L’ambiente costruito come strumento di riduzione del global worming
Le emissioni di green-house gas sono la causa principale del global warming e, più in generale, del climate change. Gli effetti di tali mutamenti hanno incidenza sull’ecosistema all’interno del quale l’uomo vive, insieme agli animali e alle piante, condividendo lo spazio/natura, nella stessa misura in cui lo vivono gli innumerevoli componenti che lo popolano. Pur avendo pari diritti, all’interno dell’insieme ecologico l’uomo non esercita pari doveri. Da molti decenni, infatti, con il suo modello di vita piuttosto disinvolto e con una fiducia incondizionata nell’evoluzione tecnologica – conseguente alla rivoluzione industriale – attraverso le sue azioni egli introduce nell’ambiente alterazioni così negative da innescare processi irreversibili. In sostanza egli sta esaurendo le fonti non rinnovabili, ponendo un problema relativo alla disponibilità delle risorse. Ma ciò che incide maggiormente sono gli effetti delle fonti usate le quali, oltre ad essere esauribili, nelle fasi di esercizio risultano dannose per l’ambiente.
I dati più recenti riportano che le emissioni nell’atmosfera hanno raggiunto livelli così elevati da essere irrimediabilmente in eccesso rispetto alla fisiologia della natura. Il CO2 è tra questi ed è prodotto, oltre che dalle industrie e dai mezzi di trasporto, in buona quantità dal settore delle costruzioni ponendo grossi dubbi e perplessità alle discipline che si relazionano con questo settore. Se da un lato negli ultimi 20 anni l’industria è rimasta quasi stabile a seguito di fenomeni di dismissione piuttosto diffusi in Europa (specie di quella pesante, in parte compensati dalla nascita di attività di minore portata), non è così per gli altri settori. Dal 1960 a oggi, infatti, i trasporti e le costruzioni hanno raddoppiato i consumi e le emissioni, con un primato da parte del secondo rispetto al primo, conseguente al fatto che i materiali da costruzione richiedono, oltre alle lavorazioni, anche il trasporto dai luoghi di estrazione, includendo in ciò anche l’importazione (spesso inopportuna) da distanze non trascurabili, con una incidenza complessiva è quasi di 1/3 dell’intero settore.
A rigore di logica, non è la quantità di energia consumata (come valore assoluto) a produrre effetti negativi ma l’elevato consumo diventa un grande problema perchè le modalità utilizzate per la sua produzione (prevalentemente da fonte fossile, fortemente emissivo) sono molto impattanti: se, teoricamente, si potesse produrre energia con tecnologie non emissive e non inquinanti, utilizzando contestualmente fonti non esauribili ma rinnovabili, il problema della riduzione dei consumi non si porrebbe, almeno sotto questo profilo e in questo contesto.
Esauribilità ed emissività sono dunque i due temi fondamentali. In relazione al concetto di rinnovabilità, come opposto della esauribilità delle risorse, vale la riflessione che, non essendo il mondo/natura una miniera infinita (Rifkin 2010), le azioni sull’ambiente devono essere sostenibili, ossia deve essere scelto di utilizzare ciò che si rinnova, o ciò che non si consuma. In tema di emissività, invece, tutto ciò che produce gas serra non può essere usato, men che meno come fonte per produrre altra energia.
Essendo giunti drammaticamente a un bivio perchè le emissioni di gas serra sono troppo elevate rispetto alle capacità di assorbimento e di metabolizzazione della natura, sono possibili solo due vie con due obiettivi molto specifici, al momento necessari ed efficaci se praticati congiuntamente, con conseguente riduzione delle emissioni nocive:
- ridurre drasticamente gli attuali consumi
- cambiare sistema di produzione di energia utilizzando fonti rinnovabili non inquinanti.
