5. RESTAURO, CITTÀ E AMBIENTE
(capitolo 5, https://www.darioflaccovio.it/progettazione/466-recupero-architettonico-restauro-edifici-storici.html?search_query=frate&results=10, Palermo 2009)
5.1. Il restauro della città moderna e dell’ambiente urbano
È piuttosto recente l’estensione dell’interesse dall’edificio monumentale – inteso come testimonianza a sé e come monumento – all’ambiente circostante, anche se, su sollecitazione di Camillo Boito, la legge per la conservazione dei monumenti e delle antichità n.185 del 1902 prevedeva (nei casi di nuove costruzioni, ricostruzioni o sopraelevazioni) la possibilità di misure necessarie a permettere la giusta prospettiva e la giusta illuminazione del monumento. Nella Carta del Restauro italiana del 1931 era previsto – quale rispetto dell’ambiente di collocazione dei monumenti – anche la necessità di non isolarli dal contesto urbano. Dunque, permettere la giusta visuale sul monumento era considerato fondamentale, ma non erano consentite operazioni di distruzione indiscriminata nel suo intorno.
In questa estensione dell’ambito di azione sono inclusi tutti i rapporti tra l’edificio e lo spazio che lo circonda, e le gerarchie (storiche, culturali, espressive, dimensionali) con gli altri edifici prossimi. Ciò è simile a quanto accade per i dipinti, nel momento in cui si preferisce riportarli nella collocazione originaria, se ciò è possibile, ampliando il concetto statico di pinacoteca.
Tale concetto più ampio di monumento affonda le sue radici anche nell’opera di Gustavo Giovannoni, il quale proponeva il diradamento dell’edificato in opposizione allo sventramento. La sua attività era tesa, infatti – in un’ottica libera da preconcetti sia di eliminazioni generalizzate che di feticismo storico – a salvaguardare l’architettura ordinaria dei centri storici dalle azioni di distruzione che si andavano realizzando, finalizzate a privilegiare una sorta di liberazione del monumento, in favore di una maggiore visibilità prospettica. Un tale pensiero è stato – e lo è tuttora – il supporto al riconoscimento del valore dell’architettura minore: un insieme di piccoli organismi architettonici storici, per lo più spontanei, compongono il tessuto urbano che, in questa misura, costituisce un monumento, talvolta dal valore complessivo più elevato di un singolo monumento. In questi termini, la questione investe un problema di ampia portata perché, se riferito all’edificato storico, assume dimensioni e connotati non indifferenti.
Volendo parlare di edifici che non sono unici ma tipici e ricorrenti, in buona sostanza ci troviamo di fronte a grandi porzioni delle nostre città. Esse, insieme alle campagne, sono come una perenne scena, nella quale si svolge la vita degli uomini che, in questi spazi, trovano e lasciano segni, sogni, memorie, riferimenti. Un organismo perennemente in trasformazione, quindi, con connotati positivi e negativi al tempo stesso. Le città italiane, purtroppo, oggi presentano il nucleo storicizzato nettamente separato dalle costruzioni della modernità, sia sul piano della collocazione planimetrica che sul piano delle caratteristiche materiali e compositive. Non è infrequente incontrare stridore negli ambiti storici dove forzosamente sono stati introdotti – in maniera brusca e frammentaria – elementi e tecniche moderne inadatte. Lo stridore che si evidenzia non è causato dal tipo di materiale utilizzato, ma dalle modalità con cui sono inserite intrusioni che si rivelano dannose all’edificio e all’edificato. E lo stesso stridore si palesa negli ambiti moderni dove vengano realizzati interventi nuovi con tecniche moderne che adottano tipologie formali del passato.
È evidente che il problema è di natura culturale: finti casali con portici interamente a struttura intelaiata in c.a., magari rivestiti parzialmente in pietra a opus poligonale, sono costruzioni che si incontrano frequentemente, insieme a centri storici di cui si sono conservati solo i sottili involucri fisici esteriori.
