per leggere l’articolo consultare il n.25 della rivista Bloom
http://www.composizionearchitettonica.unina.it/pdf/bloom/2015/pb252015.pdf
https://www.academia.edu/32139524/Lecosostenibilit%C3%A0_nel_processo_di_progettazione
Il rapporto tra uomo e natura[1] e la dimensione derivante da questa relazione hanno sempre accompagnato l’evoluzione della storia umana, diventando particolarmente complessi a partire dalla rivoluzione industriale[2].
L’architettura, secondo la tradizione trattatistica, ha avuto tra i suoi concetti fondativi la relazione con l’ambiente/natura, condizione fondamentale del progetto, pur nella mutevolezza degli approcci ideologici che nei secoli si sono susseguiti. L’architettura storica è accomunata dal rispetto di regole antiche (per esempio l’attenzione
all’orientamento, al clima, all’uso delle risorse edilizie disponibili) e ha dovuto fare i conti con risorse umane e materiali disponibili; pur tuttavia, nel suo approccio con la natura ha prevalso l’atteggiamento estetizzante.
L’indubbio fascino dei dipinti di J. M. W. Turner (1775-1851) che fotografavano l’innovazione tecnologica, visibile per terra e per mare con fumi e vapori, attestano lo iato sostanziale che all’epoca dominava, anche se ciò avveniva all’interno di una percezione che, della natura, esaltava il sublime e il pittoresco. Ciò indica il carattere prevalente di “esteriorità” della percezione/relazione, tesa alla esaltazione della esteticità della natura.
Sebbene con diverse connotazioni, anche nel ‘900 si è continuato a intendere la natura/ambiente prevalentemente sul piano percettivo: in questo solco si è mosso anche il Movimento Moderno, creando talvolta una nuova estetica naturalistica, talaltra adottandola come musa ispiratrice, in ogni caso in una logica di alterità poco incline ad assumere la natura quale locus in cui accadono i fenomeni prodotti dagli esseri viventi (uomo incluso).
Oggi la crisi ecologica/ambientale viene denunciata segnalando come principale indicatore del malessere della natura “i cambiamenti climatici in atto”, attribuendo le cause alle emissioni eccessive di gas serra e alla alterazione delle condizioni generali di equilibrio. Inevitabilmente i cambiamenti climatici includono tutti gli altri fenomeni rilevati da tempo, dal buco dell’ozono all’inquinamento in senso lato, e pongono l’accento sui consumi energetici facendo riemergere le questioni legate alla crisi energetica non solo come effetto della crisi politica tra paesi produttori e paesi consumatori, ma come costatazione che la natura è una risorsa limitata[3] e che il suo destino è un tema comune[4].
Il “pensiero ecologico”, infatti, assorbendo la definizione del termine ecologia coniato dal biologo tedesco Ernst Haeckel nel 1866, ingloba l’insieme di conoscenze che riguardano l’economia della natura (in sostanza le relazioni positive e negative di un animale con il suo contesto, con gli altri animali e con le piante con cui viene direttamente o indirettamente a contatto). Sono inclusi perciò nel sistema ecologico, secondo il principio evolutivo darwiniano, necessariamente anche l’uomo e le sue azioni e l’economia complessiva che ne deriva. Dunque l’ecologia in senso lato include anche l’architettura che diventa così uno degli elementi della/nella natura.
Di conseguenza, occorre una nuova riflessione sul senso e significato dell’architettura e sulle relazioni che essa deve e può instaurare con il contesto/natura. Poiché una cosa non è correttamente progettata se non tiene conto di tutti i fattori che concorrono alla sua definizione, una buona architettura oggi non è tale se non tiene in debita considerazione l’economia della natura di cui essa è un elemento, uno tra tanti.
La relazione con la natura è dunque un tema etico e deve perdere ogni connotazione ideologica per acquisire il carattere di necessità e di urgenza perché è a rischio la permanenza stessa dell’uomo sul pianeta. Questo ci obbliga a fare riflessioni, ad approfondire l’incidenza della filiera delle costruzioni sul contesto, a misurarne gli effetti negativi e ad agire con adeguatezza e in maniera scientifica per arginarli. L’architettura non può perciò limitarsi alla semplice percezione della natura come alterità estetica (seppure secondo mutevoli e variegate sembianze), ma essa deve partire dalla costatazione di dover agire per necessità all’interno di un contesto/risorsa che, se non diventa oggetto di cura, se non diventa trattazione disciplinare interconnessa alla progettazione stessa (grado zero dell’architettura), è destinato a esaurirsi.