Come si è osservato in precedenza, il settore delle costruzioni è una tra le attività dell’uomo che fa maggiore uso di energia, perciò è urgente una riflessione complessa sui vari processi che attengono l’Architettura, intendendo con ciò non solo quelli espressamente costruttivi ed edilizi ma includendo, anzi analizzando e valutando prioritariamente, le ragioni che sottendono le stesse scelte di intervento/trasformazione del territorio, alle scelte urbane/urbanistiche tese alla espansione, non escludendo questioni sociali ed economiche, con implicazioni relative alla gestione di spazi e di servizi. È fondamentale, inoltre, in questo processo di autoconsapevolezza del settore, saper cogliere i vari aspetti che afferiscono al costruito, a partire dal porre l’attenzione su tecniche costruttive e tecnologie adeguate al problema ambientale fino alla scala specifica dei componenti edilizi, raccordando il funzionamento degli edifici ai comportamenti generali e del quotidiano degli stakeholders, all’interno di una coerente gestione dell’intero settore.
Con riferimento al tema dell’abitare, oggi si stima che in Europa il 40% del consumo finale di energia del settore delle costruzioni avviene nelle case, negli uffici, nei negozi e in altri edifici in cui è prevista la permanenza dell’uomo per lungo tempo. Alcune indagini sul comportamento dei cittadini europei, infatti, riportano che essi trascorrono il 90% del loro tempo negli ambienti indoor costruiti ed è difficile ipotizzare che vi sia una inversione di tendenza. Tali ambienti diventano ogni giorno più tecnologici e di conseguenza la richiesta di energia tenderà ad aumentare, divenendo esponenziale in conseguenza anche dell’aumento della popolazione che vivrà nelle città. Si pensi in proposito che nel XIX secolo la percentuale di popolazione mondiale che viveva nelle città era solo del 3% mentre oggi è del 50%, con una previsione del 70% nel 2050.
In sostanza le nostre città, luogo di massima concentrazione delle attività umane, per funzionare richiedono e richiederanno tanta energia, buona parte della quale utilizzata per la climatizzazione degli edifici (heating and cooling). Secondo gli attuali trand, la domanda energetica per il settore edilizio entro il 2050 arriverà al 60% e ciò è chiaro indizio che, inevitabilmente, le principali azioni a favore della riduzione delle emissioni devono essere rivolte ai contesti urbani, come dire che, proporzionalmente, se l’incidenza delle costruzioni sul problema climatico è alta, la soluzione delle cause di tale incidenza risolverà buona parte del problema stesso.
L’innovazione tecnologica nella progettazione ecosostenibile
In architettura costruire Nearly Zero Energy[1]Buildings, ossia edifici che richiedono poca energia per il loro funzionamento, è possibile se si mettono in atto metodologie progettuali che privilegiano i sistemi passivi. È possibile, inoltre, che essi diventino anche produttori di energia pulita a piccola scala se nella progettazione si introducono nuove strategie attive, nuovi mezzi e nuove utilità che facciano uso di fonti rinnovabili, quali per esempio il fotovoltaico e il mini-eolico, attraverso i quali attivare un circuito produttivo virtuoso e autoalimentato.
Parallelamente alle azioni per le nuove costruzioni (la cui realizzazione non sempre è necessaria), si possono applicare – ove possibile – le stesse strategie al costruito esistente. Il retrofit energetico, di per sé già azione sostenibile perché non impegna altri suoli, può portare a una riduzione dei consumi diretti anche superiore al 40% (Gallardo 2013). Molte sperimentazioni, infatti, dimostrano che si può migliorare la performance di edifici e contesti esistenti, fortemente energivori, attraverso strategie di isolamento e applicazione di sistemi attivi e passivi con l’obiettivo di ridurre e razionalizzare i consumi.
