in Il segreto dell’iride -150 anni della manifattura Rubboli
A distanza di 150 dalla nascita dell’opificio Rubboli in Gualdo Tadino, ripercorrere le tappe della vicenda costruttiva dei luoghi che hanno accolto la lavorazione dell’argilla e la decorazione a lustro serve a rinsaldare il legame con la città, rendendo consapevoli e partecipi principalmente i cittadini delle condizioni e delle trasformazioni urbane che la città ha attraversato in quegli anni, soprattutto in relazione alle grandi trasformazioni avvenute tra l’Ottocento e il Novecento. Ne potrebbero giovare anche gli appassionati e i visitatori interessati che potranno così visualizzare e localizzare le attività svolte e comprendere le relazioni tra i contesti fisici e la produzione artistica.
In sostanza, l’attività ceramica, così come praticata nel XIX secolo, quando Paolo Rubboli è giunto a Gualdo Tadino, non era dissimile da quella praticata nel XV secolo. Richiedeva, oltre ai forni per le cotture, spazi per le varie fasi delle lavorazioni dell’argilla: spazi per la modellazione (a tornio o a colombino) e spazi per la smaltatura. In vista poi del terzo fuoco (lustro) era necessario avere anche ambienti idonei alle procedure e alle lavorazioni connesse all’ossido-riduzione. Inevitabilmente, erano necessari spazi all’aperto, utili per il deposito della legna e delle fascine, per il deposito dell’argilla e dei cocci. Senza contare che la presenza dei forni per la cottura del biscotto e per le fasi decorative successive era fonte di fumo e quindi di disagio per il vicinato, più volte teso alla lamentazione.

Dunque, nella storia, chi già praticava l’artigianato fittile o chi intendeva iniziare una attività di questo genere, cercava spazi urbani dotati di orti. Identicamente, in tutte le fasi di trasferimento della popolazione dalle campagne nelle città (fenomeno occorso sia nel XII-XIII secolo ma anche nelle epoche successive fino a giungere al XIX secolo) le attività artigiane dei cocciari e dei fornaciai cercavano spazi urbani con queste caratteristiche, in maniera da poter avere l’abitazione, l’opificio e le fornaci nello stesso luogo.

Vale la pena perciò fare qualche cenno alla morfologia dei nostri centri abitati storici e alle ragioni delle loro tracce topografiche. Tutte le nostre città medievali, nate prevalentemente in zone sommitali o di crinale, disponevano di spazi liberi, risultanti da un lato dalla distribuzione edilizia in conformità con l’orografia del territorio e dall’altro dall’assetto proprietario o da altre vicissitudini costruttive. Va detto che riconosciamo la matrice urbana medievale proprio per la “spontaneità”, che non vuol dire casualità ma che, invece, implica comunque scelte, seppure dettate dalle necessità e dalla conformazione dei luoghi. Vale la pena ricordare che le varie configurazioni, “a inviluppo”, oppure “lineare” o “a tornante”, sono certamente conseguenti alla orografia del terreno.
Gualdo Tadino, come insediamento urbano, nasce nel XIII secolo. In particolare, la città è stata ricostruita nel 1237 intorno all’abbazia di S. Benedetto, sull’attuale Colle Sant’Angelo (il santo dei Longobardi) dominato dalla Rocca Flea, dandosi libere istituzioni comunali sotto la protezione di Federico II, lo “Stupor mundi”.
L’area urbana, soprattutto quella a valle della Rocca in cui fino agli inizi dell’Ottocento i terreni erano riservati a beneficio del maniero, era dotata di molti orti pertinenziali, alcuni destinati a frutteto, altre aree libere, ma tutte con caratteristiche idonee alla produzione ceramica.
La particella 395 acquistata da Paolo Rubboli nel 1883 (particella posta tra via del Tintore, oggi via Paolo Rubboli e via del Forno, già via del Reggiaro e poi via Discepoli) è rappresentata sulla mappa storica del 1851 come orto coltivato; accanto se ne scorgono altre verdi, alcune anche di considerevoli dimensioni, ma tutte già disposte secondo una trama urbana che non si modificherà e che diventerà esattamente l’espansione del tessuto della città, contribuendo ad estendere il rione di San Donato. Tale rione nell’Ottocento ebbe infatti uno sviluppo considerevole, specie in relazione alla linearità della strada principale che confluiva nella piazza principale in direzione est-ovest, sebbene con angolazione diversa rispetto alla via del Corso. A ridosso di via Storelli, inoltre, si vedono ancora oggi le stradine che si incurvano con maestria seguendo le pieghe del colle; tutti gli ampliamenti edilizi e urbani hanno proseguito a tracciare questo schema avvolgente, determinando giri concentrici di case.
