Gli altopiani di Colfiorito: un’oasi dell’Appennino umbro-marchigiano da ammirare, da amare , da salvaguardare

COLFIORITO 19 SETTEMBRE 2009, relazione al seminario

Paesaggi montani e paesaggi urbani  = Paesaggio

Maria Carmela Frate architetto

Ricordo che nei percorsi scolastici spesso veniva assegnato come tema la rappresentazione grafica di un paesaggio. Per automatismo l’immagine che si presentava agli occhi era una montagna o una collina, il fiume, gli alberi, le case.  Queste ultime sottoforma di agglomerato quale un paese o un villaggio. Qualche volta la memoria introduceva la malinconica solitudine di un palo con i cavi elettrici ad attualizzare la scena. Il tutto in una dimensione tra il romantico e l’ovattato, piuttosto immobile, a volte assonnato a volte ridente. Difficilmente associavo il paesaggio alla rappresentazione della città, ancora meno alla rappresentazione dell’interno di una città, con le sue strade i suoi edifici, le sue piazze. Devo dire che successivamente, quando ho conosciuto le sue opere, il pittore inglese Turner mi ha offerto un punto di vista diverso: anche le sue fabbriche, i suoi treni, la sua modernità avevano un qualcosa di romantico che mi affascinava. Probabilmente lo era più nella rappresentazione che nella realtà ma lo stimolo ad apprezzare la forma, il disegno, la geometria nell’aria di una ciminiera è stato molto forte, mi risvegliava la memoria che introduceva nei miei disegni il palo elettrico come elemento suggestivo di contemporaneità.

Prima una riflessione, forse scontata. In Italia, in Francia e forse in buona parte dei paesi mediterranei, storicamente la tutela del paesaggio ha avuto il significato di tutela delle emergenze, prevalentemente monumentali, in cui ha predominato l’aspetto culturale e quindi dell’intervento dell’uomo. Nei paesi nord-europei, specie in Germania e in Inghilterra, si è avuto una prevalenza dell’aspetto naturalistico. Una specie di antagonismo tra cultura e natura, basato su modelli culturali storici diversi. Oggi è ormai consolidato che questi due approcci si devono integrare: ogni elemento costitutivo dei luoghi (un terrazzamento, un fosso, un canale, un filare, una siepe, una zona umida) possono essere letti singolarmente (per esempio solo dal punto di vista ecologico ambientale, oppure solo dal punto di vista produttivo). Meglio è, invece, leggerli dal punto di vista paesaggistico che ingloba e considera tutti gli aspetti e le connotazioni.

È paesaggio, perciò, tutto ciò che a noi si mostra, con la sua variegatezza di forma, di colori, di consistenza, di memoria e di caratteristiche. In Umbria è paesaggio la montagna, il lago, la collina, i campi, il fiume, la palude; è paesaggio  l’agglomerato urbano nelle sue varie dimensioni, la città vista dall’esterno, con la sua morfologia  che entra in relazione con l’intorno. È paesaggio anche la vista dall’interno della città stessa, come lo è la scena di un bosco fatta dall’interno del bosco stesso.

È evidente che tutto ciò che ci circonda ha valori qualitativi variabili: non tutto può avere caratteristiche di straordinarietà e di emergenza particolare, allo stesso modo in cui in una città non tutte le costruzioni hanno valori di straordinarietà estetica. Esistono porzioni di città che hanno una loro coerenza formale e compositiva proprio nella semplicità e sobrietà della forma, nel valore storico e antropologico che alcune costruzioni posseggono perché legato ad un momento particolare dell’evoluzione del luogo (penso per esempio alle residenze operaie lungo il Menotre). Allo stesso modo porzioni di territorio possono essere ripetitive o modulari e costituire semplicemente ambiti agrari o silvo-pastorali che rappresentano il tessuto generale su cui si innestano le emergenze e le eccellenze. In ogni caso non esistono parti belle del territorio che meritano una maggiore attenzione e protezione rispetto ad altre meno belle che possono anche essere trascurate.

Il punto più problematico da conoscere e valutare, tuttavia,  mi sembra che sia sempre quella parte di territorio con caratteristiche di transizione, con quelle sfrangiature tra una identità e l’altra, le frange perimetrali del  costruito e del non costruito. Quei luoghi di cui non si conosce bene la storia, né la possibilità evolutiva, dove forse si sono concentrate  le scorie dell’assenza di una vera e propria capacità progettuale del paesaggio. Capita infatti  molto spesso che un’opera di buona architettura in sé si inserisca all’interno di un contesto estraneo e  non identificabile o che un percorso naturalistico ben fatto abbia come contraltare un sottofondo improprio e disordinato.  

E’ evidente che la cultura della pianificazione (sia urbanistica che paesisitica) da sola non può ottenere risultati, non li ha ottenuti già nel passato: molte aree, anche se regolamentate,  sono andate via via degradandosi. L’esito generale, tuttora visibile, ha determinato quella incoerenza fatta forse di eccessi vincolistici troppo localizzati intercalati a zone di disordine. Hanno giocato certamente fattori evolutivi veloci, esplosioni di costruito concentrato, costruito diffuso generalizzato, aree non governate perché non prese nella giusta considerazione. Cos’è che non ha funzionato, allora? Perché talvolta ci capita di  trovare  interventi nel territorio assolutamente coerenti con la pianificazione di area vasta, coerenti – nei vari passaggi amministrativi – rispetto alle norme di piano e alle norme edilizie e che invece costituiscono un elemento alterativo se non degradante dell’area in esame?  Una approfondita riflessione è necessaria sulla  zonizzazione perchè ha  penalizzato le città, il territorio e l’architettura. Le conseguenze possono riassumersi in una perdita di coerenza del territorio e delle sue componenti.

