Ordinare lo straordinario, 2015

Maria Carmela Frate

Ordinario, dunque regolare, consueto, comune, ma anche – nell’accezione negativa – scadente, banale, deteriore. Quale ordinarietà, allora? Uno sguardo sul nostro costruito recente ci segnala da un lato poca architettura ̒magna̕ d’autore,  dall’altra tanta edilizia ̒ordinaria e ricorrente̕. La prima è sempre più spesso straniante e portatrice di questioni poco contigue all’architettura oppure, in alternativa, è affetta da ̒gigantismo e logorrea comunicativa̕;  la seconda talvolta è silenziosa e taciturna, ma anche anonima;  a volte – invece – è  incolta, straripante di citazioni e con velleità estetiche. Entrambi sono mondi autoreferenziali senza possibilità di intersezione; nel mezzo c’è il cittadino che tenta percorsi di comprensione della prima categoria estetica ma si sente più rassicurato nella seconda perché dentro questo valore di ̒consuetudine e regolarità̕ cerca – e spesso trova – affinità e familiarità. Qual è allora il genere di corrispondenza tra offerta progettuale e gusto comune? Qual è il verso principale di questa corrispondenza?

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Ordinario, dunque regolare, consueto, comune, ma anche – nell’accezione negativa – scadente, banale, deteriore. Quale ordinarietà, allora? Uno sguardo sul nostro costruito recente ci segnala da un lato poca architettura ̒magna̕ d’autore,  dall’altra tanta edilizia ̒ordinaria e ricorrente̕. La prima è sempre più spesso straniante e portatrice di questioni poco contigue all’architettura oppure, in alternativa, è affetta da ̒gigantismo e logorrea comunicativa̕;  la seconda talvolta è silenziosa e taciturna, ma anche anonima;  a volte – invece – è  incolta, straripante di citazioni e con velleità estetiche. Entrambi sono mondi autoreferenziali senza possibilità di intersezione; nel mezzo c’è il cittadino che tenta percorsi di comprensione della prima categoria estetica ma si sente più rassicurato nella seconda perché dentro questo valore di ̒consuetudine e regolarità̕ cerca – e spesso trova – affinità e familiarità. Qual è allora il genere di corrispondenza tra offerta progettuale e gusto comune? Qual è il verso principale di questa corrispondenza?

L’impoverimento delle società occidentali, unitamente alla decrescita demografica, consente/richiede  prevalentemente la realizzazione ex novo di poche grandi opere, talvolta con funzioni pubbliche, ma più spesso espressione di aziende private del settore terziario. Entrambe queste committenze tendono verso quelle forme eccentriche, ipertrofiche e rappresentative di sé: le ̒immagini dell’architettura̕ non sono l’architettura, sono il suo ̒look̕, carenti di quella grammatica e di quella sintassi necessarie per strutturare il  linguaggio del costruito.

Dunque, se c’è un tempo per la parola e uno per il silenzio, forse questo è il “tempo del silenzio”? Questo silenzio o parlare sommesso può essere l’ordinarietà (il lato opposto della straordinarietà), nell’accezione vera della sua etimologia: porre ordine estetico, formale e funzionale al costruito ma anche agli spazi cosiddetti interstiziali, troppo spesso obliterati e abbandonati a una giacenza propria.

 PAPER: Ordinario, dunque regolare, consueto, comune, ma anche – nell’accezione negativa – scadente, banale, deteriore. Quale ordinarietà, allora?

Il termine ordine – da cui provengono i termini ordinario e ordinarietà – viene usato, tra le tante possibilità, anche nell’accezione di sequenza secondo un criterio (per es. ordine cronologico, ordine del giorno), di appartenenza (per es. ordine cavalleresco oppure ordine religioso), di professioni differenti (per es. ordine degli architetti) e così via. Un’assemblea si dice ordinaria quando riguarda la routine e la consuetudine; una derivata ordinaria è quella normale, differente da quella straordinaria o parziale; nell’accezione di consuetudine, regolarità e normalità si usa anche dire posta ordinaria, docente ordinario, console ordinario, socio ordinario e altro ancora.

In biologia, in particolare, l’ordine è uno dei livelli di classificazione sistemica di tipo scientifico degli organismi viventi (sia in botanica che in zoologia), all’interno della quale la sequenza tassonomica, dal livello più alto verso quello più basso, parte dalla ̒classe̕, transitando per l’̒ordine̕ a cui segue la ̒famiglia̕. In tal senso in una classe coesistono più ordini e all’interno di ogni ordine vi sono più famiglie. L’utilità di questa operazione classificatoria è quella di facilitare il sistema di lettura del funzionamento della flora e della fauna, a seconda dell’appartenenza: come dire che piante dello stesso ordine hanno determinate caratteristiche comuni ma ciò non vuol dire che esse siano identiche.

