Ricostruire il senso

Foto, fonte: https://www.edilportale.com/news/2016/08/sicurezza/antisismica-la-casa-baraccata-di-epoca-borbonica-pu%C3%B2-ancora-salvare-molte-vite_53539_22.html

L’ultimo sisma ci ha posto di fronte a distruzioni e condizioni di emergenza, consegnandoci – ancora una volta – un lascito di preoccupazioni e responsabilità sia tecniche che gestionali per il futuro. La stessa parola “emergenza” appare da tempo inopportuna, difficile da accogliere come condizione ineluttabile, proprio perché, nel paradigma degli ultimi decenni, i terremoti hanno più volte mostrato la loro presenza e capacità distruttiva obbligandoci alla consapevolezza che non si tratta di eventi talmente lontani nel tempo da meritare di essere dimenticati.

Norcia_1859

http://www.blueplanetheart.it/2018/08/terremoto-mw-5-8-colpi-duramente-norcia-22-agosto-1859/

Si tratta, invece, di fenomeni della terra che, specie in alcuni territori, sono piuttosto familiari e ripetitivi e questo deve impegnarci a superare la dimensione dell’emergenza per mettere in atto strategie in grado di diventare vere e proprie procedure operative codificate, compatibili con le caratteristiche dei contesti. Quest’ultimo punto è particolarmente utile perchè è di fondamentale importanza avere un quadro complessivo, sia dei valori materiali che di quelli immateriali, in maniera da finalizzare compiutamente l’azione successiva.

Oltre alla conoscenza del patrimonio storico-artistico, infatti, un ruolo prioritario lo deve svolgere la conoscenza degli assetti socio-produttivi dei territori perché questi nei secoli si sono configurati proprio in relazione alle specifiche attività economiche che hanno assicurato la tenuta demografica e hanno prodotto quelle stesse risorse economiche che hanno consentito l’esecuzione dei beni culturali che vogliamo recuperare e custodire (dipinti, statue, altari e altro ancora). Occorre perciò la conoscenza di quel repertorio di attività legate alla terra che hanno cominciato a ridare avvio all’economia locale, questo al fine di prendere misure di supporto e di implementazione, con la consapevolezza che le norme per la grande produzione non possono essere applicate rigidamente alla piccola produzione. In sostanza, occorre la chiarezza di un progetto profondamente innovativo che abbia come fulcro la produttività dei luoghi e la ricostruzione delle identità locali. Si eviterà così di procedere con le sole ricostruzioni edilizie perché queste, da sole, non arresteranno il processo di declino delle aree interne. Questa, dunque, è la premessa per ogni azione.

L’Appennino, infatti, compresa l’Umbria, è cosparso di piccoli comuni e di borghi il cui tessuto urbano è il risultato delle stratificazioni di architetture civili e religiose, molte delle quali custodiscono opere d’arte. Questi territori sono ricchi anche di insediamenti di altura, beni individui sparsi quali pievi, torri, castelletti, mulini; tale patrimonio evidenzia una fragilità non solo materiale, ma sostanziale, che richiede urgente attenzione e strategie politico-culturali ed economico-produttive volte a ridurre l’abbandono anche attraverso utilizzi più contemporanei. Alcuni luoghi, infatti, sono abitati e utilizzati tutto l’anno, altri sono inseriti in contesti in cui la graduale diminuzione dei residenti ha ingenerato già da tempo una forma di abbandono e di degrado, a cui i terremoti, compresi questi ultimi, si sono sovrapposti determinando distruzione.

Sul piano tecnico e “materiale”, oltre ai processi di conservazione di ciò che resta, sono necessarie soprattutto azioni di recupero delle qualità perdute, non ultime quelle statiche già povere all’origine perchè frutto di  tecniche costruttive spontanee (murature quasi sempre realizzate con pietrame sbozzato e malta povera di legante). Alla ormai nota debolezza tecnologica, accentuata spesso da carenze all’origine o generatesi nel tempo (vuoti murari, travi deteriorate, aperture improprie di varchi) si aggiungono quei i fattori connessi all’assenza di manutenzione derivanti dall’abbandono. Tutto ciò ci richiama sempre più alla cultura della conoscenza e della conservazione del patrimonio storico che non può essere disgiunta dalla cultura della prevenzione, tema su cui si dibatte da tempo e a cui occorre ormai dare indirizzi operativi.

La storia stessa ci insegna che il costruito è “vivo”, perciò è mutevole, nel senso che si è sempre trasformato per adeguarsi alle mutate esigenze, ai mutati assetti, agli eventi esterni; e questo è l’elemento fondamentale di distinzione tra architettura e archeologia; è l’utilizzo di un bene architettonico che lo rende disponibile alle trasformazioni e agli adeguamenti per renderlo sicuro e confortevole. In proposito, è sempre la storia a insegnarci che i vari terremoti verificatisi in Europa  nel ‘700 (per esempio a Lisbona nel 1755 e a Reggio Calabria a più riprese) hanno prodotto nuove modalità di intervento che poi si sono storicizzate, divenendo tecnologie da manuale, oggi persino vincolate. Si cita per esempio il Regolamento antisismico di Ferdinando IV di Borbone redatto nel 1785 a seguito del terremoto del 1783; riguardava sia norme urbanistiche (larghezza delle strade, altezze, distanze) che tecnologie edilizie, apparentemente nuove ma di fatto già in uso nel I secolo a.C. a Ercolano. Queste hanno riproposto l’utilizzo di legno posizionato con geometria tridimensionale all’interno delle murature, producendo la cosiddetta “Casa baraccata”  o la “Gaiola” portoghese. Con questo non si intende affermare che la strategia tecnica risolutiva sia il legno, ma solo sottolineare che, quando è stato necessario, gli ammodernamenti delle tecnologie hanno migliorato il costruito fino a diventare parte della sua storia.

