1° criterio di sintesi

Visione sistemica e concept eco-sostenibile

Nei casi studio esaminati, le azioni messe in campo per individuare e attuare la strategia di intervento più efficace posseggono carattere di “innovazione”. Esse coinvolgono elementi naturali e artificiali, edifici e tipologie, funzioni, persone, relazioni e usi (innovazione materiale); comune a tutti i casi, seppure in percentuali a volte variabili, la metodologia utilizzata è rigorosa, priva di orientamenti pregiudiziali, basata sulla corretta, completa e coerente conoscenza del contesto, gestita e finalizzata alla definizione di strategie di intervento (innovazione immateriale).

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Nei casi studio esaminati, le azioni messe in campo per individuare e attuare la strategia di intervento più efficace posseggono carattere di “innovazione”. Esse coinvolgono elementi naturali e artificiali, edifici e tipologie, funzioni, persone, relazioni e usi (innovazione materiale); comune a tutti i casi, seppure in percentuali a volte variabili, la metodologia utilizzata è rigorosa, priva di orientamenti pregiudiziali, basata sulla corretta, completa e coerente conoscenza del contesto, gestita e finalizzata alla definizione di strategie di intervento (innovazione immateriale).
Ciò che si vuole sottolineare è che non si tratta di una “raccolta” di espedienti tecnologici ma ciò che di fondo li accomuna è una impostazione concettuale basata sulla approfondita conoscenza e sullo specifico approfondimento della consistenza di questa “ferita” architettonica, come la definisce l’architetto Kenneth Yeang, e delle sue possibilità di ricomporsi in maniera tale da ridurre il peso sull’ambiente e da produrre effetti morfologici ed estetici qualificanti.
In definitiva, nelle discipline architettoniche e urbane, le potenzialità delle azioni di riqualificazione in termini ecosostenibili, quelle che Carmine Piscopo chiama retrofit design e che sono incluse nel più generale eco-design, vanno declinate attraverso processi di “innovazione materiale” che attengono ai tre principali ambiti che si manifestano insufficienti negli edifici esistenti (Spagnolo 2014), nel nostro caso con funzione di residenzialità pubblica:
1. Il primo riguarda gli aspetti energetici e ambientali
2. Il secondo riguarda gli aspetti dell’obsolescenza edilizia
3. Il terzo riguarda l’inespressività dello spazio pubblico contemporaneo.
I primi due ambiti implicano inevitabilmente la manipolazione e la trasformazione della configurazione originaria dell’edificio verso obiettivi ecosostenibili e di comfort; il terzo ambito si configura come ridisegno delle relazioni tra edifici, infrastrutture e spazi liberi, dunque trasformazione dei contesti. Ai tre ambiti declinati in precedenza, se ne aggiungono ancora due e sono i seguenti:
4. Il quarto è specifico degli edifici e riguarda il più o meno riconosciuto e condiviso valore estetico o culturale, in termini di espressione originaria della cultura architettonica del ‘900 , indicativo di nuovi modelli dell’abitare e di nuovi modelli insediativi, spesso sperimentali. Il riferimento va alla rarefazione o alla implementazione dei volumi esistenti per migliorare i comportamenti energetici, le prestazioni funzionali o le inappropriatezze tecnologiche. In ogni questo caso, anche se dotato di particolare qualità estetico-formale, ogni edificio ammette possibilità di trasformazioni sia in relazione alle proprietà tecnologiche che a quelle compositive (Eduardo Vittoria 1980).
5. Il quinto si riferisce al concetto di “patrimonio immateriale” (si consulti il Capitolo 1), nei termini in cui Bernardo Secchi ci induce a riflettere sulla vitalità creativa nata in questi insediamenti residenziali esistenti, sulle microstorie dei luoghi e delle persone che vi hanno abitato e hanno attribuito valore ai contesti.
Dalle relazioni tra questi cinque ambiti, intese nella loro dinamica sistemica, scaturisce la definizione del grado di modificabilità. «La prima questione da affrontare […] è la centralità della visione sistemica per gestire in maniera efficace ed efficiente le strategie e gli strumenti del progetto ambientale nel contesto di una qualsiasi sperimentazione, dal livello propriamente edilizio-architettonico fino a quello del quartiere urbano. […] Nella visione meccanicistica, il mondo è un insieme di oggetti: edifici, strade, piazze, giardini, servizi, etc. che, ovviamente, interagiscono l’uno con l’altro, ma per i quali esistono relazioni di tipo eminentemente deterministico.