La presenza di spazi verdi nei contesti urbani, alcuni dei quali tuttora presenti, ci impone una riflessione sui modelli archetipici del giardino e ci induce a ricercare le radici generatrici, sia laiche che religiose.
Il giardino di Alcinoo sull’isola dei Feaci (Odissea, VII, 112-131), per esempio, ci rimanda a una immagine di produzione continua di frutta, quindi di ricchezza e abbondanza, non meno rigogliosa dei giardini pensili di Babilonia, così belli da essere annoverati tra le sette meraviglie del mondo.
L’Eden biblico, ovvero il paradiso delle delizie, ripercorre la dimensione dell’abbondanza e del benessere, mentre la sacralità, congiunta alla ricchezza, la incontriamo nel giardino di Giuseppe d’Arimatea che offre il suo spazio verde per accogliere il sepolcro di Cristo il quale, in forma di hortulanus, appare poi a Maria Maddalena dopo la resurrezione.


È su queste immagini che si costruisce l’Hortus conclusus, ossia il giardino urbano, piccolo, recintato e produttivo, quale matrice degli orti urbani di tutti i nostri insediamenti medievali, molti dei quali hanno conservato la loro matrice topografica proprio come conseguenza delle relazioni pieni/vuoti, costruito/giardino.
Spingendoci oltre di alcuni secoli, fino all’età pre-industriale, ogni fase di crescita urbana ha avuto come corrispondenza una proporzionata crescita del patrimonio verde e dei campi di prossimità destinati a coltura. Gli orti, infatti, erano piuttosto comuni in tutte le medie e grandi città, non fosse altro che per rispondere alle esigenze dei contadini urbanizzati, legati ancora alla produzione agricola.
Con l’avvento dell’industrializzazione e la conseguente espansione delle città, l’equilibrio ha incominciato a rompersi e i campi coltivati nelle aree urbane e periurbane hanno teso a restringersi. Sono stati i nuovi arrivati dai territori rurali a tentare di contenere lo squilibrio. Proprio gli “Armengärten” in Germania hanno dato sostentamento alle famiglie operaie provate dall’industrializzazione della fine del XIX secolo.
Anche durante la seconda guerra mondiale gli orti urbani hanno dato sollievo ai cittadini, così tanto da prendere la denominazione di “orti di guerra”, la cui ampia diffusione è stata una delle conseguenze della crisi alimentare prodotta dal conflitto in corso. La penuria di generi alimentari, dovuta alla difficoltà di approvvigionamento, unitamente al blocco delle importazioni imposto dal governo, ha reso sempre più grave il problema della fame. Si sono diffuse all’epoca persino pubblicazioni ad opera delle Cattedre Ambulanti di Agricoltura, tese a esortare i cittadini a sacrificare il proprio giardino per lasciare spazio alla coltivazione delle “ortaglie”, in maniera da produrre non solo per se stessi ma anche per contributo alla Patria. Si sono diffusi anche consigli pratici su come organizzare e strutturare un orto, sulle modalità di coltivazione e concimazione e su come conservare o aumentare la produttività. I consigli sono giunti perfino a suggerire quali piante estirpare e quali invece mantenere, oppure a individuare i periodi più adatti per la semina, ma anche a dare indicazioni pratiche, quali per esempio gli accorgimenti necessari a rendere produttivi anche i terreni meno buoni. In sostanza, si proponeva il modello di una coltivazione razionale e non casuale, a partire dall’esposizione al sole fino al tipo di terreno oppure alla scelta dei semi; tutto doveva essere attentamente valutato per ottenere dalla terra il massimo dei frutti.

I fatti ci conducono a oggi, alla nostra epoca, in cui con la locuzione “orti urbani” sfioriamo tematiche di tipo ambientaliste. Tuttavia, per capire il rinnovato interesse per la cura e la coltivazione degli orti nelle medie e nelle grandi città, le varie fasi storiche costituiscono un utile riferimento.