In architettura il termine ordine è servito a Vitruvio per indicare – secondo affinità – gruppi di caratteristiche architettoniche. Riferendo la sua attenzione ai templi greci, ne ha indagato le regole generatrici quali la misura e la reciprocità delle misure (modulo e proporzione), la composizione delle parti (simmetria e sezione aurea) ma anche le forme e i modellati, ritrovando nel processo generatore dell’impianto e dell’alzato principi matematico-filosofici non tanto distanti da quelli specifici della musica (lunghezza della corda e nota emessa in vibrazione). Identicamente alla biologia, nessun tempio dorico è uguale a un altro tempio dorico ma essi condividono alcune regole generatrici e di funzionamento estetico/architettonico delle membrature che permettono di classificarli all’interno del proprio ordine.

Nella quotidianità, ordinare una stanza, ordinare la scrivania, ordinare la propria libreria o altro ancora vuol dire sistemare secondo una logica cose e oggetti che poi possano essere ritrovati con facilità perché la logica con cui sono stati collocati è riconoscibile.

Oggi però il termine ordine ha assunto anche una connotazione negativa, probabilmente come derivato del significato di comando imperativo (per es. ordine di servizio), dunque esecuzione senza autonomia di giudizio, ripetitività, prigione del pensiero, scimmiottamento di regole o caratteri. Nel migliore dei casi, ripetizione meccanica di regole: il tentativo di riportare con rigore le regole schematizzate da Vitruvio, smarrendo il senso del luogo e la relazione con il contesto, ha prodotto la neoclassica Madeleine a Parigi, dal valore fortemente simbolico (in relazione ai fatti politici) ma del tutto impropria come architettura nella città.

In effetti dal momento in cui nell’architettura il significato di ordine è stato inteso come regola ferrea da applicare passivamente (operazione che ha in sé l’esclusione di ogni forma di creatività e di innovazione) esso e il suo derivato (ordinarietà) sono divenuti sinonimo di mediocrità, grossolanità, sciatteria, in sostanza assenza di qualità, al punto che persino la simmetria è considerata elemento deteriore. Dunque, l’ordine vitruviano, se adottato in maniera erronea – semplicemente prelevando informazioni dal suo ̒catalogo̕ – produce mostri. Ciò non inficia il valore dei principi di base ma pone questioni sul loro utilizzo perché ne va compreso il senso, metabolizzandolo e contestualizzandolo nel luogo e nel tempo.

Di contro, la necessità di fare tabula rasa dei codici architettonici del passato ha prodotto l’azzeramento di criteri e  metodi, di capacità di lettura, comprensione e interpretazione, vanificando ogni altro tentativo di rinnovamento strutturale di un linguaggio architettonico  condiviso che sia comprensibile non solo dagli architetti ma che  inglobi nel processo anche il cittadino e la sua capacità di percezione e di lettura.

È proprio la relazione cittadino/architetto, oggi sostanzialmente assente, che andrebbe indagata e ravvivata, perchè l’atteggiamento generale del primo verso l’architettura e verso la sintassi del costruire è diventata sempre meno sensibile e disponibile e il divario è notevolmente aumentato. È necessaria dunque una operazione di didattica generale dell’architettura che sviluppi una maggiore consapevolezza culturale: come rilevava Bruno Zevi, nei corsi di studi pre-universitari mesi interi, se non anni, sono dedicati allo studio della Divina Commedia, mentre solo qualche ora è destinata allo studio della fabbrica di San Pietro: nonostante la triade vitruviana “firmitas, utilitas e venustas” sia più antica di oltre un millennio rispetto alla trilogia dantesca (inferno, paradiso, purgatorio), solo pochi la conoscono. Ne consegue inconsapevolezza culturale e insensibilità percettiva dello spazio e del costruito. Ma ciò non basta, è compito della cultura del progetto architettonico (e dunque degli architetti) indagare metodologie e processi, sia vecchi che nuovi, sondare il territorio dell’utilità e quello della comunicazione autentica e condivisa, cercando  nuovi significati e nuovi sensi che siano coerenti con il momento storico, che contengano lo spirito del tempo senza smarrire le ragioni stesse dell’architettura, del suo essere costruzione, quindi forma strutturata.