Tuttavia, non è sufficiente ridurre la quantità di energia utilizzata in maniera diretta ma bisogna valutare tutti gli aspetti indiretti connessi alla sostenibilità, includendo l’utilizzo di materiali idonei affinché, valutati nel loro intero ciclo di vita, abbiano incidenza minima sull’ambiente. Per essere pienamente efficaci, una completa ottica sostenibile va applicata fin dalla fase di progetto, attraversando quella della costruzione, fino a coinvolgere la gestione dell’edificio e le azioni necessarie per la sua ristrutturazione o demolizione[2]. In questa azione complessiva è fondamentale il fattore consapevolezza che deve includere tutti i soggetti che – a diverso titolo e coinvolgimento – prendono parte alla filiera edilizia. In questo senso lo sviluppo sostenibile degli insediamenti si attua attraverso un approccio strategico integrato e innovativo che propone di ripensare le pratiche dell’architettura attraverso due strategie fondamentali:
- la Sostenibilità quale matrice del progetto perché, andando oltre la fisicità dello spazio che l’architettura delimita, assimilando modelli bioclimatici tradizionali (invisibili) e integrandoli con sistemi tecnologici innovativi (visibili), inclusi novi materiali, il metaprogetto stabilisce un legame profondo con l’ambiente/contesto
- il Dialogo tra manufatto e contesto perché l’approccio integrale ottimizza gli interventi attraverso soluzioni passive e bioclimatiche di area più ampia, migliorando il payback period e l’impronta ecologica.
L’innovazione tecnologica è complementare se include strategie operative e di metodo, specifiche per il settore delle costruzioni, attraverso le quali incrementare le possibilità di prefigurare e di gestire virtualmente il progetto basandosi sul flusso dei dati raccolti. La valutazione generale, anche energetica e dei costi in fase di esercizio, diventa possibile fin dalla fase di progettazione, con possibilità di una valutazione globale dell’intero ciclo di vita del manufatto. Ciò trova riscontro nelle nuove e agevoli metodologie del processo di progettazione e del processo di gestione del costruito:
- Rappresentazione sistemica del manufatto architettonico/contesto inteso come oggetto “dinamico”, protagonista principale di un processo. Oltre alla modellazione e al labeling di informazioni specifiche tipo BIM, occorre operare secondo procedure atte a conoscere la complessità delle relazioni del manufatto con altri macrosistemi includendo dati diacronici per poter pianificare ex ante la dismissione e il recupero dei materiali quali, per esempio, il ciclo di vita del manufatto (LLC) e dei suoi componenti (LCA).
- Utilizzo di ICT con l’obiettivo di prevedere e monitorare i flussi energetici, riducendo i consumi e ottimizzando l’uso delle risorse, in maniera tale che le tecnologie hi-tech, si possano coerentemente declinare secondo un approccio low-tech (energia passiva e bioclimatica) producendo nuovi modelli espressivi/linguistici dell’architettura.
Innovazione di processo per l’inclusione sociale
Le tre riserve strategiche fondamentali (Muller 2002) sono l’ambiente, l’economia e la società e costituiscono il “capitale di sostenibilità”, mentre le reciproche relazioni individuano i livelli di sostenibilità di un contesto. Nella dimensione urbana, in cui vi è grande concentrazione umana con conseguente consumo di energia e tante emissioni dannose, gioca un ruolo fondamentale l’aspetto sociale e delle azioni tenute dai fruitori. Di conseguenza, analizzare e comprendere tale dimensione e le sue variabilità, specie in relazione ai comportamenti urbani ed edilizi, può essere utile a identificare, nella gestione degli spazi costruiti, strategie efficaci complementari a quelle più espressamente “costruttive ed edilizie”.