L’inserimento di una nuova architettura all’interno di un centro storico è certamente anche un problema di scala e di ambientazione, ma soprattutto è un problema di lenta trasformazione che si mette in atto, come l’innesto di una nuova specie botanica all’interno di un giardino storico, o di una nuova parola all’interno di un vecchio linguaggio. Tale inserimento, più o meno lentamente, contribuisce a modificare il giardino o l’organismo linguistico. Per troppo tempo le città hanno pensato esclusivamente a espandersi, trascurando o addirittura dimenticando la propria storia e il proprio patrimonio: la cultura del nuovo ha soffocato il vecchio, ma non è stata in grado di offrirsi con qualità e valore, provocando la perdita di porzioni di città, di cui sono in buona parte responsabili l’assenza di memoria da parte degli amministratori e l’ignoranza degli operatori.
La trasformazione urbana e la qualità, quindi, vanno intesi attraverso convincenti processi e metodi rivolti a una nuova politica dell’economia, non intesa in senso stretto ma come un’economia che consideri, fra i suoi valori, anche la qualità urbana. Mediante il confronto tra metodologie dissimili, le azioni sul territorio dovrebbero cercare di costruire finalità e criteri distributivi che tengano conto delle disuguaglianze esistenti e non eliminabili. Il principio della cosa pubblica intesa, non come competenza e proprietà del pubblico, ma in quanto cosa di tutti, alimentata da tutti e utile a tutti, in cui c’è condivisione tra soggetti e attori, è il requisito fondamentale per un buon governo.
A proposito di continuità storica, Leonardo Benevolo, riferendosi alla tarda età medievale, ha affermato: “…le chiese e i palazzi più importanti erano cantieri coperti di impalcature, ogni opera nuova era un’aggiunta sorprendente. L’unità era garantita dalla coerenza di stile, cioè dalla confidenza nel futuro, non dalla memoria di un’immagine del passato”.Egli si riferiva a un’epoca infervorata dalle necessità costruttive e proiettata già verso la fioritura culturale quattrocentesca, perciò la memoria del passato rappresentava la forza per affrontare il futuro e non un’immagine da emulare. Un nuovo rinascimento dell’Architettura è possibile, perciò, solo se nuovamente dal passato riusciremo a prendere la giusta spinta propulsiva per il futuro, adottando linguaggi del nostro tempo.
Le relazioni tra nuovo e vecchio restano ancora il tema più complesso per un architetto, e la difficoltà sta proprio nella necessità-capacità di riconoscere e raccogliere le matrici generatrici del contesto (non l’immagine), nella ricerca dei significati misteriosi del lavoro antico dell’uomo e nella costruzione di un metodo moderno di espressione, sperimentando nuove strategie e nuovi equilibri, con la consapevolezza di avere la responsabilità della trasmissione dei valori culturali e di operare sulla stratificazione delle relazioni sociali: il progetto di restauro deve rientrare in quella logica di essenzialità e di forza che giustifica la presenza dell’uomo nell’oggetto del restauro.
Altro tema fondamentale è l’approccio alla ricostruzione di quanto, per varie ragioni, è andato distrutto. L’ultimo conflitto bellico o eventi calamitosi ci hanno posto già di fronte a questo problema. Il ricostruire ciò che non c’è più, o ciò di cui restano solo alcune parti non significative à l’idéntique, come è in uso dire, ossia secondo il principio del com’era e dov’era, è una questione non attinente il restauro. Resta comunque aperto il problema tecnico di definire e circoscrivere i limiti delle parti non significative della costruzione, ossia quale sia la linea di demarcazione che ci fa definire la significatività di quanto resta.
Tale genere di ricostruzione si configura come una nuova costruzione e quindi non contiene e non conservare nulla della cultura materiale originaria, essendo venuti meno proprio i materiali della costruzione.
È evidente che in questo caso si tratta di ricostruzione in stile – o à l’identique – e non di restauro conservativo; non si tratta neppure di anastilosi, visto che quest’ultima consiste nella ricomposizione e nel rimontaggio di quanto sia caduto e si possa recuperare.
Poiché la distruzione, per qualunque ragione essa sia avvenuta, è un passaggio che nella memoria dell’uomo, transitando, lascia la sua traccia, accanto alla memoria dell’architettura che c’era prima che avvenisse la distruzione, quello che si può conservare – sarebbe meglio dire riproporre – è solo l’immagine originaria.