Un punto focale è che il paesaggio è il frutto della relazione tra l’uomo e l’ambiente; è l’esito delle tracce che l’uomo ha lasciato e lascia, siano esse architetture, città, coltivazioni, attività produttive per il sostentamento, gesti e memorie. Non negando i valori eccezionali di zone privilegiate, occorre prestare la giusta attenzione a tutti i caratteri peculiari di ogni paesaggio, in quanto identità di ogni singola comunità. Tutela del paesaggio diffuso, quindi, la quale passa necessariamente anche attraverso il coinvolgimento della collettività, proprio perché il paesaggio stesso è frutto dell’azione collettiva diffusa, oltre che delle generazioni che ci hanno preceduto. Tutela che deve avvenire mediante la manutenzione e l’uso diffuso.

Allora è importante che impariamo ad acquisire profondamente – come maniera di agire – una logica generale di conoscenza e di apprezzamento di quello che ci circonda, sia di ciò che è materiale che di ciò che è immateriale. Sono  certamente una base fondamentale il saper  riconoscere le relazioni esistenti tra le varie parti e i vari componenti, tra il tangibile e i comportamenti, tra i valori culturali di una comunità e i bisogni; e poi il saperli governare in un processo coerente. L’approccio  deve perciò diventare integrato, per sistemi e non per sommatorie. Anche disgiungere il costruito dal non costruito non ha più alcun senso, il tutto deve essere pensato secondo una continuità spaziale e temporale, seguendo una idea generale di paesaggio chiara e condivisa che sappia declinare i valori della montagna con quelli urbani e con quelli agrari superando i limiti di un approccio basato sull’antitesi costruito/non costruito, ambiente urbano/ambiente rurale o montano.

La montagna, in particolare, possiede caratteristiche di visibilità legate innanzitutto all’orografia e forse è il tipo di paesaggio più vicino all’idea di paesaggio che abbiamo nella memoria. Questo  suo carattere di estrema visibilità – perché è in posizione apicale – lo rende particolarmente sensibile. Nel  piccolo territorio umbro è declinato secondo caratteristiche individue: la montagna di Colfiorito non è quella di Gualdo Tadino. Tali specificità derivano non solo da fattori oggettivi naturali (dimensione dei rilievi, tipo di vegetazione originario, tipo di roccia, orientamento) ma anche da fattori umani storici, spesso irreversibili o comunque stratificati e acquisiti, che hanno determinato una certa configurazione e un certo carattere identitario: per esempio le modalità di effettuare il taglio dei boschi, la maniera di tenere il pascolo, la tipologia costruttiva del rifugio o dell’abitazione individua, l’integrazione di specie vegetazionali, la viabilità rurale o montana, il tipo di muri a secco, le infrastrutture viarie recenti, gli insediamenti abitati nella declinazione isolata, agglomerata o  urbana.  A ciò si aggiunge quanto nell’ultimo ventennio può aver inciso l’effetto sisma con i sui interventi straordinari di emergenza e di ricostruzione. Il  paesaggio di questi luoghi si configura così come un dialogare tra quello montano e quello urbano.

Una corretta e completa valutazione di tutti questi fattori non può essere però disgiunta dall’approfondimento delle percezioni che storicamente si sono definite e stratificate e che costituiscono una dimensione della memoria. Occorre perciò un corretto rapporto tra le varie culture afferenti alle tematiche del paesaggio: storia e identità dei luoghi, caratteristiche demoantropologiche, ambiente sociale e ambiente fisico, paesaggio, morfologia, economia. Particolare attenzione andrebbe data alla storia sociale e delle relazioni tra i cittadini ed i luoghi.

Altresì è fondamentale l’approfondimento delle pressioni socio-economiche che insistono non solo nell’ambito montano ma anche nei suoi dintorni. E questa è la parte più complessa della conoscenza perché è quella che con tanta difficoltà si riesce a oggettivizzare e che perciò merita evidentemente un tipo di conoscenza più percettivo e meno scientifico: una specie di terza dimensione della conoscenza e del pensiero. Come dire che analizzare, raccogliere dati, cartografare ogni cosa fino ad avere una conoscenza minuziosissima delle componenti materiali è sicuramente importante ma non è sufficiente;  è l’immateriale la cosa più difficile da riconoscere.

Conclusivamente: al tradizionale sistema italiano basato sui vincoli vanno integrati nuovi strumenti di governo delle trasformazioni. Da vincoli diretti, piani e norme a programmi, direttive, strumenti di orientamento al fine di perseguire l’obiettivo non solo di “bei paesaggi” ma quello di un “buon governo del paesaggio” e poiché il paesaggio è dinamico, è necessaria non solo la tutela dell’esistente, intesa  anche come programma di recupero e restauro, ma programma e progetto del nuovo.

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