Molti indizi ci permettono di dire che le città sono diventate instabili e con un grado di indefinitezza che può disorientare anche il più acuto osservatore, condizione accentuata da frequenti e continui fenomeni migratori (interni ed esterni) di varia natura e di vario genere, spesso imprevedibili, derivanti da questioni di portata globale. Nel sistema urbano si innestano, inoltre, anche fenomeni di residenzialità temporanea e tessuti familiari modificati/modificabili, una sorta di liquidità sociale da cui consegue instabilità relazionale, scarso senso di appartenenza, fino a giungere alla de-coesione sociale. In questi contesti, prevale l’atteggiamento del singolo o del piccolo gruppo, teso a prendere essenzialmente ciò che all’occorrenza serve senza curarsi degli effetti del proprio gesto sulla fisiologia complessiva della città stessa. Tali comportamenti rivelano che essa viene erroneamente intesa come un luogo di servizio a cui “altri” sovrintendono e di cui hanno la responsabilità dell’efficienza. In sostanza, l’individuo “transeunte”, non appartenente al locus perchè di transito, non vede alcuna necessità partecipativa, utile a conservare funzionante tale fisiologia. Poiché sarà il primo ad abbandonare il contesto, egli non si pone neppure l’obiettivo di evitare disfunzioni che possano alimentare ulteriormente il degrado e l’abbandono, entrambi fattori che spingono le città in un loop di auto-degradazione progressiva.
Si potrebbe pensare che tale condizione riguarda solo le periferie urbane e i quartieri più recenti, dove una scarsa connotazione degli spazi, specialmente quelli pubblici, si presta a essere percepita come neutra, per non dire amorfa e asettica. Anche i contesti storici, sebbene fortemente caratterizzati, non ne sono esenti perché sono giunti impreparati a questo nuovo menage urbano e, in linea generale, sono diventati luoghi di marginalità, fonte di reddito per i proprietari che li rendono disponibili ai soggetti “transeunti”. Non è molto dissimile la condizione di edificati residenziali più signorili, specie perché nei secoli la parcellizzazione delle proprietà ha creato intersezioni tra micro-unità residenziali che, molto spesso, in assenza di accordo tra i singoli proprietari, non consentono neppure l’esecuzione di semplici operazioni di manutenzione.
La giusta ostinazione alla conservazione del tessuto storico delle città spesso non ha giovato, anzi si è rivelata svuotata di senso e di significato perché ha coinvolto solo le parti materiali della città. L’edificato, specie quello ordinario e ricorrente, ha conservato solo la facies senza proporre/accogliere, attraverso la partecipazione degli stakeholders, congrui e compatibili interventi di modificazione nella relazione tra le parti urbane e tra i vari spazi edilizi, men che meno tra i cittadini. In proposito, la vecchia legge sui piani di recupero, se applicata per le parti innovative che proponeva, avrebbe potuto consentire condivise trasformazioni urbane ed edilizie consone alle modificate esigenze dei cittadini, favorendo sia la permanenza di soggetti anziani, molto spesso relegati in casa da anni per il condivisibile diniego delle autorità all’inserimento di ascensori sulle facciate, che l’insediamento di nuove famiglie giovani le quali – giustamente – richiedono spazialità e servizi, sia individuali che collettivi, adeguati a loro e ai bambini.
Con particolare riguardo alla possibilità di interventi collettivi su compagini complesse, metodologia riproponibile ancora oggi, la legge permetteva, attraverso interventi pubblico/privati e integrando spazi aggiuntivi, di mettere in gioco la distribuzione della proprietà privata non in termini quantitativi ma in termini di ubicazione, consentendo la possibilità di poter inserire ascensori, montascale, servizi collettivi, spazi comuni e persino redistribuzione degli spazi privati su piani orizzontali invece di verticali, favorendo la permanenza anche dei soggetti deboli: non poter accedere con carrozzine, faticare per portare a casa le scorte domestiche, muoversi continuamente su residenze disposte su 3-4 livelli (vedi casalini medievali, rinascimentali e settecenteschi) e persino non poter uscire di casa, sembrano in epoca odierna situazioni assolutamente disallineate con le odierne modalità di vita e con le nostre tecnologie.