In questa sequenza cronologica, il trasferimento in Umbria di Paolo Rubboli si colloca nella seconda metà dell’Ottocento, dopo l’unità d’Italia, quando le difficili condizioni economiche dei gualdesi (accentuate dall’incremento demografico iniziato nel 1871 e proseguito fino al 1911) avevano generato fenomeni migratori verso i paesi del nord Europa e, in qualche caso, anche verso l’America del sud. L’unità d’Italia, infatti, aveva colto tutti impreparati, perciò anche i gualdesi si sono trovati in serie difficoltà. La loro economia agricola mezzadrile era arretrata e la crescita rurale disordinata, a tal punto che per l’agricoltura si è aperto un periodo di profonda crisi.
Il contesto socio-politico all’arrivo di Paolo Rubboli faceva seguito ad alcuni eventi importanti: nel 1860 la città era stata annessa al Regno d’Italia, «dal giorno in cui il Generale Raffaele Cadorna entra vittorioso, il 14 settembre (…)». Nel 1861 era stato fatto il censimento, a seguito del quale a Gualdo Tadino si rilevavano circa 7.200 abitanti (a fronte degli attuali 15.000 circa). Il censimento successivo del 1871 rilevava già un incremento, per un totale pari a 8246 abitanti, pur all’interno di una condizione socio-economica critica che ha avvolto tutto il XIX secolo, generando un fenomeno emigratorio a cui l’arretratezza dell’agricoltura non è riuscita a far fronte.
Il periodo successivo all’unità nazionale, infatti, è stato caratterizzato da estreme difficoltà, la terra, unica risorsa, era avara e i contadini hanno continuato «ancora per lungo tempo, a sopperire alla carenza di farina di grano con quella di granoturco e con l’aiuto non piccolo della ghianda». Restava in vigore la legge sullo spicileggio «con la quale si vieta la lavorazione delle stoppie non prima di dieci giorni dalla mietitura, per permettere ai poveri di raccogliere le spighe di grano rimaste nei campi mietuti». Ne è testimone il famoso dipinto di Millet “Le spigolatrici”, simbolo della crisi in tutta Europa. Ma a Gualdo Tadino non mancava l’amore verso l’arte, tant’è che si è dato mandato al pittore gualdese Giuseppe Discepoli (Gualdo Tadino 1853-1919) di procedere alla realizzazione del sipario del teatro Talia su cui ha campeggiato la rappresentazione dell’assedio del Castello di Fossato di Vico da parte di Francesco Sforza.
L’unica grande sfida del progresso nella cittadina è stata la realizzazione di un tratto ferroviario che, in qualche modo, l’ha sfiorata. La ferrovia Arezzo-Fossato di Vico è stata aperta nel 1866 (purtroppo bombardata, nel 1944 dichiarata non ricostruibile e quindi velocemente smantellata). Si estendeva per 133,532Km e, dopo aver attraversato Città di Castello, Umbertide e Gubbio, lambiva anche Gualdo Tadino.
Contemporaneamente, nello stesso anno, con il Regio decreto 7 luglio 1866 n. 3036 emanato da Vittorio Emanuele II, è stato tolto il riconoscimento (e di conseguenza la capacità patrimoniale) a “tutti gli Ordini, alle Corporazioni e alle Congregazioni religiose regolari e secolari, ai Conservatori e Ritiri, i quali importino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico”. Questo ha avuto come effetto la disponibilità delle aree libere annesse ai conventi e ai luoghi religiosi dismessi di cui, come vedremo, si giovò anche l’attività ceramica.
La nascita dell’opificio Rubboli, che si attesta intorno al 1873, e la sua attività fino alla morte di Alberto Rubboli nel 1975 si pongono a cavallo di questo periodo in cui gli orti costituiscono più una risorsa per il sostentamento e per le attività artigianali che un ornamento e una delizia.
È in questo contesto che Gualdo Tadino gioca un’altra sfida, quella di tentare la ripresa produttiva della ceramica mediante la realizzazione di mulini e di opifici che sfruttavano i corsi d’acqua e gli spazi liberi interstiziali, tant’è che nel 1879 nella città si producevano 118.000 pezzi di vasellame (cocciari/vasai) con 42 addetti e 140.000 laterizi per l’edilizia (fornaciai), con una occupazione 22 addetti.
Come anticipato, se nel 1871 il censimento registrava 8246 abitanti, mille abitanti in più rispetto alle registrazioni del 1861, questi sono divenuti 10.000 circa nel 1893 (come annotano Daniele Amani e Sergio Ponti, Gualdo Tadino, ieri…, Gualdo Tadino 1988).