Alla luce delle precedenti riflessioni e dando uno sguardo sul nostro costruito recente, da un lato esiste poca architettura ̒magna̕ d’autore, dall’altra tanta edilizia che possiamo definire ̒ordinaria e ricorrente̕, nell’ambiguità e bivalenza della sua accezione.  La prima è sempre più spesso straniante e portatrice di questioni poco contigue all’architettura oppure, in alternativa, è affetta da ̒gigantismo e logorrea comunicativa̕ comprensibile forse solo dagli addetti ai lavori; la seconda talvolta è silenziosa e taciturna, ma anche anonima;  a volte – invece – è  incolta, straripante di citazioni e con velleità estetiche.

Sia in un senso che nell’altro, l’attività edificatoria recente si caratterizza come ̒fatto individuo e privato̕, ogni volta chiuso in se stesso, spesso casuale e occasionale, rispondente  a norme e regole edilizie, ma privo di reciproche relazioni: un gesto ripetuto così tante volte da assumere solo un valore sommativo. I risultati sono un insieme di volumi all’interno di un contesto in cui l’ordinarietà prevalente  (sia nell’accezione negativa che positiva) viene interrotta da qualche raro caso di architettura così fortemente connotata da risultare ridondante rispetto al contesto: una voce così grossa e auto-rappresentativa – perché caricata della responsabilità di controbilanciare ciò che è percepito come inespressività e mediocrità – da risultare fuori contesto.

Questi rari casi solo poche volte hanno funzioni pubbliche ma più spesso sono espressione di aziende private del settore terziario, molte delle quali operanti nei paesi in via di sviluppo il cui il riscatto economico è affidato alla sfida tecnica/tecnologica ed estetico/formale di sommatorie di interventi giganteschi e magniloquenti favoriti dall’uso esasperato di strumenti digitali creati per l’occasione specifica. Entrambe le committenze tendono verso forme eccentriche e rappresentative nelle quali prevale l’ipertrofia della figura esteriore percepita/percepibile mediante la vista. Ciò assicura un grande successo della ̒immagine dell’architettura̕   affidando il suo significato e il suo significante al ̒look̕, all’apparire, che quasi mai possiede strumenti e capacità per strutturare e trasmettere il linguaggio del costruito, in cui sembra abbiano valore l’estemporanea intuizione estetica, il gesto creativo anche se inconsapevole, l’originalità intesa quale vistosa differenza e la stranezza, tutti aspetti immediatamente fagocitati da quelli successivi, deliberatamente più strani di quelli precedenti.  L’operare consumando, il succedersi frettoloso degli eventi, il rifiuto della lentezza intesa quale specifico tempo fisiologico di un fatto, l’oblio nella storia a breve termine, riducono sempre più la dimensione del tempo ad un eterno presente in cui non si ha la possibilità di soffermarsi un solo istante a leggere, percepire e comprendere perché già non è più presente. E tutto al solo scopo di trovare una propria collocazione e una affermazione personale, una autorappresentazione, quasi il terrore di non lasciare traccia di se in questo “passaggio” che è l’esistenza.  Così assume sempre più valore l’atto del dire, veloce e aleatorio,  e non la permanenza e verificabilità di ciò che si è detto.

Declinate in più sottocategorie, l’architettura magna e quella ordinaria rappresentano mondi autoreferenziali senza possibilità di intersezione; nel mezzo c’è il cittadino che tenta percorsi di comprensione della prima categoria estetica ma si sente più rassicurato nella seconda perché dentro questo valore di ´consuetudine e regolarità̕ cerca – e spesso trova – affinità e familiarità. Qui però inciampa spesso nella sovraesposizione formale che propone eclettici e improbabili modelli estetici, così diffusi da essere diventati gradualmente consuetudine e forse anche ordinarietà alimentando distanza e distacco, talvolta anche ironia, nei confronti di tutta l’architettura moderna/contemporanea che, invece,  merita più di una riflessione finalizzata a creare distinzioni e capacità di riconoscimento.

Di quale senso e significato si deve allora riappropriare l’architettura oggi per tentare di riconciliarsi con i cittadini, i quali non possono sottrarsi alla vista del costruito?  A differenza delle altre arti – per le quali la loro esposizione in luoghi specifici comporta che la visitazione avvenga da parte di chi ha un minimo di disinvoltura con le arti visive – l’Architettura, per sua stessa natura, si impone alla vista. Se non si ama la pittura astratta, infatti, basta non andare alle mostre; non è così per l’architettura; essa è sempre presente, anche attraverso la pubblicistica che accorcia le distanze geografiche. Questo aspetto non è affatto trascurabile; il suo carattere di inamovibilità comporta che all’architettura debba essere attribuito e riconosciuto il valore sociale di bene collettivo, garantendola a tutti i cittadini e assicurandole il carattere di necessità, di qualità, di identità, di autenticità, di compartecipazione e infine di  corrispondenza.