Questa problematica riguarda gli amministratori, i cittadini e tutta la comunità culturale. Entrano in gioco, infatti, altri elementi che poco o nulla hanno a che vedere con i principi del restauro (inteso in termini tecnico-scientifici). Può essere, dunque, una questione di valenza sociale, politica, economica, persino identitaria per una comunità (è il caso di Varsavia, di Berlino, di due grandi teatri italiani recentemente distrutti dal fuoco…) ma non è una questione che coinvolge direttamente chi si interessa di conservazione e restauro e che si occupa delle sorti dell’autentico e non di una copia. Occorre molta attenzione, dunque, senza trascurare il fatto che operazioni di questo genere possano legittimare atteggiamenti futuri tesi solo alla ricostruzione à l’identique, con tutto l’indotto ideologico e pratico che ne deriverebbe.
La dequalificazione delle competenze professionali – ma anche la complessità formale delle procedure – hanno generato la svalutazione delle competenze tecniche, a vantaggio della capacità di ottenere ascolto e consenso. A un concetto di restauro reale basato sulla competenza tecnica e sul progetto si è sostituito un restauro formale, forte solo della conoscenza di leggi, procedure amministrative, burocrazie. Eppure chi non sa progettare non dovrebbe occuparsi di restauro, e si eviterebbe così la propagazione del dilettantismo.
Se è vero che Le Corbusier non si occupò mai di restauro, oggi, il patrimonio storico andrebbe valorizzato anche per contribuire alla diffusione dell’architettura moderna, in un ragionamento di reciprocità tra nuovo e storico in cui le risposte alla domanda in che misura interviene il nostro contemporaneo, il nostro mondo, nella conservazione dell’antico? rimangono ancora aperte.
Fig. 5a.1 Einsteieturm a Potsdam, particolare delle aperture
Fig 5.1b Municipio a Hilversum
5.2. Il restauro del Moderno
Se intendiamo per moderno tutto ciò che è stato costruito dopo la rivoluzione industriale, includiamo buona parte del patrimonio italiano (almeno il 50%) realizzato dopo il 1850.
Oggi il rischio di depauperamento e di demolizione dell’architettura del Moderno è comune a molte costruzioni e non riguarda solo gli edifici industriali. Molti edifici moderni a diversa destinazione, ignorati nella loro consistenza e nel loro valore storico-architettonico, vengono alterati e manomessi, incongruamente ammodernati o addirittura demoliti. Fondamentale per impedire questo processo è la condivisione del loro valore e della loro portata, la consapevolezza e la conoscenza, lo studio e l’approfondimento delle tematiche di cui sono portatori. Perciò una pur debole traccia del significato culturale di questo periodo e di questa produzione architettonica va individuata e perseguita. Il termine Moderno, in particolare se riferito all’architettura moderna (o del moderno come correntemente si è soliti dire), spesso viene usato più come accezione negativa che come indicazione cronologica dei fatti edilizi. Nel confronto tra il moderno e la tradizione, comunemente il paragone tra i due differenti valori tende quasi sempre al positivo per le opere della tradizione.
Questa valutazione trova una risposta nel fatto che il Moderno, correntemente, viene fatto coincidere con la ricostruzione post-bellica del secondo conflitto mondiale e con tutte le problematiche degenerative connesse alla velocità esecutiva, alle scarse disponibilità di risorse economiche e di materiali, alle urgenze residenziali, sostanzialmente alla necessità di rimettere in piedi le nostre città. Seguendo questa interpretazione e volendo circoscrive l’ambito alle ricostruzioni e alle nuove costruzioni realizzate dopo il secondo conflitto mondiale, è necessario considerare che gli inurbamenti e le distruzioni richiedevano in quei decenni risposte rapide, specie in relazione al problema casa, posto in primo piano dai sociologi. La fervente attività edificatoria degli anni 50-60 del Novecento è stata veloce, anche in assenza di un’adeguata programmazione, in quanto rispondente a una necessità quantitativa più che qualitativa. Buona parte delle costruzioni è stata realizzata prevalentemente con tecnologie di tipo non tradizionale, usando schemi strutturali misti o a telaio in cemento armato, che hanno risentito delle conseguenze legate alla velocità esecutiva. Ciò vale anche per le costruzioni successive, quelle degli anni 70, realizzate, oltre che con tecnologie non tradizionali, con sistemi standardizzati (prefabbricazione). La ricerca tecnologica dell’epoca, basandosi sull’industrializzazione e sulla ripetitività dei processi produttivi, si poneva come obiettivo una maggiore accelerazione delle fasi di costruzione, propagandando una ancora più veloce soluzione del problema casa. Troppo legata alla necessità di energia, in concomitanza con la crisi energetica, questa sperimentazione ha dovuto segnare il passo.