I dati più attuali ci riferiscono che al 31 dicembre del 2022 la città contavano 14.456, di cui più della metà donne (7.599), divenuti 14.403 il 30 settembre 2023 (7.560 donne e 6.843 uomini).
Nel 1873, dunque 150 anni fa, all’interno di questo trend di crescita demografica, Paolo Rubboli giungeva a Gualdo Tadino da Fiorenzuola di Focara (PU) e nello stesso anno contattava il Sindaco con l’intento di aprire un opificio ceramico. Paolo, infatti, giungeva a Gualdo Tadino proprio quando una parte dei suoi futuri concittadini emigrava; di contro egli offriva, con la sua iniziativa, una possibile soluzione alla crisi economica e sociale del territorio locale. Ciò è testimoniato dai tanti documenti comunali che riguardano l’apertura della fabbrica Rubboli a Gualdo in cui è spesso sottolineato il beneficio che la città ne avrebbe ricevuto: : (…) il Sindaco nel chiedere la sua approvazione invita il Consiglio ad aderirvi giacchè dalla fabbrica del Ruboli sarà per derivarne vantaggio sensibile alla nostra città, oltre il decoro che ne deriverà per siffatta lavorazione (Cfr ARCHIVIO COMUNALE DI GUALDO TADINO, Atti dal 15 ottobre 1875 al 30 aprile 1876). Nonostante il contesto cittadino non fosse economicamente propizio, come riscontro al progetto propositivo di Paolo, nel 1876 lo raggiungeva Daria Vecchi con cui impostò la nascita e la conduzione dell’opificio.
1° sede – È piuttosto accertato che la prima sede della fabbrica sia stata nel centro della città, presso le aree libere del complesso di san Francesco, requisito e reso proprietà pubblica a seguito proprio del menzionato Regio decreto del 1866 che sopprimeva alcuni ordini. L’hortus conclusus (“giardino recintato”), la forma tipica di orto-giardino medievale, legato soprattutto a monasteri e conventi, era il luogo in cui la Chiesa garantiva organizzazione civile e sociale. Requisito il complesso di san Francesco, l’area scoperta annessa alla chiesa era diventata pubblica. Riferimenti relativi all’uso dei locali sottoposti al complesso sono continui in tutta la corrispondenza intercorsa prima tra Marcello Galli-Dunn e il Comune di Gualdo e poi tra Paolo Rubboli e lo stesso Comune.
Piazza Grande e chiesa di san Francesco (1879),una porzione degli spazi sottoposti all’ex convento di S. Francesco, in particolare gli ambienti posti nei pressi del Soprammuro, dotati di orti pertinenziali. I
2° sede – Gli Annales Minorum dei frati Minori Osservanti riportano che nel 1882 la chiesa di San Francesco è stata riscattata e dopo lavori di ripristino i frati vi sono tornati a officiare il rito. Anche se non vi sono precisazioni in merito al convento e ai locali sottoposti, è noto che nel 1882 il Comune ha chiesto comunque la restituzione dei locali e degli spazi religiosi. Di conseguenza, nel 1883, Rubboli si è spostato a San Nicolò, complesso andato perso e sostituito ora da costruzioni anonime. Vi è traccia del complesso nel portale SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche) in cui è riportato che le opere pie di carità concentrate nel 1861 a Gualdo Tadino erano le seguenti: Orfanotrofio di Sant’Agostino, Ospedale civico di San Lazzaro, Ex Convento di San Nicolò e altre che qui si omettono.


Se diamo uno sguardo alla mappa storica del 1851, essa ci mostra la presenza all’epoca di orti urbani intercalati al costruito, derivanti dalla urbanizzazione del territorio, attuata secondo l’orografia e gli assetti proprietari. Si scorge in più zone della città la presenza di molti orti, in taluni casi anche recintati da muri. Proprio nei pressi di san Nicolò Paolo acquistò una casa con orto ma non la utilizzò mai; si tratta della particella catastale 409, evidentemente utilizzata come garanzia per l’investimento successivo finalizzato alla realizzazione dell’attuale opificio.