Nello specifico, qual è allora il genere di corrispondenza tra offerta progettuale e gusto comune? Qual è il verso principale di questa corrispondenza? Come è avvenuto l’adattamento reciproco? Che margini ci sono per ricreare un sano equilibrio? È tuttora vero l’assunto : «Occorre ad ogni costo una linea di condotta, una dottrina che non sia né troppo, né troppo poco elaborata, perché essa è necessaria e deve essere sufficiente.» Le (Corbusier 1932)?

«Se è vero che il progetto non è solo produzione di forme, ma anche lettura e interpretazione della realtà, la teoria e la critica non dovrebbero contribuire a costruire i fondamenti di una rappresentazione del mondo attraverso l’architettura, invece di ratificare semplicemente l’esistente? A partire da un punto di vista critico e di opposizione, il progetto non dovrebbe ripensare la complessità del reale, senza limitarsi a riprodurne i caratteri esteriori, selezionando direzioni e scenari possibili? (Manzione 2014)»

«Affinché l’oggetto/progetto soddisfi i bisogni, quali sostanza del suo essere architettura, del suo farsi spazio delle attività umane, la pratica dell’architettura deve poter rispondere all’esigenza di una teoria, quale definizione di una idea, e di un processo conseguente, compatto, coerente ed inclusivo di tutti gli attributi e le caratteristiche della pratica scientifica. […] Il processo di produzione dello spazio architettonico sussume il processo di costruzione della forma architettonica e in questo realizza il principio della trasformazione, che è coscienza del dinamismo e del progresso della conoscenza scientifica ed acquisizione dei valori significanti dei comportamenti e delle espressioni […] (Scarano 1988)»

Tra i nuovi fattori da tenere in considerazione, emerge tra tutti il tema dei cambiamenti climatici e della possibilità che le trasformazioni del territorio, di cui l’architettura è la prima artefice, possano invertire i processi negativi in atto, fino a diventare soggetti attivi e produttivi, in una logica sostenibile ed esteticamente corretta. Tuttavia, per effetto della decrescita demografica e dell’impoverimento delle società occidentali, non si ha più tanto bisogno di edifici ex novo: se fino a qualche anno fa gli investimenti in edilizia relativi alla nuova edificazione costituivano il 60% del mercato europeo, oggi quasi la metà degli investimenti è rappresentata da interventi di riqualificazione, molti dei quali rivolti al patrimonio privato residenziale responsabile di una buona quota di consumo di energia e di emissioni di gas serra.

Dunque l’architettura e gli approfondimenti al suo riguardo ci guidano verso la non edificazione di nuove costruzioni ma verso il riutilizzo ragionato dell’esistente, valutando e selezionando interventi innovativi, tuttora da approfondire e studiare. In questa direzione, la sfida è coniugare le utilità funzionali, la compartecipazione ai processi, la corrispondenza/comprensibilità estetica da parte dei cittadini, la creatività corrispondente dei progettisti e la riduzione degli effetti negativi sul nostro pianeta, perciò il concetto di un’architettura basata sugli stessi fondamenti operativi del Movimento Moderno o dell’International Style né tanto meno della Tendenza (che si sono occupati essenzialmente di nuovi interventi) appare poco appropriato, per non dire inopportuno, e poco utilizzabile in questo tempo.

Resta inteso che tutto il processo intellettuale che sottende l’architettura (la sua poetica, il suo linguaggio e la sua tecnica), in sostanza la metodologia di cui essa è portatrice, devono essere re-indagati a fondo per ri-ordinare il vocabolario e la grammatica su cui ri-trovare e ri-fondare la struttura disciplinare, così da avere architetture riconoscibili e corrispondenti, dunque belle. Sulla bellezza è molto complesso discutere e intendersi, infatti il pensiero filosofico ha versato fiumi d’inchiostro, i percorsi dell’arte hanno battuto mille sentieri: bello estetico, bello etico, bello storico. Qui il riferimento non va all’estetismo puro ma a un sistema di conoscenza sensibile che, in quanto sistema, possiede quell’insieme ordinato e organico di elementi interdipendenti che concorrono alla struttura di un codice di comunicazione. Tale codice diventa attributo fondamentale di una architettura e non è delegabile ad altri.