Con queste premesse, la natura assume inevitabilmente un ruolo strategico: è segnalatore e regolatore di equilibri e disequilibri. Finora essa è sempre intervenuta a segnalarci il superamento dei limiti oltre i quali non può andare e ciò ci ha indotto a mettere in atto meccanismi di correzione che hanno tentato di riportare l’equilibrio. Appare logico e inevitabile che, in una contestualità dove si ha a disposizione una quantità di risorse limitate, dove si avvertono gli effetti dell’inquinamento, dove si registra una crescita dell’età media a fronte di una diminuzione del numero di nascite, mentre varia sempre più la concentrazione dei cittadini sui territori, occorrono strategie di programmazione flessibili nelle politiche di governo del territorio, sia a scala urbana che architettonica, rendendo partecipi ai diversi livelli i molteplici attori coinvolti. Progettisti, costruttori, Enti locali, Università, Enti di Ricerca e produttori di materiali devono condividere l’aspirazione a questa nuova metodologia di approccio. Ci spetta di conseguenza il compito di ricomporre la dualità, trasformandola almeno in pariteticità tra uomo/natura, indirizzandola verso una relazione inversa, secondo il principio ecologico che vede l’uomo e i suoi prodotti come uno degli elementi della natura.
Le locuzioni “architettura eco-compatibile o sostenibile, criteri biocompatibili” offrono la possibilità di soffermarsi per fare qualche piccola considerazione. Parlare dunque di sostenibilità degli insediamenti richiede che sul suo significato/significante si trovi una condivisione perché la sua vaghezza, o la sua contraddizione intrinseca, ha fatto la sua fortuna e non sempre le azioni messe in campo per il suo raggiungimento sono accettabili. Eliminando le sovrastrutture linguistiche e i proclami, si deve prendere atto che non può esistere, oggi, antagonismo tra architettura e architettura sostenibile, perché esse devono coincidere. Questo antagonismo apparente è di fatto conseguente allo smarrimento dei saperi fondamentali, alla presunzione di poter fare a meno dell’esperienza, alla non accettazione del senso del limite che la natura ci trasmette, pensando che il benessere sia possibile facendo switch su una manopola o su un interruttore elettronico ignorandone le implicazioni e conseguenze sul contesto. Sostenibilità oggi non deve neppure essere inteso come un insieme di tecniche che si possono adoperare nel progetto di architettura per ridurre i consumi. Sostenibile è un approccio strategico di tipo culturale che propone di ripensare le pratiche dell’architettura – attraverso le generazioni – all’interno del contesto natura e praticare la sostenibilità in architettura deve significare ricostruire un sistema di relazioni tra i vari soggetti del processo costruttivo in maniera da trovare intenti comuni su obiettivi primari che possano e sappiano creare nuovi valori dell’architettura, perché, osservando attentamente la realtà, essa è la prima attrice nella trasformazione del territorio e in questo senso deve responsabilizzarsi e diventare regolatrice di questi cambiamenti, facendo in modo che queste trasformazioni non siano dannose (all’uomo e all’ambiente). Essa deve responsabilmente farsi carico di innescare processi di trasformazione qualitativa dell’ambiente, recuperando anche i deterioramenti che ha già prodotto.
Assunta la portata di questo processo, pari al peso che ha avuto la rivoluzione industriale, l’abitare sostenibile non va riferito solo a ciò che si deve costruire ma soprattutto a quello esistente il cui rinnovamento (retrofit) non può che portare a una maggiore quotazione degli immobili sul mercato. L’andamento del settore edilizio ci da già una serie di segnali: se fino a qualche anno fa gli investimenti in edilizia relativi alla nuova edificazione costituivano il 60% del mercato europeo, oggi quasi la metà degli investimenti è rappresentata da interventi di riqualificazione, molti dei quali rivolti al patrimonio privato residenziale responsabile di una buona quota di consumo di energia e di emissioni di gas serra. In Europa, infatti, le tematiche connesse alle questioni energetiche/ambientali, inducono alla realizzazione di interventi sul costruito che tendenzialmente assolvono solo al compito di contenere i consumi energetici (azioni di retrofitting) e raramente la progettazione coinvolge in maniera integrata e sinergica i temi dell’architettura.