Le città attuali, dunque, nella loro compagine di città storica e città recente, se correttamente governate nella loro realtà complessa e mutevole e guidate nella loro necessaria evoluzione verso la sostenibilità ambientale, possono diventare potenti catalizzatori di trasformazione di filosofie e di comportamenti, specialmente se si agisce facendo in modo che il luogo fisico (urbs) con i suoi materiali, i suoi componenti edilizi e le tecnologie innovative sappia intersecare e coniugare il luogo umano (civitas), declinandolo attraverso comportamenti consapevoli e partecipati degli stakeholders. Perciò, sia in tema di nuova progettazione che di retrofitting sostenibile, al fine di ottenere benessere e sicurezza per gli utilizzatori, appare fondamentale perseguire i seguenti obiettivi qualitativi:
Qualità ambientale ed energetica
Qualità funzionale ed estetica
Qualità economica e gestionale
Qualità sociale e di processo
Ciò vale a dire che una sostenibilità sociale ed economica, smart e inclusiva, richiede nuovi e complessi sistemi di relazioni tra processi e metodologie che tengano conto di:
Aspetti sociali e comportamentali perché nel processo progettuale e costruttivo tutti gli stakeholders/users devono essere consapevoli del contesto in cui l’intervento si colloca e su quali direttrici si sta attuando la sostenibilità, così da perseguire una sostenibilità integrale in cui, rimossa l’idea di una tecnologia demiurgica e correttiva di comportamenti inappropriati, è eliminato ogni rischio di deresponsabilizzazione connesso all’uso di tecnologie (ICT).
- Processi inclusivi bottom-up/top-down degli stakeholders/users nella scelta delle strategie energetiche, funzionali e organizzative (coworking e cohousing) e nella gestione delle risorse e dei comportamenti per poter risolvere consapevolmente i problemi legati al manufatto e al contesto urbano.
Flessibilità e adattabilità dei contesti urbani ed edilizi appaiono due caratteristiche fondamentali per una città che voglia essere capace di rispondere a una realtà sociale mutevole e in continuo movimento, in grado di accogliere le continue trasformazioni della struttura socio-economica e relazionale dei suoi fruitori, capace perfino di alimentarsi e arricchirsi di stimoli nell’accogliere i criteri della diversità per riproporla. Una città che sia in grado di far coesistere, in questa fase di transizione tra il secondo e il terzo millennio, modelli di vita tradizionali e nuovi menage esistenziali, supportandoli nei processi evolutivi/costitutivi e veicolandoli come modalità di responsabilità individuale, indipendentemente dal luogo in cui si esercita il diritto d’uso degli spazi, delle funzioni e dei servizi.
Con questa filosofia di sostegno, il co-housing e il co-working, di matrice nord europea[3], possono trovare la giusta collocazione in vari contesti, specie se si è in grado di adattarli alle caratteristiche specifiche della cultura locale, aprendoli comunque ai mutevoli nuovi sistemi di vita che si affacciano continuamente. Essi, sia come fenomeno spontaneo bottom-up che come fenomeno top-down, sono un nuovo stile abitativo e lavorativo, strategico per la sostenibilità ambientale e utile a costruire una nuova socialità inclusiva, responsabile e partecipe. Da un lato, infatti, questi nuovi approcci verso l’abitare insieme favoriscono il risparmio energetico diminuendo l’impatto ambientale della comunità attraverso l’uso condiviso di spazi e funzioni comuni (evitando così la duplicazione di alcuni servizi) oppure attraverso la costituzione di gruppi d’acquisto solidale, il car sharing, ecc…; dall’altro lato la progettazione partecipata e/o la condivisione di spazi, attrezzature e risorse rende consapevoli dei propri comportamenti (corretti e meno corretti), agevola la modifica di quelli scorretti, alimenta la socializzazione e la mutualità tra le persone.