Questa interpretazione cronologica rappresenta un altro aspetto della tematica generale più ampia che riguarda il Moderno. È un segmento ristretto, ancora più recente, e intriso di questioni che attengono specialmente il comfort interno e il bilancio energetico, recentemente divenuti ineludibili. Perciò, il secondo conflitto non rappresenta che il crinale di separazione della tematica culturale più ampia che riguarda il Restauro dell’Architettura Moderna.
È inteso Moderno, in maniera più ampia, tutto ciò che deriva dal Movimento Moderno e dai suoi principi fondanti, dalle sue innovazioni, dalle sue ricerche, dalle sue esperienze. In questo senso, non esiste una rigorosa collocazione temporale, osservando che, nelle diverse città, gli eventi moderni si sono attuati con una cronologia differente, legata alla circuitazione delle idee e della cultura e alla capacità di recepirle e di praticarle. Occorre perciò, parlando di questo tema, rivolgersi all’architettura realizzata nel secolo XX, con particolare riguardo a quella collocata tra le due guerre (se non proprio all’architettura realizzata a partire dalla rivoluzione industriale).
In Italia questi passaggi sono avvenuti in una fase storica e politica piuttosto complessa, coincidente parzialmente con il regime fascista. Ciò – per una serie di ragioni – ha rappresentato un grosso filtro nella valutazione dei prodotti architettonici. Eppure in questo periodo storico, se da un lato si realizzavano opere neoclassiche tipiche delle dittature – pur con un certo valore architettonico e tecnologico – dall’altro si sperimentavano novità culturali progettate da personaggi quali Persico, Pagano, Moretti, Terragni, Mollino e tanti altri. In proposito Cesare de Seta ha affermato: “Il fascismo c’è stato e non si distrugge con l’autocensura: l’importante è saper guardare e discernere. Ma per fare questo Terragni va posto accanto a Piacentini. Questo non vuole dire certo ridurli alla stessa stregua: al contrario contribuisce a che la gente capisca quale abisso li separi. Ma naturalmente bisogna aver fiducia, bisogna avere la consapevolezza che la gente è matura per capire: se così non fosse non c’è censura che tiene; è come avere lo scheletro nell’armadio e serrare a doppie mandate le ante”.
In questo periodo storico, infatti, in Italia coesistettero due energie culturali contrapposte: da un lato la tendenza al passatismo del neoclassicismo piacentiniano, rappresentato dalle proposte architettoniche monumentali, dall’altro la tendenza all’innovazione e sperimentazione proposta dal Razionalismo. Entrambe le queste tensioni culturali hanno avuto un proprio ruolo e una propria importanza, e costituiscono le chiavi di lettura e di interpretazione di una fase che appartiene alla nostra storia.
Nella capitale e nelle città che più rappresentavano il regime, le architetture monumentali e rappresentative erano fortemente controllate nella loro resa architettonica e simbolica, perciò l’esito formale è manifestamente neoclassicismo monumentale. Diversamente, nelle città meno importanti, che non richiedevano tanta aulicità e magnioloquenza, si producevano edifici essenzialmente funzionali e con destinazioni necessarie (scuole, centri aggregativi, sedi di municipio, edilizia residenziale pubblica, piccole stazioni ferroviarie…) e anche le architetture meno innovative hanno saputo cogliere aspetti ed elementi del Razionalismo.
Fig. 5.2 Edificio Postale a Sabaudia.
Fig. 5.3 La chiesa di San Michele a Foggia.
Fig. 5.4a Edificio pubblico a Foggia.