Troppo spesso, infatti, i singoli aspetti vengono ottimizzati separatamente. Le iniziative per rinnovare gli edifici sono il più delle volte progettate senza considerare né l’ambiente né il contesto in cui si iscrivono; la modernizzazione dei centri città trascura spesso gli aspetti sociali. Anche la casa unifamiliare energeticamente autonoma, costruita in campagna in località non servite dai trasporti pubblici, è il simbolo per eccellenza della mancanza di interazione tra le varie discipline[5].
Un approccio urbanistico/territoriale ecologico, dunque, vede coinvolti in maniera trasversale l’intero suolo/territorio, le risorse naturali, le risorse energetiche, la gestione dei trasporti, dell’energia, dell’acqua, degli spazi verdi, dei rifiuti ma anche la gestione sociale della città in cui il ruolo della P.A. sia di tipo formativo-pedagogico nei confronti dei cittadini, coinvolgendoli delle scelte e nei processi, assicurando la variegatezza sociale e urbana e garantendo il comfort nelle costruzioni e nella città stessa.
Negli anni ’90 la banca mondiale ha individuato tre stock (riserve): ambiente, economia e società; il capitale di sostenibilità è costituito dalla somma di questi tre stock. Le interrelazioni reciproche, gli equilibri e le sostituibilità di loro parti individuano i diversi livelli di sostenibilità, ossia forte, debole, debole plus, ecc., fino a giungere alla decrescita o, come meglio intendono altri, alla a-crescita. Ciò che va ulteriormente definito sono le modalità di equilibrio quantitativo tra i tre stock, senza determinare gerarchie ma individuando armonizzazioni e integrazioni.
Lo sviluppo sostenibile degli insediamenti è un’operazione che deve essere condotta tenendo conto dei tre stock e della loro preservazione, trasformandoli quindi in obiettivi indissolubili:
attenzione ecologica/ambientale
efficacia economica
equità sociale[6]
sebbene si debba rilevare che
[…]Nel lavoro politico le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile (ecologica, economica e sociale) vengono troppo spesso considerate singolarmente. È frequente che la dimensione economica sia preponderante e che quella sociale (solidarietà) passi in secondo piano pur avendo, a priori, la stessa valenza delle altre due. […] Negli ambienti scientifici c’è ampio consenso circa l’importanza della città – e quindi dell’urbanistica – per lo sviluppo sostenibile in generale, in quanto «circa due terzi delle emissioni di gas serra sono imputabili allo sviluppo degli insediamenti (costruzione di abitazioni, di uffici e di edifici commerciali e traffico d’agglomerato)». Focalizzando lo sviluppo nelle città, si può limitare la dispersione insediativa e quindi anche il consumo di risorse non rinnovabili, in particolare del suolo, ma anche dell’energia. Si possono inoltre sviluppare attività economiche che beneficiano dello scambio di idee in un contesto urbano e si possono facilitare le interazioni sociali. Gli ambienti scientifici sono praticamente unanimi nell’affermare che una politica territoriale finalizzata alla sostenibilità deve focalizzarsi sulle città. Pertanto temi come la «densificazione» insediativa, la dismissione delle aree industriali e delle ferroviarie e la riqualifica urbana diventano prioritari[7].
