Spazio pubblico, beni comuni, decoro

Maria Carmela Frate, Centro Studi Sisto Mastrodicasa

Ogni città è città se tutti gli spazi che la compongono contribuiscono a costruire quella immagine d’insieme che resta nelle nostre percezioni. Come dire che le aree centrali di Perugia e le aree periferiche sono parti imprescindibili dello stesso organismo e contribuiscono a costruire il sistema urbano e le dinamiche che lo governano, restituendoci la sua dimensione estetica e funzionale di urbs e di civitas. Non esiste periferia senza centro; viceversa, le aree più centrali trovano il loro compimento quando si intersecano con quelle periferiche.

In tali contesti, gli spazi pubblici costituiscono il tessuto connettivo urbano le cui qualità contribuiscono a definire l’immagine che si struttura nella nostra memoria. Configurato da vuoti e da pieni, lo spazio pubblico è delimitato da facciate di edifici o da fronti di giardini che molto spesso sono privati, pur prospicienti gli spazi pubblici; viceversa, piazze, slarghi e strade pubbliche sono molto spesso contermini a spazi privati. In definitiva, indipendentemente dall’assetto proprietario, diventa pubblico tutto ciò che è esposto alla vista della collettività: se si presenta sciatto, si struttura nella nostra percezione come luogo privo di decoro.

Nello specifico, se per Vitruvio il decor era l’aspetto dell’opera libera da difetti, composta da elementi il cui valore è da tutti riconosciuto, analogamente per noi il decoro urbano definisce la bellezza e la dignità dello spazio che ci circonda, soprattutto nelle sue parti pubbliche di uso collettivo che costituiscono quel bene comune considerato da Stefano Rodotà come insieme di  “cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona”.

Questo sta a indicare che gli aspetti qualitativi sono il risultato della gestione congiunta degli spazi pubblici e di quelli privati. In questo senso, il decoro urbano, ossia la qualificazione dell’habitat quale bene primario della comunità locale, esprime sia una qualità esteriore che una qualità morale, dunque una qualità sociale corrispondente alla responsabilità civile del cittadino e dell’amministrazione pubblica nei confronti della collettività, costruendo così quel sistema organico che i greci chiamavano polis.

Inevitabilmente, condividere risorse e utilizzo – sia come cittadini che come amministratori – ci deve indurre alla cura dei beni comuni, impiegando tempo, competenze ed esperienze, dando per assunto che, quando ci prendiamo cura degli spazi collettivi, contribuiamo a costruire (o a ri-costruire) la nostra comunità, e con essa i legami, sviluppando senso di appartenenza e integrazione.

In tema di qualità e di lettura dello spazio, se da un lato esistono parametri oggettivi (e tra questi rientra certamente il decoro), dall’altro ciò che spesso è variabile è la nostra capacità di riconoscere e percepire tali caratteristiche, capacità che dipendono anche da quanto sia sviluppata la nostra “conoscenza e cultura dello spazio” e dai codici di lettura che possediamo. Più evoluta è la conoscenza, più sviluppati sono i codici che possediamo; conseguentemente, la lettura e l’interpretazione dello spazio che ci circonda diventano più accurate. Se vi è mancanza, è utile colmare la lacuna con la conoscenza, estendendo l’operazione il più possibile alla collettività.

È proprio con riferimento a questo aspetto che, in sintonia con la Convenzione Faro ratificata in Italia nel 2005, mi sembra utile proporre e condurre attività capaci di stimolare i cittadini alla conoscenza e alla consapevolezza del patrimonio territoriale (sia esso storico che recente/contemporaneo) perché, in quanto bene comune, è fonte identitaria che ci accoglie nella sua dimensione, nella stessa misura in cui noi stessi lo accogliamo e lo includiamo nel nostro sistema percettivo.

Ponendo come obiettivo quello di compiere azioni finalizzate, oltre che alla conoscenza, anche al miglioramento della capacità di percezione dello spazio, ritengo importante non solo dare attenzione alla identità storica consolidata del nostro territorio ma anche contribuire alla costruzione di una conoscenza dello spazio più recente e contemporaneo, proponendo durante le visite quelle chiavi di lettura del Moderno che consentono di estendere i canoni del passato a quelle forme di espressione più contemporanee che, avendo attraversato il Movimento Moderno, si pongono in maniera più dirompente e di non immediato apprezzamento.

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