Fig. 5.4b Edificio residenziale ad Amsterdam
Si ha perciò tanta produzione architettonica di sottofondo che si può collocare in posizione di mezzo rispetto a queste due tendenze principali. Questa architettura, pur conservando forme di ispirazione neoclassica alla romanità, ha saputo assorbire e proporre anche gli aspetti di semplicità e innovazione del Razionalismo, ben coniugando e raccordando le due tematiche in manufatti che anche dimensionalmente sono a noi più vicini.
È facile perciò trovare in queste architetture il rigore geometrico delle piante, le ortogonalità come tema generatore, i corretti orientamenti rispetto all’andamento solare, gli equilibri tra forme piane e forme curve, la simmetria dei pesi architettonici bilanciati più che la rigorosa simmetria geometrica, espressa, la prima, con un equilibrio percettivo che rivela tanta consapevolezza architettonica.
Gli accadimenti storici, tuttavia, sono stati devastanti per la nostra cultura architettonica. Il processo di ammodernamento dell’architettura italiana, una vera e propria scuola di architettura che sovente ignoriamo, ma che fuori d’Italia tanti apprezzamenti riceve, subì una battuta di arresto a opera di fatti drammatici: Antonio Sant’Elia morì in guerra nel 1916 a Monfalcone, Edoardo Persico perì misteriosamente nel ’36 e Giuseppe Terragni nel ’43, dopo il ritorno dalla Russia e dopo essersi aggirato sconvolto per le strade della sua città chiedendo scusa per non si sa bene che cosa, Giuseppe Pagano e Luigi Banfi sparirono entrambi nel ‘45 a Mauthausen.
È a queste figure culturali, a questi innovatori, a questi Maestri che deve andare il nostro pensiero. La scuola che hanno creato e le architetture moderne più o meno note che hanno prodotto nelle più o meno importanti città italiane sono il valore che dobbiamo raccogliere, conoscere e apprezzare.
Con riferimento alla tensione innovativa, il desiderio di creare una cesura tra passato e presente (la scossa sismica – come la definiva Bruno Zevi – delle architetture futuriste di San’Elia), la disponibilità di materiali da costruzione innovativi, una certa ricerca su prodotti e tecnologie hanno determinato in molti casi un largo impiego di nuovi componenti edilizi e di sistemi costruttivi diversi, evidentemente mai usati in precedenza, la cui sperimentazione si è attuata proprio nel momento dell’utilizzo nelle architetture di cui stiamo parlando e che perciò rappresentno i testimoni, nel bene e nel male, non solo del processo di Modernità ma anche del processo di sperimentazione della Modernità. L’Architettura moderna, infatti, specie quella funzionalista e razionalista, è stata un’architettura programmaticamente sperimentale e il suo più grande valore sta proprio nello sperimentalismo. Vanno citati a semplice titolo di esempio le pagine di Giuseppe Pagano e di Edoardo Persico per il Concorso di Domus e Casabella relativo all’impiego del cristallo Securit in architettura e nell’arredamento (1934).
E ancora, va ricordata e apprezzata la pacata campagna di rinnovamento linguistico promossa fin dal 1926 dal GRUPPO7 (tra cui Luigi Figini e Gino Pollini, ad esempio nelle case per impiegati a Ivrea realizzate nel 1942 – Olivetti, quartiere Castellamonte).
Per tutte queste ragioni, il problema della conservazione si sposta prima di tutto sul piano della conoscenza e comprensione dell’opera moderna, e della decifrazione dei valori di cui questa è portatrice. A ciò si aggiungono la comprensione del ruolo dell’architettura nella società industriale e i meccanismi di ricezione, fruizione e trasmissione dell’architettura moderna, all’interno dei valori del mondo contemporaneo. Su questi temi, nel 1988 è nata l’organizzazione internazionale, denominata Do.Co.Mo.Mo. (Documentation and Conservation of Modern Movement), a opera di un gruppo di ricerca dell’Eindhoven University of Technology in Olanda. Tale organizzazione si pone il preciso scopo di incentivare e sostenere la catalogazione, la documentazione e la conservazione dei “prodotti del Movimento Moderno”. In occasione del primo Convegno internazionale Do.Co.Mo.Mo., tenutosi proprio a Eindhoven nel settembre del 1990, è stato approvato un documento programmatico nel quale si afferma che “la documentazione e la conservazione di edifici, quartieri, luoghi attinenti il Movimento Moderno saranno attuate in cooperazione con organizzazioni ufficiali e volontarie dei paesi aderenti secondo i seguenti punti:
1. portare il significato del Movimento Moderno all’attenzione del pubblico, delle autorità, dei professionisti e delle comunità pedagogiche interessate all’ambiente costruito;
2. identificare e promuovere la documentazione di opere del Movimento Moderno, inclusa la registrazione di disegni, fotografie, archivi e altri documenti”.