Tra gli orientamenti e le misure intraprese dalla UE nel settore ambiente e territorio, si riportano alcune tappe fondamentali che costituiscono i passaggi di consapevolezza rispetto alle questioni relative alla sostenibilità. Già lo «Schema di sviluppo dello spazio europeo SSSE», varato nel 1999 dai ministri responsabili della pianificazione territoriale degli Stati membri dell’Unione Europea, seguito poi dai «Principi direttivi per lo sviluppo territoriale duraturo del continente europeo» del Consiglio d’Europa (principi direttivi CEMAT) del 2000 nonché dall’«Agenda Territoriale» del 2007, convergevano in gran parte sulla individuazione delle caratteristiche necessarie per uno sviluppo territoriale sostenibile:
- sviluppo territoriale policentrico supportato da una crescita socioeconomica equilibrata e miglioramento della loro competitività,
- coesione territoriale favorita da buoni rapporti tra aree rurali e urbane, facile accessibilità ed equa fruibilità delle informazioni e del sapere,
- insediamenti che offrono un’alta qualità di vita, favoriscono la coesione sociale ed evitano un’eccessiva segregazione funzionale e sociale[8],
- gestione responsabile delle basi vitali naturali, oculato sfruttamento delle superfici e protezione del suolo, salvaguardia dell’ambiente e protezione dai pericoli naturali,
- conservazione e utilizzo accurato del patrimonio culturale edilizio e rurale[9].
Nel 2004, nei suoi rapporti, l’EU tenta una definizione di architettura sostenibile: essa è tale se mette in campo strategie capaci di ricomporre le discrasie tra progettazione ed esecuzione attraverso l’innovazione tecnologica (Life Cycle Thinking[10]), secondo una filosofia che non sia prescrittiva ma prestazionale. In tal senso, intende la sostenibilità come un processo che minimizza l’impatto dell’azione dell’uomo sull’ambiente, tentando di soddisfare le esigenze attuali senza compromettere quelle future[11], assolutamente in linea con gli atteggiamenti emersi dalle varie conferenze sull’ambiente e sul clima. Il rispetto degli obiettivi del protocollo di Kyoto, appaiono comunque raggiungibili, «grazie» anche al tracollo di vecchi sistemi industriali avvenuto dopo il 1990. Tuttavia molti stai i Europa, oltre il mero rispetto degli obiettivi di Kyoto, hanno messo in campo iniziative più articolate e complesse, indirizzate a instaurare un nuovo e più consapevole rapporto con la natura e con il contesto.
Sui temi energetico-ambientali, l’Unione Europea ha emanato la direttiva 91/2002 EPBD (Energy Performance Building Directive) specifica per il rendimento energetico degli edifici, tuttavia nei vari stati membri è stata recepita in maniera differente[12]; in taluni casi è stato recepito l’aspetto energetico dell’edifico quale semplice riduzione dei consumi della fonte di energia utilizzata per il riscaldamento, non entrando nel merito delle modalità e compatibilità ambientali delle azioni messe in campo per raggiungere l’obiettivo. Più specificatamente, non tenendo conto del tipo di materiale isolante scelto, della sua Embodied Energy, del suo LLC (Long Life Cycle), dunque non valutando globalmente e olisticamente le azioni si corre il rischio di non avere alcun risultato sulla riduzione delle emissioni: in un edificio isolato termicamente con materiali non compatibili, la caldaia certamente emette meno gas combusti ma la produzione dell’isolante utilizzato, nonché il suo futuro smaltimento, richiedono a volte più energia di quanto si è risparmiato. In sintesi, spesso le azioni tese alla riduzione dei consumi energetici non sono in sintonia con la riduzione dei consumi e delle incidenze ambientali, come dire che un edificio dotato di certificazione energetica può non essere compatibile dal punto di vista della sostenibilità ambientale.
Le azioni sulle costruzioni, dunque, in un’ottica sostenibile, sono la risposta più efficace per ridurre l’effetto serra e il degrado degli ambienti naturali. Pertanto, migliorare le performance degli edifici esistenti è operazione indispensabile e ciò può portare a una stimata riduzione dei consumi energetici anche superiore al 40%, verso edifici Carbon Neutral e a Near Zero Energy. La recente letteratura ci orienta a fare scelte fondamentali, declinabili in due direzioni che devono essere operanti contemporaneamente:
- Mitigare le cause che producono tali cambiamenti
- Adattare i contesti a tali cambiamenti
Entrambe le azioni guidano verso la resilienza delle nostre città e delle nostre costruzioni, principio secondo cui un sistema (urbano o edilizio o territoriale) perturbato deve essere in grado di mettere in campo strategie capaci di perseguire il suo ri-equilibrio.
