Intenzione e sistemi di segni nel progetto ecosostenibile dell’esistente. Conclusioni provvisorie
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La pratica architettonica può essere assunta come pratica spaziale volta alla definizione e alla produzione di spazi appropriati, adeguati alle attività individuate dalla pratica sociale nel suo complesso. La pratica sostenibile, invece, chiede all’architettura di andare oltre, di travalicare la delimitazione fisica di “spazio architettonico” che inevitabilmente essa effettua, e di indagare le stesse radici dello spazio fino a estendersi allo spazio della natura.
Mauricio Cardenas ha affermato: «Ritengo che non esista una relazione diretta o conflittuale tra il problema della sostenibilità e i differenti linguaggi architettonici in quanto tutte le architetture, dovrebbero essere sempre e comunque “sostenibili” o meglio “consapevoli” [1] su diverse scale senza il vincolo della medesima modalità o tecnologia. Nella mia ricerca professionale, il linguaggio nasce da diverse esigenze e dal mio bagaglio culturale personale». L’intenzionalità progettuale rende la sostenibilità consapevole una condizione ´necessaria’ per l’architettura del presente e del futuro, ma “non sufficiente” a chiudere il cerchio del progetto di architettura.
Il carattere di necessità consiste nella opportuna valutazione delle ripercussioni e delle incidenze che ogni trasformazione comporta sul circostante naturale in cui si inserisce e nella prospettiva che l’azione progettuale assume su di sè le strutture relazionali dell’uomo con il suo circostante. Attraverso una prassi tecnico-operativa convalidata all’interno della pratica teorica, si conduce l’analisi/interpretazione del rapporto tra opera e ambiente, tra progetto e luogo, valutandone aspetti, caratteri e fattori distintivi capaci di direzionare verso una nuova sensibilità e responsabilità nell’azione trasformativa del territorio. In questo senso, essa si propone di intervenire su paesaggi ed edifici esistenti e di progettarne di nuovi solo laddove è necessario, e fa tutto questo analizzando le relazioni tra sistemi artificiali, naturali e sociali in modo da definire le migliori strategie per gestire le future trasformazioni del territorio. Per questa ragione essa deve conoscere i limiti d’uso delle risorse fisiche, ambientali e tecnologiche disponibili e avere coscienza delle implicazioni relative al funzionamento energetico dell’edificio anche sviluppando modalità di controllo dei procedimenti costruttivi e delle tecnologie utili nell’arco della vita del manufatto architettonico, dalla sua concezione alla sua costruzione, dal suo uso alla sua manutenzione, dalla sua demolizione al suo riuso continuo. Ciò è ormai incontrovertibile; infatti, con riferimento al tema della ricerca, gli istituti o gli enti che gestiscono il patrimonio residenziale pubblico/sociale in Europa necessitano – ora e nel futuro – di rinnovare periodicamente sul piano energetico e sul piano spaziale il proprio stock e, secondo la Commissione Europea e gli stati membri, la domanda per il rinnovo sostenibile diventerà progressivamente più elevata (si consulti l’esito del programma di ricerca SUREURO, Sustainable Refurbishment Europe[2]).
Il carattere di non sufficienza consiste nel fatto che l’architettura della sostenibilità, in un quadro di coscienza ecologica diffusa, non può solo sussumere che un intervento architettonico possa/debba contribuire a migliorare lo stato ambientale preesistente ma che essa si compia come pratica teorica propositiva che mette in atto il processo di generazione funzionale, configurazionale e morfologico all’interno dell’ambiente in cui l’opera si colloca. Inevitabilmente tutto questo è indizio di quanto sia necessario riconoscere le caratteristiche dell’architettura, dei suoi assetti estetico-formali, funzionali e tecnologici, in maniera che possa esprimersi con le sue più autentiche componenti morfologiche, figurative e costitutive che derivano dai caratteri del luogo tra cui i connotati ambientali ed ecosistemici, nonché i connotati antropici e artistico-culturali.