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Ci soccorre nuovamente la storia quando parliamo delle aree interne appenniniche: è stato il sisma del 1859 a dare l’attuale forma alla città di Norcia. Secondo la cronaca, infatti, il terremoto fu così devastante che dei 676 edifici presenti all’interno delle mura rimasero in piedi solo 76. Essendo territorio dello Stato della chiesa, il papa Pio IX istituì una commissione scientifica composta dall’architetto modenese Luigi Poletti e da padre Angelo Secchi, allora direttore dell’Osservatorio del Collegio Romano. I loro studi produssero un documento contenente il repertorio degli effetti che il terremoto aveva avuto sulle abitazioni e le ragioni per cui buona parte degli edifici aveva subito effetti così distruttivi. Il risultato fu una nuova legge edilizia statutaria composta da oltre trenta articoli prescrittivi, tra cui la previsione che tutte le abitazioni all’interno del paese dovessero avere una base “a baracca” e non dovessero superare i due piani di altezza, con l’eventuale seminterrato non più alto di sette metri. Vi erano contenute anche prescrizioni sullo spessore dei muri che non doveva essere inferiore a 60cm, mentre le volte potevano essere costruite solo nel seminterrato e nel piano terra e il materiale edile doveva essere estratto unicamente dalle cave individuate dalla commissione.

Con ciò si vuol dire che è  necessario mettere in atto quelle strategie preventive a salvaguardia sia dei beni che delle persone, all’interno di rinnovate riflessioni, non solo tecniche ma soprattutto gestionali, che dovranno essere opportunamente dibattute, sia in relazione all’intensità e alla ripetitività dei fenomeni sismici che sembrano non rispondere più ai ritmi statistici, sia in relazione al fatto che le scosse sismiche, sebbene non percepite da noi, rappresentano continue e invisibili sollecitazioni che tendono ad affaticare sempre più un costruito già fragile che rischia di scomparire e di portare via con sé numerose vite umane.

Gli studi e le ricerche finora effettuate, non ultimo il lascito culturale di Sisto Mastrodicasa intorno a cui si è sempre attivato un dibattito culturale, tecnico e professionale continuamente in evoluzione, nonché la sperimentazione e le esperienze pregresse e soprattutto la possibilità di nuove sperimentazioni compatibili, ci possono guidare a ragionare sulle strategie più idonee, capaci di sopperire alle debolezze e manchevolezze del patrimonio esistente. Per esempio, laddove possibile, il recupero e il riutilizzo del materiale edilizio può costituire un elemento di continuità con l’esistente ma a questo deve essere necessariamente associata una rivisitazione delle modalità e delle tecnologie di intervento in maniera che, sulla base di studi e ricerche, le nuove strategie siano rafforzative delle precedenti tecnologie utilizzate.

Ma conoscenza è anche diagnostica efficace e questo richiede il superamento dell’analogia semplificata che spesso si fa fra la diagnostica in campo medico e quella nel campo dell’ingegneria sismica. In proposito si sottolinea che la diagnostica in campo medico molto spesso è più semplice perché il paziente può trasmettere al medico i sintomi del disturbo non visibile anche attraverso la descrizione verbale mentre sull’edificato si possono fare indagini deduttive in occasione di segnali di dissesti, rinviando all’intuito tecnico la capacità di prospettare una serie di carenze non visibili e andarle a indagare, senza avere mai la certezza di aver preso in considerazione tutte le criticità.

È proprio la cultura della conoscenza dei territori che deve indurre a considerare inappropriate le posizioni ideologiche a priori del tipo “dov’era e com’era” o “delocalizzazione tout court”, perché non sono “scientifiche” e di conseguenza non sono di sostegno e di indirizzo né per i cittadini né per il costruito stesso; di fatto creano contemporaneamente sia aspettative che paure. Le condizioni e lo stato delle cose post-sisma sono variabili da luogo a luogo, da contesto a contesto; ci sono situazioni di grave distruzione e situazioni che prospettano possibilità di recupero, perciò solo una valutazione approfondita e specifica per ogni caso (sia relativa all’edificato che allo stesso territorio di sedime) può condurre a soluzioni appropriate. Nelle situazioni in cui la distruzione è stata profonda, individuate le vere cause (intensità del sisma, assenza di manutenzione, assenza di presidi antisismici, abbandono) si possono prospettare scelte confrontate e condivise, sia sul piano tecnico che operativo, non demonizzando né il “dov’era e come era” né la “delocalizzazione”.

In definitiva, soprattutto per i beni vincolati, si tratta di individuare, caso per caso, quella soglia di accettabilità di nuove strategie strutturali e tecnologiche, in grado di rendere sicure le costruzioni senza stravolgerle e questo è possibile solo se tutti gli apporti scientifici e culturali riescono a integrarsi in maniera organica e compiuta.

 

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