I progetti sostenibili devono coinvolgere sia il fattore tempo che il fattore spazio: accanto alla sostenibilità nel tempo (ossia lo sfruttamento attuale delle risorse non deve comprometterne la disponibilità delle stesse per il sostentamento delle generazioni future, garantendone la disponibilità e la fruizione negli stessi modi e quantità di cui ne disponiamo oggi), va garantita la sostenibilità ed equità nello spazio (il diritto di accesso alle diverse risorse, deve essere garantito allo stesso modo e nella stessa quantità a tutti gli individui, anche in luoghi differenti). La sostenibilità, inoltre, implica consapevolezza, ne consegue che tutti i soggetti della filiera edilizia devono partecipare al processo (dalla programmazione dell’opera alla sua dismissione), superando il divario tra concezione formale e concezione funzionale e il divario tra atteggiamento conservativo e atteggiamento innovativo (tecnologico).
direttive orientate; ha conseguentemente indirizzato molte risorse finanziarie su tali temi; l’intero programma Horizon 2020 (80 miliardi di euro) è rivolto ai temi della sostenibilità, declinati su diversi fronti, dalle scienze d’eccellenza alla green economy, dall’agricoltura all’alimentazione, dalle risorse energetiche ai beni culturali. Ciò permette alla ricerca, da ora fino al 2020, di studiare in maniera rigorosa e sistematica gli indicatori ambientali e di approfondire il ruolo positivo e propositivo che l’architettura può avere all’interno di tali processi, con l’obiettivo di rivalutare/rivoluzionare la filiera delle costruzioni e fare sì che questa diventi nuova economia.
[1] Sarà utile definire un glossario in cui si possano leggere le differenze tra “natura, ambiente, territorio, paesaggio, contesto, ecc…”.
[2] Prima rivoluzione industriale, macchina a vapore, 1770-1830; seconda rivoluzione industriale dal 1870, elettricità e petrolio
[3] Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro The Limits to Growth), studio commissionato al MIT dal Club di Roma e pubblicato nel 1972
[4] Conferenze internazionali sull’ambiente e sul clima; protocollo di Kyoto, ecc….
[5] Eugen Brühwiler, in AAVV, Sviluppo sostenibile dell’ambiente costruito – Dalla gestione amministrativa allo sviluppo attivo – Sintesi del Programma nazionale di ricerca PNR 54, Berna 2012, pag 13
[6] D. Gauzin Muller, Architettura Sostenibile, Milano 2002 (Edizioni Ambiente)
[7] Pierre-Alain Rumley, in AAVV, Sviluppo sostenibile dell’ambiente costruito – Dalla gestione amministrativa allo sviluppo attivo – Sintesi del Programma nazionale di ricerca PNR 54, Berna 2012, pag 16
[8] La tendenza predominante degli anni ’90 orientata verso una città con un tessuto sociale misto capace di integrare le categorie più deboli della popolazione (poveri, stranieri, disoccupati, studenti ecc.), ha perso oggi applicazione. Attualmente, nelle grandi città si registra la tendenza alla gentrificazione e al dislocamento delle fasce di popolazione a basso reddito nei quartieri periferici o negli agglomerati. Per evitare che i problemi vengano semplicemente spostati, occorre contenere il rischio di gentrificazione che deriva dagli interventi di recupero urbano. Gentrification in sociologia indica l’insieme dei cambiamenti urbanistici ma soprattutto socio-culturali di un’area urbana (tradizionalmente popolare o abitata dalla classe operaia), risultanti dall’acquisto di immobili da parte di popolazione benestante. Deriva da “gentry”, ossia la piccola nobiltà inglese.
[9] Prof. dr. Daniel Wachter,, in AAVV, Sviluppo sostenibile dell’ambiente costruito – Dalla gestione amministrativa allo sviluppo attivo – Sintesi del Programma nazionale di ricerca PNR 54, Berna 2012, da pag 13
[10] Life Cycle Thinking, LCT, approccio con cui si valutano gli effetti della quotidianità sull’ambiente
[11] M. Casini, Costruire l’ambiente, Milano 2009 (Edizioni ambiente)
[12] Recepita in Italia dal D. L.vo 192/2005 relativo alla certificazione energetica.

