key words: disconnessioni, connessioni, collaborative network
Dis-connections: the lack of interrelations between different issues that flow into a project of urban transformation generates architectures that are disconnected with the context.
Strong/weak governments: the urban transformations carried out by the establishment appears strong because they refer to administrative practice, while in fact they are weak because of their cultural inability to think up new idea of cities.
Individual self-mobilization is spontaneous launching of social and human ability against some urban unshared projects
Connections: Urgency in creating connections between different knowledge so that architectural projects (intended as common asset) must ensure integrated, multi-scale solutions.
Bottom up approach starts from the analysis of different needs, promoting transparency and participation to produce shared solutions suitable to the context.
ICT represents a new tool with ability to coordinate data and spontaneous initiatives, reducing the tendency to isolation of the citizens.
Governance: therefore, the maximum effectiveness of a collaborative network is evident when it transforms some bottom-up processes in governance models.
La fisiologia della città contemporanea manifesta una serie di anomalie/discrasie che segnalano l’urgenza di individuare nuovi sistemi di lettura, di interpretazione e di correzione del suo metabolismo per indirizzarlo verso una più efficace funzionalità e verso nuovi usi e spazialità. È prioritaria, dunque, l’azione di ricerca di nuovi strumenti e di nuove modalità, esterne alla cultura urbana e architettonica, capaci di intercettare i mutamenti in atto e di trasformarli – attraverso strumenti e processi innovativi – in nuove possibilità e nuove soluzioni adeguate alle istanze.
Tra le principali anomalie che si riscontrano (e che vanno risolte) sono rilevanti le disconnessioni
- tra cittadini e istituzioni (sul piano giuridico amministrativo e delle scelte politiche), perché spesso le norme vengono considerate insormontabili.
- tra cittadini ed esperti tecnici (architetti, urbanisti, ecc…) perchè le scelte progettuali spesso rispondono al solo desiderio espressivo degli esperti.
Inevitabilmente questa assenza di relazioni tra i diversi soggetti che interferiscono nel progetto di trasformazione degli spazi urbani genera autoreferenzialità, frammentarietà e assenza di coesione, condizione che non permette il reciproco trasferimento delle conoscenze e delle istanze di cui i vari soggetti sono portatori.
In questo quadro, le trasformazioni proposte dalle istituzioni secondo processi top-down appaiono forti, perché fanno riferimento alla pratica amministrativa e giuridica ritenuta fissa e rigida; di fatto si rivelano deboli perché, nella incapacità culturale di pensare-ripensare le città, esse si affidano alla rincorsa ai finanziamenti pubblico/privati, generando trasformazioni frutto di occasionalità e strategie individuali, molto spesso non convergenti. Di conseguenza, le trasformazioni condotte da un governo forte/debole, se non motivate, se non condivise, se non partecipate, sono destinate a fallire. Molti studi, infatti, concludono che i tradizionali approcci top down risultano inadeguati a coordinarsi con i veloci cambiamenti socio-culturali e urbani in atto nella nostra contemporaneità “liquida” e molto spesso producono automobilitazione individuale/individualistica in cui l’opposizione dei cittadini il più delle volte genera contrasti sociali e istituzionali. Non di rado, questo sfocia nell’impedire la realizzazione di quanto preventivato oppure, in alternativa, nonostante gli interventi vengano realizzati, la loro non utilizzazione (o sottoutilizzazione) contribuendo a generare ulteriore degrado urbano. Le azioni di contrasto, tuttavia, non possono essere banalmente liquidate solo come effetto della sindrome di NIMBY ma rientrano in quella necessità di esprimere le proprie istanze e di essere coinvolti e compartecipi di scelte comuni che producano il bene comune.
È proprio in questo punto che devono inserirsi nuove modalità e nuovi strumenti, provenienti da vari saperi, capaci di interconnettere i diversi fattori ed essere il riferimento per i processi di trasformazione.
Nel metabolismo della città contemporanea, dunque, giova l’immissione di sistemi di connessioni, quali per esempio recettori di bisogni, reti di conoscenze e di saperi multisettoriali, abachi di best-pratice, perchè l’elaborazione di scelte urbane/urbanistiche e architettoniche (intese tutte come bene comune) deve assicurare una visione integrata, essere multiscalare e capace di raccogliere, condividere, mobilitare e orientare le azioni dei cittadini. Tutto ciò riduce i conflitti e previene effetti perversi proprio perché gli stessi cittadini, coinvolti fin dall’inizio, possono trovare la loro migliore collocazione nel processo e nel contesto.
La base di partenza è l’approccio bottom-up perchè, procedendo dall’analisi dei differenti bisogni, si promuovono trasparenza, integrazione e partecipazione, utili a produrre soluzioni condivise adatte al contesto[1]. Tali iniziative dal basso costituiscono, perciò, un bacino irrinunciabile di idee applicabili a progetti di innovazione che, se opportunamente selezionate e sostenute, possono costituire soluzioni replicabili con successo in altri contesti, tenuto conto che la loro efficacia è inversamente proporzionale alle dimensioni del contesto spaziale[2] e delle comunità di riferimento.
