinare la rigenerazione. Approcci culturali e strategie applicate per la rinascita delle citta, in Technè n.10, 2015, pagg. 59-66, citazione di Fulvio Irace 2010 tratta da http://renzopianog124.com/

[23] Partridge Partners, La sostenibilità della bellezza, http://www.partridge.com.au/index.php/aboutus-resources/237-the-sustainability-of-beauty

[24] Vahid Sabouri, Two Case Studies in Energy Efficient Renovation of Multi-family Housing; Explaining Robustness as a Characteristic to Assess Long-term Sustainability, Department of Architectureì, Halmers University of Technology Gothenburg, Sweden 2012

[25] Alessio D’Auria, Manutenzione e riqualificazione del patrimonio edilizio urbano Strumenti, politiche e percorsi innovativi: significati socio-economici e impatti territoriali dell’applicazione della legge 449/97 in Genio Rurale n.4  2004, pagg. 8-21.

[26] A. F. Thomsen, TU Delft, in Francesca Riccardo, Strategie di rinnovo per l’edilizia residenziale pubblica, tesi PhD Unitre Roma, http://dspace-roma3.caspur.it/bitstream/2307/202/5/AppendixA_ITSummary.pdf, pag. 3.

[27] Enciclopedia TecnoLogica dell’Architettura, 2011-2016, norma UNI 11277/2008.

[28] Si cita il quartiere Gårdsten a Goteborg (Svezia) di Cna architects, finanziato attraverso il programma Thermie.

[29] ZUP, Zone à Urbaniser en Priorité, è una procedura amministrativa di pianificazione operativa utilizzata in Francia tra il 1959 e il 1967 per soddisfare la crescente domanda di alloggi.

[30] Francesca Riccardo, Strategie di rinnovo l’edilizia residenziale pubblica, tesi PhD, DiPSA – Facoltà’ di Architettura, Università degli studi Roma Tre, 2008, pag. 3.

[31] Marta Bellomo, Mario Losasso, Speciale retrofit, Visione Global, in Costruire n.312, 2009, pagg. 64-68.

[32] Le normative dipendono da direttive europee (Direttiva 91-2002 CE, Direttiva 28-2009 CE, Direttiva 31-2010 CE EPBD Energy Performance Building Directive) e da leggi nazionali in materia di certificazione energetica (per l’Italia è D. Lgs 192/05) e da una serie di leggi regionali che disciplinano i singoli territori.

[33] Il progetto quadriennale è partito nel 2002 e vi hanno partecipato 12 paesi Eu, oltre Malta, Cipro e Slovenia. Gli atti sono stati pubblicati nel 2007: Roberto di Giulio, Zivko Bozinovski, Leo Verhoef (a cura di),   The quality of existing urban building envelopes, Amsterdam 2007.

[34] Milena de Matteis, Francesca Riccardo, Rigenerare i quartieri residenziali del dopoguerra: una prospettiva possibile per l’Italia, XXXII Conferenza Italiana di  Scienze Regionali, http://www.livingurbanscape.org/download/publications/de-matteis-riccardo-AISRe2011.pdf

[35] Ibidem

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