È evidente che la maggiore attenzione dell’organizzazione è rivolta alle opere dei maestri del Movimento Moderno, in quanto opere paradigmatiche ed emblematiche di questo periodo storico, ma essa da l’avvio a una nuova sensibilizzazione nei confronti di un pezzo della nostra storia che, per svariate ragioni, viene generalmente lasciato ai margini del nostro cono visivo e intellettuale.
All’interno di questo percorso di recupero dell’esperienza culturale architettonica, infatti, giocano un ruolo strategico tutte le costruzioni che, anche se non realizzate dai Maestri, sono rappresentative del processo di innovazione (anche timida) e di ammodernamento: nuova maniera di concepire e comporre i volumi, nuove modalità di trattare le superfici, nuovo modo di reinterpretare la grammatica architettonica del passato, perciò nuovi materiali e nuovi componenti. Proprio questi sono i valori portanti che vanno riconosciuti, approfonditi e apprezzati.
In assenza di questa consapevolezza, accade che siano proprio le architetture più recenti quelle maggiormente soggette a manomissioni incongrue, lasciate a un processo di deperimento accelerato, o, addirittura, demolite. Trasformazioni incoltamente invasive, sostanziali modificazioni di parti o di interi edifici e quartieri, incongrue variazioni delle destinazioni d’uso, insieme a una naturale obsolescenza dei materiali e degli elementi costruttivi e strutturali costituiscono alcuni degli effetti di un atteggiamento di sottovalutazione di questo segmento della nostra cultura architettonica.
A tutto ciò si aggiunge che elementi caratterizzanti di queste architetture sono fuori produzione e nessuno pensa sia necessario avviare un processo produttivo che fornisca utilmente supporto alla loro conservazione. Il vetro-cemento, tipico dell’epoca o il cosiddetto ferro-finestra o anche l’intonaco del tipo Terranova, sono al momento introvabili e irriproducibili, in quanto rappresentano un tipo di produzione industriale che non è più esistente, oppure che ha cambiato componenti fisiche, modelli e disegni. La rapidità evolutiva delle tecniche produttive, purtroppo, tende a rendere consumata e superata l’esperienza del Moderno e perciò è difficile individuare e affermare i principi della sua conservazione.
La memoria storica frammentata, la carenza di ricerche sulle tecniche edilizie adottate e, in particolare, di studi specifici sui linguaggi formali e sui metodi costruttivi che si sono affermati e diffusi, anche in ambito locale, tendono a far perdere coesione e coerenza alla tensione culturale promossa da queste architetture.
Il recupero di queste conoscenze, la corretta interpretazione dei fatti storici, gli studi e gli approfondimenti culturali e tecnologici su questi temi possono e devono contribuire a cercare e definire l’effettivo valore. In questo senso, conservare e restaurare l’Architettura moderna richiede un’attenta analisi dei materiali e delle tecniche costruttive adottate, in quanto sovente differenti da quelle caratterizzanti l’architettura tradizionale e quasi sempre frutto di uno sperimentalismo tecnologico. Il diffuso utilizzo di tecniche costruttive per lo più inedite richiede conoscenze ed esperienze specifiche, per progettare un corretto intervento di restauro, anche perché talvolta risultano essere causa del manifestarsi degli stessi fenomeni di degrado; il carattere di transitorietà di alcuni manufatti (che talvolta pone dubbi sull’effettiva opportunità di intervenire per garantirne la conservazione nel tempo) sono solo alcuni degli aspetti del restauro del Moderno che andrebbero approfonditi.