3° sede – Sia San Nicolò che la casa non utilizzata erano vicino ai terreni che Paolo acquistò nel 1883 per impiantare la sua fabbrica. Contrassegnata con numero particellare 395 nel Catasto Gregoriano del 1851, quest’area, unitamente alla particella 394 che avrà parecchie vicissitudini, era completamente libera da costruzioni. Entrambe rappresentavano quasi una previsione del consolidamento del tessuto urbano nella direzione della Rocca Flea, sul declivio verso il centro storico della città. La particella 395 occupava una zona appena ai margini del nucleo storicizzato. Il lotto pressoché rettangolare, non dissimile dall’area attuale, si attestava con il lato corto lungo via del Reggiaro, divenuta via del Forno, oggi via Discepoli (dove si aprirà il cancello di accesso alla fabbrica) e con il lato lungo accanto a via del Tintore, oggi via Paolo Rubboli, in discesa verso il centro. Gli altri due lati erano interni, contigui alle particelle 394 a destra e 396 a valle. L’atto notarile d’acquisto del terreno della particella 395 è datato 1886, mentre due anni prima, cioè nel 1884, Paolo si era già spostato in via del Reggiaro. Nello stesso 1886 sposava civilmente Daria Vecchi.
Nella successiva mappa del catasto, denominata “ante 1896”, si scorge l’inserimento del costruito nella particella n.395 fino al filo del muro perimetrale dell’orto sovrapposto. Il corpo di fabbrica realizzato corrisponde a tre ambienti a piano terra, probabilmente sormontati da altrettanti vani al primo piano. Si scorge la graffatura dell’area della corte, segno di appartenenza alla menzionata particella 395, e come il terreno contiguo posto a valle (particella 396 e particella 394) siano ancora libere da costruzioni. I pieni e i vuoti della città sono ben evidenti, infatti gli orti urbani sono molto ben definiti tramite la cura cromatica e la grafica “a rigatura” con cui sono stati indicati.
A questa mappa non si riesce ad attribuire una data certa ma è possibile fare ragionamenti confrontandola con gli aggiornamenti successivi datati 1896; l’assenza qui di taluni edifici, presenti invece negli aggiornamenti, ne antepone la rilevazione e la rappresentazione grafica collocandola quindi nell’arco temporale compreso tra il 1851 e il 1896.
Non è documentato quale parte della costruzione in via del Reggiaro esistesse già prima dell’acquisto del terreno da parte dei Rubboli, mentre è documentato negli atti del 1883 l’acquisto del solo terreno relativo alla particella 395, senza che vi sia menzione di una qualche parte edificata. Ciò porterebbe a concludere che la costruzione della residenza-opificio sia stata iniziata da Paolo Rubboli, anche in considerazione del fatto che, come risulta, nel 1884 Paolo Rubboli si spostò in via del Reggiaro con tutta la famiglia per abitarvi e per impiantare definitivamente la manifattura, segno che aveva certamente eseguito lavori di natura edilizia di nuova costruzione come poi si riscon
tra nel documento di cancellazione dell’ipoteca. Conseguentemente, la mappa non datata (precedente all’anno 1886) in cui è riportato l’ingombro planimetrico di tre locali (due ad uso abitativo e il terzo contenente il forno) potrebbe riferirsi proprio all’arco temporale compreso tra il 1883 e il 1886.
La presenza dell’edificio residenziale e artigianale è citata in documenti nell’anno 1892 quando viene estinta l’ipoteca sull’intera costruzione; in tale atto è riportato: […] cancellata l’ipoteca sopra una casa di nuova costruzione posta in Gualdo Tadino ove esiste la fabbrica di ceramica […], a testimonianza del fatto che si trattava proprio di un edificio nuovoi. cfr ARCHIVIO COMUNALE DI GUALDO TADINO, Atti del notaio Guerrieri, anni 1887-1892 n. 1716.
I primi decenni del ‘900 segnalano una attività edilizia considerevole, tanto che le aree ancora libere e gli orti residuali in via del Reggiaro vengono riempiti di costruzioni, così come si rileva dagli aggiornamenti catastali del 1912. E’ tuttavia di difficile determinazione la data in cui è stato realizzato l’ampliamento del quarto vano della fabbrica Rubboli, dei locali annessi e del completamento degli altri quattro forni a muffola ma, visto l’andamento della produzione, si può datare questa attività edilizia intorno agli anni ’20, in concomitanza con la formazione della Società Cooperativa Umbra e della nuova aumentata produttività.
*Aggiornamenti catastali del 1912, presso ASP – Le mappe catastali riportano una attività edilizia considerevole; gli aggiornamenti del 1912 vedono molti orti prossimi alla manifattura Rubboli occupati da edifici.
