#Illegal

(abstract per call for paper Illegal, 2014)

L’introduzione nella letteratura architettonica e urbanistica di concetti di non-luogo, di sprawl e altro ancora sono segno che parti delle nostre città e dei nostri territori costruiti non piacciono, anzi preoccupano, forse perché sono privi di connotati e di riconoscibilità.

Interrogarsi ancora sul senso dei quartieri recenti, sul senso di una certa architettura d’autore e su quel costruito ordinario e ripetitivo, quantitativamente prevalente, è segno che permangono dubbi e incertezze sul loro valore, è segno che ciò che ci circonda è poco convincente (sul piano qualitativo e sul piano funzionale).

Eppure tutto questo è stato realizzato in conformità con la pianificazione territoriale e paesaggistica, con quella comunale, seppure modificata da innumerevoli varianti; è stata realizzata rispettando i regolamenti edilizi comunali, le normativa di settore, il codice civile. Nonostante ciò, il costruito autorizzato risulta spesso improprio, inopportuno, insufficiente, carente, incompleto e non coglie in profondità e con autenticità i bisogni degli utenti e della collettività. In sostanza risultano migliori quelle parti di città realizzate secondo le poche norme all’epoca esistenti (allineamento stradale e altezza), sebbene richiedano piccoli necessari ammodernamenti, che gli attuali insediamenti.

Dunque, la pianificazione e le scelte urbane hanno avuto spesso valore solo per sé stesse e l’apparato normativo non ha garantito e non garantisce qualità, funzionalità e godibilità se di fatto l’utente/cittadino spesso si ingegna a ricreare piccole e meno piccole appendici, se non addirittura intere costruzioni, più funzionali alla sua vita quotidiana. Allora la questione è diversa.

Un primo pensiero e riferimento va alla edilizia incolta, diffusa dappertutto, risultato di quelle strategie di pratica edilizia messe in atto per i più favorevoli calcoli volumetrici (altezze ponderali, volumi seminterrati, ecc…), che è diventata un “modus costruendi” così strutturato nell’immaginario da essere diventato la maniera, forse l’unica,  di concepire e pensare il costruito.

Un secondo riferimento va ai giganti architettonici, sia sul piano dimensionale che delle connotazioni linguistiche. Queste architetture, legittime anch’esse sul piano amministrativo, sono portatrici molto spesso solo dell’aura comunicativa dell’architetto, desideroso di non passare inosservato, e si impongono nel territorio per dimensione e per eccesso di voce, quasi a voler tacitare la miriade di costruzioni ordinarie.

Il costruito, quindi, non può essere solo il risultato di una secca pratica edilizia amministrativa, né può essere pensato come un “evento” in cerca di una “location”.

In questi interstizi si è inserita l’attività non autorizzata (escludendo – si intende – quella speculativa e malavitosa). Il riferimento va al quel tipo di iniziativa costruttiva spontanea, quella che produce spazi utili al cittadino, efficaci nella vita di ogni giorno, quella che è rappresentativa dei più immediati bisogni e che trova logica realizzazione nel contesto in cui è collocata.

Questa architettura spontanea, con forma e spazialità spontanea, diventa molto spesso elemento di ricucitura di interstizi dimenticati perché risultato di margine,  che né le norme né la pianificazione sono riuscite a modulare.

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