Trasformare per riqualificare e riconfigurare – L’architettura potenziale, la disponibilità alla trasformazione e la metamorfosi
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Nei casi studio si riscontra la presenza contestuale di approcci diversi, interagenti in diversa misura e diversa intensità, riconducibili ad alcuni specifici capisaldi (approccio bioclimatico, approccio morfologico e approccio tecnologico) che diventano vere e proprie azioni trasformative complesse. Gli effetti “metamorfici” si possono classificare secondo quattro famiglie fondamentali trasformative: trasformazioni planimetriche funzionali e bioclimatiche (support/infill) Azioni di trasformazione delle unità residenziali Azioni di trasformazione delle coperture (roof garden) trasformazioni volumetriche funzionali, morfologiche e bioclimatiche (support/infill): Azioni di sottrazione di volumi Azioni di addizione di volumi trasformazioni tecnologiche Azioni di integrazioni tecnologiche di superficie e involucri Azioni di integrazione di apparecchi tecnici trasformazioni complementari Azioni sugli spazi aperti Eliminazione di barriere Azioni sulla vegetazione Dunque, è inevitabile che i contesti originari si trasformino, che la progettazione di tali trasformazioni diventi progetto dell’esistente e che tale progetto porti a una metamorfosi. Viene introdotto così introdotto un nuovo rapporto tra costruito e tempo che non persegue la perennità ma l’incertezza , intesa come potenziale di trasformazione nell’accezione strettamente legata al concetto di qualità architettonica (Vittoria 1980), producendo una «[…] sorta di instabilità permanente dell’immagine urbana che si riflette sul senso del presente; ossia della città, degli edifici, delle cose del paesaggio che diventano altro, perdendo il loro significato originario, acquistandone uno nuovo, magari improprio rispetto alle ragioni intrinseche di ciascun oggetto architettonico, ma coerente con la vita che si muove attorno ad esso, nonché con le diverse esigenze che affiorano come una forma di bradisismo continuo, dilagante» (Marini 2009). In questa visione, ciò che esiste è inevitabilmente oggetto di mutamento. «La trasformazione, in quanto concetto dinamico e fluido, va concettualizzata come valore assoluto per garantire vivacità, lo scambio e la vivibilità che sono alla base della idea stessa di città e di architettura. Per questo la trasformazione non va vista come qualcosa di negativo, di maligno da cui difendersi e a cui opporre resistenza a priori, ma come una forza che, se ben pilotata e indirizzata, può dare i suoi frutti e dimostrarsi benigna» (Brandolini 2004). La possibilità di trasformazione di un manufatto edilizio è correlata alle sue caratteristiche di trasformabilità e comporta un «progressivo superamento delle tipologie morfologiche tradizionali verso una complessiva complessificazione degli organismi, che spinge per una tendenza a smaterializzare le forme, o a rispondere alla performance con evoluzioni distributive, di superficie, di rapporti pieni/vuoti» (Dierna 2010) che nel loro insieme producono quel sano “disordine urbano”, auspicato da Lucien Kroll. La disposizione alla trasformazione del costruito esistente è una potenzialità dell’architettura , una disponibilità a mutare l’identità attraverso l’azione progettuale e ad accogliere un’altra architettura, potenziale anche questa; è una caratteristica di natura tanto tecnica quanto culturale che ha trovato attuazione anche nel passato, consentendo di tramandare alla contemporaneità manufatti di differente valore ma in grado di accogliere al proprio interno i mutamenti necessari a garantirne una piena conservazione e una nuova vita, caratterizzandosi spesso per le radicali modificazioni della consistenza morfologica e costruttiva e della destinazione funzionale; essa definisce la trasformazione possibile. Tale disposizione è particolarmente riscontrabile nell’ingente patrimonio edilizio edificato a partire dal secondo dopoguerra. Fattori di disponibilità alla trasformazione sono la ridotta durabilità di queste costruzioni, conseguenza dei requisiti di economicità e di velocità di realizzazione, le condizioni di scarsezza prestazionale degli elementi tecnici e dell’organismo edilizio nel suo complesso, nonché la qualità figurativa dei manufatti. Viceversa, l’opposizione alla trasformazione individua il limite delle azioni possibili: la prefabbricazione e la standardizzazione, molto utilizzate nell’edilizia residenziale pubblica, rappresentano un fattore di rigidità soprattutto quando si sono espresse con i moduli a U e ad L. In sostanza, è proprio nella debolezza d’origine e nella scadente qualità del parco edilizio oggetto di studio che deriva la maggiore disposizione alla trasformazione che è certamente più ampia nei casi in cui lo schema strutturale è “a scheletro”. La trasformazione è tanto più agevole e ampia quanto più un edificio è dotato di “surplus” tecnologico, strutturale e funzionale, ossia di una riserva da spendere nel progetto di riqualificazione, capace di offrire alla costruzione quello che originariamente non era richiesto (“plusvalenza”): superfici residenziali oltre il limite di legge, balconi/terrazzi, predisposizione di impianti e altro ancora. L’accentuata vocazione alla trasformazione consente una maggiore libertà al progetto dell’esistente e la possibilità di conferire nuovi significati e valori, in sostituzione o in aggiunta, a quelli già rilevabili. È così possibile individuare/distinguere una gamma di linguaggi della trasformazione, che in funzione della qualità architettonica complessiva dell’esistente, della disponibilità alla trasformazione dell’edificio e delle mutate esigenze da considerare, si muovono fra gli estremi della continuità e del contrasto, della mimesi o della profonda riplasmazione (Zambelli 2004), producendo una nuova e ampliata disponibilità alla trasformazione, segnando così il continuo modificarsi dell’architettura nel tempo. «La trasformazione di un edificio o di un tessuto urbano per opera di un progettista può riguardare la sua destinazione d’uso e la sua forma, può essere radicale, come avviene nelle sostituzioni o limitata come avviene nelle ristrutturazioni e nei restauri, può essere superficiale o profonda, durevole o effimera, provvisoria o definitiva, può migliorare o peggiorare, alzare o abbassare, allargare o restringere e via dicendo, indubbiamente altera e talvolta sopprime o cambia l’identità dell’edificio stesso […] Ma vorrei dire qualcosa sulla parola metamorfosi, sinonimo nobile di trasformazione che implica l’ascolto dell’aspetto dell’architettura che non appartiene a chi la progetta e la costruisce, ma all’oggetto stesso che nasce nella nostra mente, ma che non ci appartiene totalmente, non è solo frutto della nostra mente, possiede una sua vita e una sua autonomia» (Portoghesi 2012).