Per alcuni, le caratterizzazioni del Moderno vanno intese e interpretate come errori progettuali da risolvere, alla luce delle più recenti cognizioni tecnologiche: “L’edificio si è così trasformato, i tetti e i cornicioni sono scomparsi, la copertura degli edifici viene realizzata attraverso i terrazzi, gli intonaci hanno ricoperto di bianco i volumi, e dove non sono stati impiegati gli intonaci, sono state giustapposte lastre di marmo. Parallelamente, l’abolizione di cornici, gronde, gocciolatoi, zoccoli, ossia di tutto il repertorio di membrature aggettanti di eredità classica, propria di questo tipo di architettura, è stata essa stessa causa di degrado delle opere”(Morabito, 1992).
Nella valutazione delle soluzioni, è fondamentale la corretta interpretazione dell’opera e delle sue componenti architettoniche, del suo portato culturale di permanenza e di innovazione, in maniera che la soluzione proposta non debba inficiare, ridurre o addirittura eliminare tale novità culturale, riconducendo l’architettura moderna a soluzioni tecnologiche della tradizione, che male si addicono e si coordinano con il contesto.
Il restauro del Moderno pone perciò problematiche di complessa interpretazione a cui l’architetto deve essere in grado di dare risposte coerenti e propositive, idonee alla corretta interpretazione e proposizione delle intenzioni dell’opera stessa. Per quanto concerne il restauro dei materiali è evidente la necessità di individuare idonee tecniche di intervento sulle strutture in calcestruzzo armato e, in particolare, di mettere a punto malte compatibili con il materiale originariamente utilizzato.
Fig. 5.5 Degrado di un palazzo Ina Casa a Foggia.
Fig. 5.6 La conservazione del vetrocemento rappresenta un problema tipico del restauro dell’Architettura Moderna.
Si elencano qui solo alcune delle tematiche:
- individuare opportune modalità di intervento per il restauro dei rivestimenti marmorei attraverso la pulitura, il consolidamento e la protezione dei medesimi, nonché, lo studio di specifiche tecniche di ancoraggio e di sigillatura delle lastre marmoree alle strutture;
- individuare materiali compatibili con quelli originali che consentano di integrare le lacune dovute al manifestarsi di fenomeni di degrado o all’esecuzione di modificazioni nel tempo. Si prendano, quali esempi, gli elementi in vetrocemento (oggi prodotti con modelli e dimensioni completamente diversi per l’avvenuta meccanizzazione dei processi produttivi, per le differenti sabbie utilizzate e per il necessario adeguamento della produzione alle normative di isolamento termico), i manufatti in pietra artificiale, che connotano buona parte dell’Architettura moderna o, infine, i numerosi prodotti ceramici utilizzati per i rivestimenti oggi difficilmente reperibili.
La riflessione conclusiva sulla salvaguardia dei monumenti del nostro passato recente conduce a un’inevitabile considerazione: il patrimonio degli edifici del Novecento che ci è stato consegnato in eredità è molto spesso ignorato e sottovalutato, anche se risulta quantitativamente e qualitativamente importante. Esso rappresenta un valore formale e documentale di un periodo storico di cui va recuperato il senso, il limite, il portato.
Le vie per la sua salvaguardia e la sua conservazione non devono essere rappresentate da proposte di musealizzazione, ma neppure da proposte eccessivamente trasformative, che farebbero perdere coerenza al manufatto architettonico. Esistono possibilità di adeguare gli edifici dell’Architettura moderna alle norme e alle necessità, coniugando correttamente rifunzionalizzazione e restauro.
Il restauro dell’Architettura moderna costituisce oggi un settore sperimentale della ricerca sul patrimonio edilizio esistente, ricco di interessanti e stimolanti implicazioni di metodo di analisi e di proposte risolutive, di interpretazioni e di valorizzazioni. Se è vero che gli architetti più o meno noti del Movimento Moderno non si sono occupati del restauro, oggi, invece, il patrimonio architettonico recente, proprio il loro, deve essere conosciuto, proposto e valorizzato anche per contribuire alla diffusione dell’Architettura moderna, in un ragionamento di reciprocità tra nuovo e storico in cui rimangono ancora aperte le risposte alla domanda su come interviene sul nostro contemporaneo, sul nostro mondo, nella conservazione dei manufatti del passato recente.