In processi bottom-up di co-housing e co-working, assimilabili a una tipologia di comunità intenzionale (intentional community), caratterizzata oltre che dalla condivisione abitativa anche dalla condivisione dell’attività lavorativa (aziende agricole e produzioni artigianali, spesso connotati come eco-villaggi), l’aspetto partecipativo e di responsabilità personale è molto forte ed è alla base stessa delle intenzioni originarie. Più complessi, invece, i processi top-down di co-working e di co-housing ma sicuramente appetibili nell’economia generale della gestione di una città. Spesso a carattere pubblico, se ben concepiti e strutturati, si possono adattare coerentemente ai nuovi contesti urbani caratterizzati da instabilità residenziale perché possono offrire possibilità e condizioni adeguate ai residenti temporanei, alle persone mobili sui territori, ai cosiddetti “transeunti”, offrendo buone condizioni quotidiane con scomputi gestiti all’interno di una rete, in cui una banca del tempo e del lavoro mantiene gli equilibri.
In Italia il co-housing è iniziato come processo dal basso (comunità intenzionali)[4]. La maggior parte delle iniziative, infatti, è privata: un gruppo di persone investe su un immobile in cui intende trasferirsi, una volta costruito, o ristrutturato (quest’ultimo è quasi sempre una proprietà privata divisa). Alcune di loro, rispondendo a esigenze del mercato, sono promosse da architetti, costruttori e agenzie immobiliari che, attraverso la progettazione partecipata (di fatto accolgono le esigenze degli acquirenti) realizzano e vendono soluzioni abitative progettando zone comuni in condivisione con i futuri residenti. In tali contesti l’aspetto giuridico è quello normalmente regolato dall’atto di compravendita in cui gli spazi condivisi vengono generalmente assimilati agli spazi condominiali e ricondotti alle norme e ai modelli urbanistici esistenti.
Solo dall’inizio del ventunesimo secolo si assiste ad una evoluzione dell’approccio come nuova modalità abitativa che prende piede anche attraverso la formazione di comitati promotori costituiti spesso in associazioni per la promozione sociale che, in assenza di normative specifiche, nella costituzione di una comunità fa riferimento agli istituti giuridici vigenti che sono:
- l’associazione culturale, di promozione socialeAPS), di volontariato, non lucrativa di utilità sociale (onlus). Non è adatto per persone che pensano di vivere con i proventi di lavoro svolto nell’ambito della comunità poiché può essere prestato solo in forma volontaria. Molto valido se si orienta alla divulgazione dello spirito del coabitare e al dialogo con le pubbliche amministrazioni (un esempio è org)
- la cooperativa(es. edilizia, abitativa, agricola e di lavoro) che invece disciplina il lavoro dipendente e salariato dei soci ma non contempla il lavoro proveniente dalla libera attività comunitaria.
- la fondazione ben si adatta alla costruzione di un processo di progettazione partecipata quando la comunità che si va formando è legata ad un patrimonio (immobile donato o messo a disposizione sia da privati che da istituzioni).
Manca il sostegno giuridico-amministrativo: attualmente lo stato italiano riconosce le comunità religiose ma il riconoscimento giuridico della comunità intenzionale è ancora solo oggetto di una proposta di legge. Al di fuori dell’Italia, nel diritto anglosassone, si individuano tre configurazioni giuridiche di cohousing:
- l’abitazione è proprietà privata di ciascun membro mentre le parti comuni sono in comunione di beni della comunità;
- il terreno, l’abitazione e le parti comuni sono proprietà dell’associazione (cooperativa) che li cede in affitto ai singoli cohouser;
- l’associazione dei cohouser (cooperativa) affitta gli appartamenti e le parti comuni alla comunità, con restrizioni legali per la vendita della proprietà.
quando l’iniziativa vede coinvolto anche l’ente pubblico, allora devono essere definite le modalità e questo è cruciale se consideriamo le risorse pubbliche un capitale limitato, da utilizzare in progetti significativi, la cui ricaduta sia sul benessere collettivo. Questo diverso approccio di “secondo welfare” si affianca all’attuale sistema di welfare statale garantito con aperture a diverse collaborazioni tra pubblico e privato .
