Eterotopia, ovvero lo spazio altro. #SIneNOmine a Maiano di Spoleto

(Maria Carmela Frate) – Michel Foucault utilizza in filosofia il termine medico eterotopia per definire il concetto di “spazi altri”, di quegli spazi di sottrazione in cui è possibile sviluppare un’esperienza alternativa del reale, dove esse, le eterotopie, diventano realtà spazio-temporali a sé stanti, nella stessa misura in cui un organo (o un tessuto) si colloca in posizione anomala all’interno di un organismo. Dotate di regole proprie e prive di riferimenti definiti, l’entrarvi implica un rito di passaggio, il risiedervi necessita l’accettazione di precise regole comportamentali.

Nella dimensione cadenzata e immutabile del carcere, tra suoni metallici, sirene e serrature, tra spazi minuziosamente confinati da cancelli e muri panottici, nei cubicula, i ristretti vivono una dimensione di apparente quotidianità perché la ripetitività protratta negli anni la rende tale. Tuttavia la dimensione è falsata, obbligata come è all’interno di spessi perimetri opachi di cemento armato: qui predomina la relazione reciproca tra sorvegliati e sorveglianti, entrambi lontani e distanti dalla realtà di ogni giorno, quella che noi, esseri “liberi” viviamo e riteniamo reale.

All’interno di questa dimensione detentiva sia il recluso che il luogo di reclusione sono sottratti volutamente alla vista dei “liberi”, raggiungendo così lo scopo di rendere irreale ciò che non si vede. Di conseguenza, quel quotidiano che al detenuto appare reale, per il nostro immaginario è “rappresentazione della detenzione”. E in effetti, per i più, la realtà carceraria – essendo uno status anomalo – non esiste; come persone reali i ristretti non esistono.

Rispondi