Nella visione sistemica invece le relazioni all’interno dei singoli oggetti hanno un’importanza secondaria, dal momento che essi stessi sono reti di relazioni, inserite all’interno di reti più grandi. I sistemici ci insegnano che le relazioni hanno un’importanza primaria, mentre i confini di quelli che essi chiamano “schemi visibili” (oggetti) diventano secondari. […] l’analisi e la riflessione sulle reti di relazioni stabilite attraverso elementi/parti della scena urbana – quali ad esempio pelle degli edifici, involucro, spazio intermedio, rete impiantistico-informatica presente implicitamente in essi, ambiente urbano stesso come elemento “mediatore” – sono da leggere inseriti nella rete più grande del sistema insediativo, che a sua volta è un elemento/parte della rete più grande del sistema ambientale. Ed è in tale ottica che assume valore l’attenta valutazione delle possibilità applicative dei criteri bioclimatici e di efficienza energetica con cui l’architettura e la parte di città oggetto dell’intervento interagiscono e che vanno a costituire la fondamentale base informativa dalla quale compiere, chiariti i requisiti da raggiungere e costruito il quadro delle linee strategiche da perseguire, il “salto” sintetico-intuitivo del momento progettuale» (Tucci 2011).
Questo processo di sistematizzazione delle relazioni attraverso una matrice progettuale produce il concept ecosostenibile dell’intervento di riqualificazione.
 In prima istanza, si annota che la progettazione ambientale in generale porta in secondo piano l’oggetto d’architettura come forma a sé stante, a favore della sua relazione con il contesto fisico e umano, non perché l’edificio debba diventare secondario ma perché tutte le sue qualità e i suoi requisiti fisici e figurativi vengono visti come parti di un organismo e non come valori indipendenti, dando prevalenza ai suoi comportamenti all’interno dei contesti piuttosto che alla sua forma fine a se stessa. Questa relazione diventa così forte al punto che nella progettazione ambientale si aggiunge un altro aspetto riconoscibile che è quello di inglobare nella costruzione elementi della natura (vegetazione, luce, sole) non solo a scopo bioclimatico ma anche con l’intento figurativo di ridurre la sua matrice “artificiosa” rimodulandola e “naturalizzandola”: «In altre parole, l’uomo riceve l’ambiente e lo focalizza su edifici e cose. Così le cose spiegano l’ambiente e ne manifestano il carattere divenendo a loro volta significative» (Norberg Schulz).
 In seconda istanza, svolge un ruolo fondamentale il progetto tecnologico, capace di guidare i processi di metamorfosi e di riabilitazione dell’esistente «[…] rilanciando così la cultura della progettazione tecnologica, recuperando la centralità del progetto come regia tra apporti diversificati e sempre più complessi» (Schiaffonati, Mussinelli, Gambaro 2011). La tecnica assume il ruolo di «[…] forza viva che opera la metamorfosi del materiale; essa è il processo di conoscenza che integrando forma e materiale, porta a compimento l’azione creativa che, rinnovando le capacità di espressione di tale metamorfosi, contribuisce allo stesso tempo all’innovazione del materiale e della forma» (Nardi 2010). La configurazione morfologica diventa perciò il risultato di precise strategie progettuali indirizzate al migliore comportamento ambientale a cui spesso contribuiscono i dispositivi tecnologici, frutto della produzione quasi sempre di serie, che diventano immediatamente riconoscibili.
 In terza istanza, la riqualificazione diventa un vero e proprio progetto di ri-composizione e ri-configurazione (si vedano in proposito alcune opere di Herzog e de Meuron), in un rinnovato rapporto tra teoria, morfologia e progetto . In sostanza ogni nuovo progetto sull’esistente e dell’esistente è in grado di cogliere “la disponibilità delle forme” di ciò che già esiste (Moneo 2005), di cui l’architetto è l’unico interprete: «L’obiettivo non può che essere il consolidamento dell’abitato urbano […] in cui il progetto come cura deve innanzitutto fissare l’intervallo tra persistenza e modificazione tramite azioni di densificazione, sottrazione, addizione, trasformazione, manutenzione, infrastrutturazione, verso un principio di sostenibilità basato sul raggiungimento di un possibile equilibrio delle parti in gioco» (Valente 2014).

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