Riferimenti bibliografici
Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia, USA 2010
Marta Hervias Gallardo, Sustainable buildings refurbishment – Undertaken the sustainable refurbishment planning&pre-design – Poject brief development, 2013
- Gauzin Muller, Architettura Sostenibile, Milano 2002
Baglione, Valeria, e Chiodelli, Francesco, “Esperienze di cohousing a Milano e Torino”. In: G. Brunetta e S. Moroni (a cura di), La città intraprendente. Comunità contrattuali e sussidiarietà orizzontale, Roma, Carocci, 2011, pp. 33-42
Moroni S., Chiodelli F. (2014) “Public Spaces, Private Spaces, and the Right to the City”, International Journal of E-Planning Research, 3 (1): 51-65
McCamant, Kathryn, e Durrett, Charles, Cohousing: A Contemporary Approach to Housing Ourselves, Berkeley, Ten Speed Press, 1994):
Grazia Brunetta e Stefano Moroni (a cura di), La città intraprendente. Comunità contrattuali e sussidiarietà orizzontale, Roma, Carocci, 2011, pp. 33-42
Cinzia Boniatti, “Il senior cohousing una soluzione innovativa di continuità assistenziale e di longevità attiva”, Trento, 20 dicembre 2013
Il coworking è uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un’attività indipendente. A differenza del tipico ambiente d’ufficio, coloro che fanno coworking non sono in genere impiegati nella stessa organizzazione.[1] Attrae tipicamente professionisti che lavorano a casa, liberi professionisti o persone che viaggiano frequentemente e finiscono per lavorare in relativo isolamento.[2] L’attività del coworking è il raduno sociale di un gruppo di persone che stanno ancora lavorando in modo indipendente, ma che condividono dei valori[3] e sono interessati alla sinergia che può avvenire lavorando a contatto con persone di talento.[4][5] Alcuni spazi di coworking[6] sono stati sviluppati da imprenditori di Internet nomadi alla ricerca di un’alternativa al lavorare nei bar e nei caffè, o all’isolamento in un ufficio proprio o a casa.[7][8][9] Un sondaggio del 2007 mostrava che molti dipendenti si preoccupano della sensazione di essere isolati e di perdere l’interazione umana se dovessero telelavorare. Circa un terzo di lavoratori pubblici e privati del settore riferiva inoltre di non volere rimanere a casa durante il lavoro.[10] Il coworking offre una soluzione al problema dell’isolamento, che tanti freelance sperimentavano lavorando in casa, mentre allo stesso tempo permette loro di sfuggire alle distrazioni dell’ambiente domestico.[11][12]
Il più delle volte il coworking è indirizzato verso i free lance, che spesso affiancano tale attività con un altro lavoro. Soprattutto per venire incontro a tali utilizzatori, gli orari sono di solito molto liberi, il più delle volte con formule 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, con modalità di accesso elettroniche e servizi di ronda di guardie giurate, con il rsparmio sulle spese di portierato.
Il coworking è spesso confuso con altre modalità di lavoro, come gli acceleratori di affari, gli incubatori di impresa, business center e le suite per dirigenti,[13] degli spazi che non sembrano adattarsi al modello di coworking perché spesso manca loro l’aspetto del processo sociale, collaborativo e informale[10] con pratiche di gestione più vicine a quella di una cooperativa, tra cui la focalizzazione sulla comunità[14] piuttosto che sul profitto.[15] Molti di coloro che partecipano al coworking sono anche partecipanti dei BarCamp[16] e di altre attività connesse alle tecnologie open source.[10][17][18]
Il coworking non riguarda solo lo spazio fisico, ma inizialmente e soprattutto l’istituzione della comunità di coworking. I vantaggi del coworking possono ormai essere vissuti al di fuori degli spazi di coworking e viene raccomandato in genere di iniziare con la costruzione di una comunità di coworking prima di considerare l’apertura di uno spazio coworking.[19] Tuttavia, alcuni spazi di coworking non costruiscono una comunità, ma costituiscono piuttosto una parte di una comunità già esistente, combinando la loro apertura con un evento che attiri il loro gruppo di riferimento.[20]
Numerose comunità di coworking si formano attraverso l’organizzazione di eventi di coworking casuale (ad esempio dei Jelly[21][22]) che può avvenire nel soggiorno delle persone o in luoghi pubblici come bar adatti, gallerie o spazi multifunzionali. Durante questi avvenimenti I collaboratori possono sperimentare i vantaggi del coworking e conoscersi l’un l’altro, il che abbassa le barriere per entrare in un spazio di coworking in seguito.