«La timidezza è una scelta storica, una reazione alla società violenta in cui siamo costretti a vivere. Non è un difetto bensì una virtù, un dono dello spirito che ha a che fare con la dolcezza interiore. Per l’architetto, spesso affetto dall’arroganza e dalla prepotenza di voler lasciare il segno indelebile del proprio io, è molto difficile essere timido. Questo è evidente nella perplessa biennale. Forse si dovrebbe comprendere che la grande rivoluzione in atto comporta che l’architetto da guaritore dei luoghi (con tutto l’armamentario del moderno) diverrà curatore dei luoghi dell’abitare. Ciò significa che dalla tradizionale idea ottimistica di guarigione si passerà all’idea problematica di continuità curativa. Essa implica di imparare ad assistere, cioè stare accanto ai luoghi con pazienza, intelligenza e grazia; in poche parole si passa dalla terapia alla cura. Così agire timidamente vuole dire lasciare essere l’altro quello che è. Vuole dire trattare con dolcezza anche i ribelli, e ciò non comporta impotenza ma apertura verso l’altro. Così la timidezza è feconda. Questo non vuole dire non fare niente ma fare in modo più intelligente e cauto. L’essenza è la semplicità, allora si potrà fare ogni cosa facilmente e gioiosamente. Conclusione: beati i timidi che sono capaci di abitare il mondo con delicatezza (Ermentini 2013)».

In definitiva, se è vero che l’ordine architettonico ha in sè i concetti di regola, di simmetria, di proporzione, di armonia, è vero anche che ha in nuce la possibilità del loro opposto, nella stessa misura in cui Leonardo diceva che la luce esiste in quanto esiste il buio. Di tale dualità il Movimento Moderno ne era ben consapevole attingendo a piene mani secondo logica, coscienza e coerenza. Sebbene molto spesso con ragioni generatrici differenti e persino opposte, ha prodotto architetture di estrema qualità e raffinatezza, solo apparentemente prive di ordine (in dis-ordine), ma in sostanza oltre l’ordinario (dunque stra-ordinarie).  Questo è utile a significare che oggi il termine ̒ordine dell’architettura̕, inteso come organizzazione sistematica dello spazio secondo criterio, può continuare a costituire un riferimento rispetto al quale calibrare il progetto, offrendo nuovi codici di lettura e di interpretazione.

Infine, se c’è un tempo per la parola e uno per il silenzio, forse questo è il ´tempo del silenzio̕, sottintendendo con ciò un altro tipo di comunicazione, una scelta linguistica consapevole, simile alla pratica del silenzio nelle discipline spirituali intesa quale tentativo di ridurre la quantità di pensieri e di placare l’attività frenetica della mente mente per  trovare il silenzio interiore, per tacitare il turbinio della foga auto-rappresentativa, per produrre il  linguaggio della sobrietà e dell’ordinarietà, del senso della necessità e della autenticità. In questo senso diventa comunicazione efficace, equilibrata, non consumistica che offre al cittadino la dimensione e il tempo giusto per la sua lettura; diventa una forma di rispetto collettivo, come accade quando si rispettano i minuti di silenzio. Come sostenevano i grandi oratori romani, il silenzio efficace ha la stessa capacità persuasiva della parola.

«Quali sono i luoghi dove nasce il silenzio? Nelle nostre chiassose città dove il rumore è fabbricato come una merce è difficile trovarli, ma quando se ne scova uno lo si segnala con una piccola piuma blu. Questo taccuino insegna come cercare i luoghi silenti stanandoli dagli interstizi della città e della campagna utilizzando tecniche timide per scoprire gli anfratti, le crepe e le lesioni e mandare in tilt le certezze del mondo con l’immaginazione. Il segreto è semplice: saper ascoltare il luogo senza giudicare, lasciandolo essere, mettersi in sintonia, creare una nuova alleanza, una simpatia fatta di amicizia, di pietà e confidenza. Così nasce una specie di guida che si oppone agli spazi ostentati e rumorosi dove l’architettura è esibita senza pudore e il chiasso la fa da padrone. Dobbiamo imparare a vedere il silenzio con gli occhi e riconciliarci con il mondo. È una sfida: anche le rivoluzioni si fanno in maniera silenziosa (Ermentini 2013)».

Questo silenzio, dunque, è quello più profondo, quello in cui ci si può ritirare per ascoltare il lento e familiare suono del pensiero per rendere essenziale la comunicazione, in cui riflettere per recuperare valori e necessità diventa parlare sommesso, ricerca e recupero delle fondamenta necessarie per ricostruire una nuova sintassi e una nuova grammatica, dunque ordinarietà, cioè l’altra faccia della straordinarietà, nell’accezione vera della sua etimologia: porre ordine estetico, formale e funzionale al costruito ma anche agli spazi cosiddetti interstiziali, troppo spesso obliterati e abbandonati a una giacenza propria.  Architettura ordinaria, dunque, non scadente né massiva ma stabile nella sua sobrietà.

 

Bibliografia

 

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