Accanto al patrimonio architettonico che si riferisce concettualmente alla scuola italiana razionalista e funzionalista, esiste però una sequela di edificato anonimo e ripetuto, eseguito frettolosamente e con scarsa qualità esecutiva e architettonica: ciò che resta di questo processo veloce e fagocitante sono città e periferie traboccanti di costruzioni in avanzato stato di degrado.
Accanto a centri storici che spesso hanno conservato solo involucri fisici e sono pesantemente terziarizzati, si stende una massa di edifici degradati e di servizi artigianali e industriali che hanno perso le proprie funzioni, seguendo una trasformazione del territorio orientata prevalentemente alle localizzazioni commerciali.
Recenti approfondimenti sul tema inducono a individuare le cause ricorrenti del degrado di questo tipo di edilizia:
- errori o approssimazioni di progetto e di esecuzione (o di direzione dei lavori);
- errori o approssimazioni di progettazione tecnologica (assenza di gronde, di adeguati davanzali e copertine);
- errori dovuti a scelte di materiali inadeguati (strutturali, finiture e paramenti);
- degrado dovuto a cause esterne (piogge acide, gas di scarico di motori a scoppio, escrementi di volatili, in particolare piccioni);
- malformazione degli spazi, scale di ridotte dimensioni, existen minimum;
- scarsa qualità dei materiali;
- deterioramento delle parti a sbalzo (terrazzini, sporti di gronda, architravi, soglie e davanzali assenti o senza adeguato deflusso, specie se in cls armato);
- intonaci con rigonfiamenti, distacchi, deterioramenti e/o fessurazioni, specie se realizzati con prodotti a film non traspirabile;
- cement brut deteriorato in superficie, nel copriferro e nelle armature;
- deterioramento rapido dei materiali metallici (cancellate, ringhiere…);
- scarsa inerzia termica delle pareti e dei solai;
- scarso equilibrio igrometrico (spesso a causa di serramenti a tenuta stagna non traspiranti);
- resistenza al fuoco non verificata;
- illuminazione naturale insufficiente;
- inadeguato comportamento agli agenti meteorologici;
- inadeguata funzionalità e sicurezza degli impianti.
Materiali non sufficientemente sperimentati, incertezza sull’affidabilità nel tempo di questi stessi materiali, scarsa resistenza al fuoco e al degrado meteorologico, dubbia inerzia termica, richiesta di molta energia per l’ottenimento di un comfort minimo e spesso impossibilità di intervenire con riparazioni; a ciò si aggiunga una scarsa qualità estetica e compositiva che dovrebbe porci un grande senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. Il tema della qualità architettonica (di per sé una contraddizione in termini, l’Architettura è stata sempre di qualità) in quest’ottica assume i giusti connotati: non un obiettivo frivolo, superfluo ed effimero, ma una qualità che, oltre ai requisiti statici, assicuri un giusto costo di manutenzione, garantisca benessere e sicurezza a chi vi abita, anche in relazione alle mutate condizioni sociali.
In un clima generalizzato in cui il patrimonio edilizio esistente è consistente e, pur con oscillazioni in relazione alla collocazione in aree metropolitane o di provincia, può essere numericamente in esubero rispetto alla richiesta, la sfida per il futuro sta nelle operazioni che si potranno compiere sulle costruzioni di questi ultimi 50 anni, e nelle valutazione su un possibile recupero o sulla loro sostituzione, insieme alle aree circostanti, sia per quanto attiene le infrastrutture che gli spazi collettivi. Occorre l’obbligo di controlli, perché sia garantita una prudente gestione del territorio. La legge 166/2003 propone i Programmi di riabilitazione urbana, dove si contempla la sostituzione, la rigenerazione, la permanenza o la delocalizzazione degli edifici, insieme alla revisione e al riordino delle infrastrutture.
Questo genere di restauro – di riuso o di nuovo uso – del Moderno pone problematiche di complessa interpretazione: un architetto-progettista nel pieno della sua ricerca linguistica potrebbe trovare difficoltà a sintonizzarsi su questo percorso. Trattandosi, per buona parte del Moderno, di costruzioni prive di valore architettonico, se il risultato della progettazione diventa una personale interpretazione della forma all’interno di un’elaborazione linguistica, piuttosto che un ripristino dell’architettura-edilizia da conservare, il problema non sussiste, anzi trova la sua giusta ed equilibrata soluzione.