Le dinamiche costruttive che partono dal grass-roots level, infatti, servono a ricondurre le problematiche a una scala comune in cui gli effetti positivi e negativi dell’azione individuale, essendo immediatamente percepibili, costituiscono un forte incentivo a modificare i comportamenti, con benefici che dalla scala individuale o della comunità si estendono a quella globale e di lungo periodo. Infine, poiché è dai più riconosciuto che sono proprio le attività spontanee a offrire sopravvivenza e durevolezza alle città[3] (perché implicano l’attivazione del capitale sociale sia individuale che di gruppi e generano l’acquisizione di nuove consapevolezze condivise[4]) è fondamentale raccordare, coordinare e capitalizzare organicamente questo patrimonio diffuso di conoscenze e di iniziative e trasformarlo in progetto.
Di fondamentale importanza diventano le modalità con cui si costruisce la matrice di partenza che si configura come raccolta organica e sistematizzata del flusso delle varie informazioni per costruire una common knowledge che, ampliandosi a tutto campo sui diversi saperi, diventa non solo un osservatorio sui fenomeni bottom up in corso ma assume anche la capacità di accelerare i processi attraverso l’integrazione delle competenze resesi disponibili (expertise) ponendole a supporto della collettività e di tutti gli attori, inclusi i soggetti istituzionali, in maniera da favorire la nascita di collaborative network, ossia di reti di persone che lavorano organicamente alla costruzione di un progetto.
Tutto ciò si attua con maggiore facilità se si praticano e si utilizzano strategie innovative costruite su saperi interdisciplinari che vanno dalle tecnologie della comunicazione alle scienze sociali e dei comportamenti, dai saperi antropologici alla cultura architettonica.
In proposito, gli strumenti ICT rivelano sempre più la loro potenziale capacità di essere utilizzati per questi obiettivi, perché capaci di coordinare dati, iniziative e istanze spontanee, riducendo l’incidenza di alcuni aspetti critici quale per esempio la tendenza all’isolamento che può sorgere in un gruppo di persone. Se si esclude la capacità demiurgica che impropriamente si potrebbe attribuire loro (perché contemporaneamente deresponsabilizzano gli utenti), le ICT manifestano la vocazione a creare condivisione e reti di collaborazione, frutto di conoscenze interrelate provenienti da vari settori. In questo senso, proprio per la capacità di catalizzare e di raccogliere l’interesse e il contributo di vari soggetti, esse sono particolarmente appropriate ed efficaci nei processi di integrazione delle conoscenze e delle competenze su specifici progetti di trasformazione urbana, favorendo la produzione di risultati proprio dove le politiche e gli strumenti tradizionali spesso falliscono[5]: come sostiene l’economista Joseph Schumpeter, le invenzioni diventano innovazioni solo quando producono un reale e percepito miglioramento (in caso contrario, restano soltanto invenzioni).
Attraverso tali strumenti e tecnologie, i web portal dedicati ai progetti fungono da collettori di esperienze attinenti ai topic dell’iniziativa provenienti da tanti luoghi e culture, incrementando così il bacino di riferimento. Attraverso la raccolta di opinioni, di proposte e di informazioni (web sentiment anlaysis) si costruisce una prima base di partenza, su cui strutturare collaborative network costituite da tutti gli attori che afferiscono al progetto. Tali network, per essere ampiamente inclusive, devono essere molto eterogenee e consentire interazioni trasversali e transdisciplinari, coinvolgendo associazioni e gruppi agenti sul territorio, enti e istituzioni, centri di ricerca pubblici e privati, ecc….., ognuno col proprio sapere specifico. Le network si configurano perciò come osservatori in cui confluisce il flusso delle molteplici conoscenze utili a sostenere e accelerare le buone pratiche bottom-up, anche fornendo aiuto per configurare le soluzioni in corso in maniera più esperta e compiuta e proporle ai soggetti amministrativi competenti con i quali fungeranno anche da interlocutori consentendo loro di trasformare le buone pratiche proposte in un sistema di governance che abbia obiettivi comuni e condivisi attraverso procedure capaci di:
- intercettare le migliori iniziative bottom-up
- valutare la loro rilevanza e utilità attraverso l’analisi dei risultati e la comparazione tra quelli previsti e quelli realmente ottenuti
- integrare le competenze carenti con le expertise disponibili nel network o da altri soggetti
- verificare i risultati e valutare la validità delle soluzioni;
- valutare e proporre procedure di dissemination per replicare le soluzioni in altri contesti.
[1] Si veda come riferimento il “communicative approach” teorizzato da John Forester e Patsy Healey.
[2] In proposito si vedano gli studi di Ioannis Pissourios, che ha riconosciuto l’efficacia di un sistema bottom up soprattutto se riferito a piccoli insediamenti; Ellen Wratten sottolinea, invece, che questo approccio è praticabile e utile nella città contemporanea.
[3] Geoffrey West e Luis Bettencourt sostengono che: “Cities almost never die, while companies are extremely ephemeral”.
[4] Si sottolineano, come esempio, le questioni ambientali e percettive su cui si catalizzano le principali mobilitazioni proprio perché questi temi sono diventati sempre più un patrimonio condiviso.
[5] A questo proposito, si cita lo studio coordinato dall’Università di Oxford che ha chiarito l’importanza imprescindibile di un approccio bottom up nell’innovazione sociale legata al tema ambientale e ai cambiamenti climatici, Bottom-up, social innovation for addressing climate change by Noam Bergman, 2012 University of Oxford Press