In definitiva, il progetto di architettura oggi deve affrontare la complessità del processo edilizio attraverso una visione globale delle azioni, configurandosi come una disciplina che costruisce e governa le molteplici e complesse variabili che compongono la matrice progettuale attraverso una concezione sistemica che va oltre la concezione meccanicistica della crescita economica infinita. L’oggetto architettonico prodotto diventa sostenibile non solo e non tanto perché consuma poche risorse o perché utilizza tecnologie innovative per il risparmio energetico, ma perché si rapporta significativamente con le condizioni dei luoghi e diventa espressione misurata dell’interazione fra uomo e ambiente, configurandosi come uno dei risultati possibili prodotto dalla lettura e dalla interpretazione del contesto e delle sue condizioni, nonché dall’appartenenza culturale e dei luoghi. Questa relazione contestuale rivela come il linguaggio in architettura non possa in alcun modo essere una posizione ideologica iniziale conseguente all’adesione “a prioristica” a correnti artistico-culturali ed estetico-formali e men che meno all’ecosostenibilità modaiola, ma la morfologia non può che derivare dalle relazioni che si instaurano tra i parametri e i valori che si inseriscono nella matrice di progetto che, oggi, non possono esulare dalle urgenze ambientali.
Come afferma Luigi Prestinenza Puglisi: «L’architettura non tollera le copie ma accoglie le citazioni. Del resto, se ammettiamo che sia un linguaggio, sia pure sui generis, è naturale pensare che non inventi ogni volta dal nulla parole e frasi ma le adatti in un processo di continua evoluzione storica, che, come hanno tentato alcuni studiosi, si può pensare di ricostruire»[3].
I mutamenti in corso nella configurazione architettonica, dunque, vanno registrati e valutati perché, sollecitando un ripensamento dei principi strutturali della formatività spaziale, rappresentano un vero e proprio abaco esperienziale capace di ricostruire la correttezza e la dimensione dei processi di genesi configurazionale dell’architettura.
«Ritorniamo alla nostra domanda: “l’architettura è un linguaggio?” La risposta potrebbe essere: no, se intendiamo per linguaggio un sistema strutturato, ben definito e articolato quale quello della lingua parlata; si, se intendiamo l’architettura come un sistema attraverso il quale alcuni messaggi vengono trasmessi a fruitori i quali attraverso un processo di decodifica, di tipo indiziario, li interpretano». Assunti la connotazione e la denotazione di Umberto Eco come elementi fondamentali della lettura la cui interpretazione non sempre è univoca, egli aggiunge: «[…] in arte, e quindi anche in architettura, esiste una regola che potremmo chiamare dell’accumulazione temporale, secondo la quale il valore di un segno è sempre strettamente connesso al significato dei segni che lo hanno preceduto. E nessuna opera, neanche la più radicale e originale, può prescindere da questa dimensione storica del linguaggio»[4] (Prestinenza Puglisi).
Queste riflessioni aprono nuovi scenari ad argomenti e ricerche in disuso, tra cui la potenzialità espressiva dei progetti di riqualificazione e nuovi ragionamenti sulla riformulazione di una connessa teoria linguistica dell’architettura capace di integrare la questione ambientale come aspetto generatore del processo progettuale di configurazione architettonica. All’interno di questo processo, il progetto inevitabilmente deve integrare, secondo una strategia adattiva, la questione ambientale ed ecosistemica come aspetto generatore del processo progettuale di configurazione architettonica e assumere su di sé l’identità dei luoghi sul piano geografico-morfologico, sul piano climatologico e sul piano culturale/costruttivo. Poiché questo non basta, nel processo trasformativo basato sulla potenza metamorfica iniziale e sulla disponibilità alla trasformazione, deve acquisire la possibilità non solo di azioni di sottrazione di volumi ma anche azioni additive in grado di risolvere quelle carenze altrimenti non superabili.