L’ingombro planimetrico visibile nella pianta catastale redatta nel 1940 ,ma riferibile a rilevazioni degli anni ’30, non è rappresentativo della situazione distributiva della fabbrica originaria perché riporta ormai l’intera fabbrica al completo, così come è oggi, salvo qualche piccolo dettaglio relativo agli annessi che, attualmente, si presentano tutti come ambienti completamente chiusi sebbene all’epoca fossero in parte tettoie a uso di deposito della ginestra per le muffole.
Tuttavia, facendo riferimento alle piante disponibili, è possibile ricostruire le varie fasi edilizie
Originariamente, il nucleo residenziale era al capotesta dell’opificio, sul prospetto rivolto verso la strada pubblica; ne è testimonianza il portale d’ingresso dalle caratteristiche tipiche dell’accesso residenziale. L’abitazione era costituita dai due vani contigui al piano terra (al n.1 il tinello e al n.2 la cucina) il cui accesso era direttamente dal menzionato portale ad arco prospiciente via Discepoli. Con funzione residenziale, seguivano due stanze al piano alto con destinazione a camere da letto. I due livelli erano collegati mediante una scala interna, in posizione mediana tra i due vani. La camera a sinistra (n.4) era usata da Paolo e Daria (proprio dove egli morì nel 1890) e la camera a destra (n.5), ulteriormente divisa in due stanze da letto, era usata dai figli Lorenzo e Alberto. La parte di Alberto e Teresina Rubboli (sposati nel 1919) dava verso via del Tintore, mentre quella di Lorenzo e Michela Rubboli (sposati nel 1907) dava verso la corte.
La fabbrica, invece, originariamente disponeva a piano terra della sala dotata di due arconi, destinata alla smaltatura in bianco e blu, con annessa la fornace a camere sovrapposte, mentre al primo piano disponeva della sovrastante sala per la lavorazione del biscotto, contigua alle camere e attraversata dalla camera da fuoco superiore. La corte ha sempre avuto un ruolo fondamentale nell’uso e nelle funzioni, costituendo per la residenza e per l’impianto produttivo il luogo e il percorso di collegamento funzionale, oltre ad avere anche la funzione di deposito, di passaggio e punto di visuale panoramica verso una parte del territorio gualdese. È qui che sono state realizzate le muffole, in un’area della corte di poco sollevata rispetto alla quota del blocco principale.
L’ampliamento, consistente nella realizzazione di un corpo di fabbrica a due piani, da un lato contiguo a quello esistente e dall’altro contiguo alle muffole, si può datare probabilmente intorno agli anni ’30, in concomitanza con la formazione della Società Cooperativa Umbra e della nuova aumentata produttività. Fa seguito una ri-organizzazione dell’opificio eseguita ai tempi dei fratelli Lorenzo e Alberto Rubboli (Piante del 1940, UTE Catasto Urbano).
È stata realizzata la cosiddetta Sala della “Smaltatura” dove restano tuttora le vasche adoperate per smaltare ad immersione la ceramica. Questa sala si pone proprio come tassello di collegamento tra le muffole e il corpo principale e, nascosto tra le successive superfetazioni conseguenti ai frazionamenti delle proprietà tra gli eredi, si può ipotizzare vi sia stato un passaggio interno verso i forni del terzo fuoco, come testimoniato anche dalla presenza di una nicchia nella parete di fondo.
La mappa catastale urbana del resa grafica nel 1953, quando la SCU era ormai chiusa, due anni dopo la scomparsa di Daria, riporta tutto l’impianto consolidato dell’opificio secondo le rilevazioni riferite al 1931, con nuova denominazione particellare (particella 236 e particella 235), inclusi gli spazi e le tettoie accessorie alla produzione (particella 241 e particelle 140 e 247), segno che a quella data l’opificio aveva già raggiunto il massimo della sua espansione edilizia.
Quegli orti, apparentemente interstiziali e residuali, hanno dato vita a un a splendida produzione ceramica che, con il suo lustro, rappresenta una tradizione artistica che ha saputo superare le prove del tempo. Lo testimoniano altresì le muffole, realizzate seguendo i disegni di Piccolpasso, recentemente restaurate e tuttora in uso. Una tradizione che, sconfiggendo le ingiurie del tempo, ci ripropone, ora si, un giardino della bellezza e dell’abbondanza di cui Maurizio si prende cura ormai da anni, una piccola meraviglia nel cuore di Gualdo Tadino che, con i suoi colori e le sue fragranze, evoca il giardino di Givergny.