Spesso i principali promotori del coworking sono le nuove imprese startup, poiché grazie ai suoi bassi costi è accessibile e alla portata di tutte le tasche.
Baglione, Valeria, e Chiodelli, Francesco, “Esperienze di cohousing a Milano e Torino”. In: G. Brunetta e S. Moroni (a cura di), La città intraprendente. Comunità contrattuali e sussidiarietà orizzontale, Roma, Carocci, 2011, pp. 33-42
[1] NZEB è un edificio che ha un rendimento energetico molto alto energia. La bassa quantità di energia richiesta deve essere coperta in misura molto significativa da energia da fonti rinnovabili, compresa l’energia da fonti rinnovabili prodotta in loco o nelle vicinanze (articolo 2 Energy Performance of Buildings Directive 2002/91/EC, EPBD)
[2] Worldwatch Institute. State of the World 2012. Verso una prosperità sostenibile. Edizione italiana a cura di Gianfranco Bologna, Edizioni Ambiente. Pag 259
[3] Secondo McCamant e Durrett le caratteristiche costitutive del cohousing sono quattro McCamant, Kathryn, e Durrett, Charles, Cohousing: A Contemporary Approach to Housing Ourselves, Berkeley, Ten Speed Press, 1994):
- social contact design: la progettazione degli spazi fisici incoraggia un forte senso di comunità;
- spazi e servizi collettivi: parte integrante della comunità, le aree comuni sono pensate per l’uso quotidiano, ad integrazione degli spazi di vita privati;
- partecipazione dei residenti nei processi di costituzione e gestionedella comunità;
- stile di vita collaborativo, che favorisce l’interdipendenza, lo sviluppo di reti di supporto e aiuto, la socialità e la sicurezza.
[4] Baglione e Chiodelli individuano invece cinque caratteristiche costitutive, parzialmente differenti da quelle individuate da McCamant e Durrett:
- multifunzionalità comunitaria: a fianco di funzioni più tradizionalmente residenziali sono presenti sempre presenza di servizi di vario tipo, destinati alla fruizione prevalente da parte dei membri della comunità;
- regole costituzionali e operative di carattere privato: tali insediamenti sono regolati da un sistema, generalmente abbastanza semplice, di regole di diritto privato, introdotte dai componenti della comunità per garantirne la specificità ed il funzionamento;
- componente valoriale: nella maggior parte dei casi la comunità si costituisce sulla base di una componente valoriale [non chiaro], più o meno esplicita, tale da conferirle un’accezione fortemente comunitaria;
- auto-selezione dei residenti: la formazione della comunità avviene per auto-selezione, solitamente ex-ante rispetto alla realizzazione materiale dell’insediamento. La scelta dei residenti avviene secondo meccanismi informali da cui deriva il cosiddetto “vicinato elettivo”;
- auto-organizzazione e partecipazione: un qualche grado significativo di auto-organizzazionee partecipazione dei residenti è un tratto essenziale della coabitazione.
- Moroni S., Chiodelli F. (2014) “Public Spaces, Private Spaces, and the Right to the City”, International Journal of E-Planning Research, 3 (1): 51-65