«Non si tratta tanto di chiedersi come ‘rappresentare’ o ‘significare’ la condizione spaziale attraverso il singolo fatto architettonico, mimandone dal proprio interno la complessità o la frammentazione ma all’opposto si tratta di capire come l’architettura possa costruire un ‘linguaggio sostenibile’, linguaggio cioè attraverso il quale la forma si manifesti come luogo concreto e visibile della coscienza sociale e ambientale»[5] (Alexander, Ishikawa, Silverstein1977).
Il progetto di architettura ecosostenibile assume così la valenza di “nuova etica” o di “nuovo deal” aprendosi a nuovi scenari e permettendo di introdurre, all’interno del dibattito sulla consapevolezza delle trasformazioni, argomenti e ricerche oggi dimenticate o desuete, magari non percorse perchè al di fuori delle facili attrazioni delle mode architettoniche contemporanee. Questo non significa necessariamente il ricorso alla ‘mimesi’, quanto piuttosto una attenta riflessione sull’utilizzo del linguaggio e delle aggregazioni spaziali. Attraverso l’utilizzo cosciente delle nuove ‘tecnologie ambientali’ è sicuramente ipotizzabile il delinearsi di un nuovo linguaggio che non sia prodotto esclusivo di canoni estetici o di strumentazioni tecnologiche esibite, ma che sia teso a sostanziare (attraverso componenti costruttivi ed estetici) il rapporto con l’ambiente e il soddisfacimento di una migliore qualità della vita materiale e percettiva.
Tutte le problematiche evidenziate, le contraddizioni e le timidezze progettuali, nel panorama della residenzialità si rendono ancora più evidenti perché la casa è un concetto ancestrale, un archetipo, le cui dinamiche evolutive sono molto lente perché conseguenti alla sicurezza e ponderazione che l’immagine della tradizione attribuisce; in passato è già accaduto che la semplice innovazione costruttiva sia stata celata sotto forme più rassicuranti e consuete, tanto che anche l’introduzione di nuovi materiali spesso ha generato diffidenza se non avversione da parte dei residenti. L’approdo a un linguaggio formale e costruttivo nuovo può rappresentare la conclusione di un processo molto faticoso che diventa più fattivo se i residenti vengono coinvolti nel processo fin dall’inizio.
Edoardo Persico affermava: «L’architettura è sostanza di cose sperate. Perché è la concretizzazione in pietre e mattoni del sogno del nostro futuro. E a questa prospettiva, e solo a questa, è lecito finalizzare l’interpretazione, cioè la lettura critica, del nostro passato».
[1] Intervista pubblicata su Arketipo 29 giugno 2009.
[2] SUREURO (Sustainable Refurbishment in Europe) è l’acronimo per uno dei più grandi progetti di ricerca sostenuti nell’ambito del 5 ° Programma Quadro per la Commissione europea. Avviato nel 1999 si è concluso nel giugno 2004; vi hanno partecipato le organizzazioni di gestione del fondo residenziale sociale, istituti di ricerca e società di consulenza provenienti da sette paesi europei (Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Germania, Svezia, Finlandia, Olanda). Nel 2002 l’Italia e la Repubblica Ceca sono state coinvolte nel progetto. Il suo obiettivo principale era lo sviluppo di strumenti e metodi operativi relativi a interventi di ristrutturazione sostenibile del patrimonio residenziali europeo. I principi teorici del progetto sono stati testati sui siti pilota dei paesi partecipanti.
[3] Hertzberger – Lessons for students in architecture, http://prestinenza.it/2014/03/herman-hertzberger-lessons-for-students-in-architecture/, 2014.
[4] Hertzberger – Lessons for students in architecture, http://prestinenza.it/2014/03/herman-hertzberger-lessons-for-students-in-architecture/, 2014.
[5] Christofer Alexander , Sara Ishikawa, Murray Silverstein, A pattern language: towns, buildings, construction; oxford UniversityPress 1977.

