- Caratteri figurativi dell’additività: il parassitismo architettonico
È di estremo interesse intraprendere la lettura figurativa ed estetico-formale degli interventi che comportano addizioni sulle architetture esistenti effettuate come micro-architetture puntali oppure come interventi profondamente trasformativi che si inseriscono e interagiscono con il corpus principale esistente. Il riferimento va a quegli interventi additivi che vengono comunemente denominati “architettura parassitaria” perchè, emulando quanto accade in natura, ricalcano il concetto di “stratificazione” ottenuta attraverso l’immissione di nuovi corpi architettonici in edifici e strutture urbane preesistenti ma da queste dipendenti. Una serie di casi qui esaminati possono essere inclusi, in parte o per intero, all’interno di queste operazioni.
In natura, il parassita[1] è un organismo animale o vegetale che vive sopra o dentro a un altro organismo di specie diversa e da questo trae i mezzi per la propria sussistenza; non si limita a nutrirsi a spese dell’ospite ma utilizza quest’ultimo come nicchia ecologica e gli affida il compito della regolazione dei rapporti di entrambi con l’ambiente esterno. Si distinguono “parassiti obbligati” e “parassiti facoltativi”, a seconda del grado di dipendenza dall’ospite; mentre gli ospiti possono essere permanenti o temporanei, in relazione alla mobilità del parassita stesso.
Similmente alla biologia, in architettura si definisce “ospite” l’edificio o il contesto esistente e “organismo parassitario” ciò che viene inserito nel/sull’ospite e che a questo è legato da uno stato di necessità, per esempio il suolo, gli impianti, i segni e il significato. Il corpo parassita è quindi un organismo che entra in contatto con un preesistente corpo architettonico secondo tre modalità fondamentali:
- se si innesta all’esterno è un ectoparassita e in sostanza si comporta come le pulci; si considerano tali quegli interventi quali le sopraelevazioni tipo rooftop, roofroom e loft cube, o le aggiunte puntuali “a zaino” che sono totalmente autonomi dal punto di vista tecnico ma dipendenti dal punto di vista spaziale; si citano il Didden village, Las Palmas Parasite, La Bolla al Lingotto.
- se s’inserisce all’interno è un endoparassita, ossia si comporta come i protozoi; si possono considerare tali quei progetti che conservano la scatola muraria originaria facendo in modo che l’ospite sia un guscio protettivo che custodisce all’interno il “corpo molle”, totalmente dipendente da lui. In questo caso, l’endoparassita occupa tutto l’interno o solo una piccola parte; si riporta l’esempio del Machmit! Museum a Berlino, oppure la citata clinica veterinaria Chv in Portogallo realizzata all’interno di un vecchio magazzino industriale su progetto di Demm arquitectura.
- in alternativa, il parassitoide trasforma radicalmente l’ospite attraverso un processo di sovrascrittura che tende ad annullare l’edificio originario attribuendogli connotati completamente differenti. In architettura si tratta di interventi che riscrivono le regole generando un sistema nuovo spaziale e tecnologico come è avvenuto per esempio negli interventi presso Leinfelde, Stadtvillen, blocco 07, Spittelau Viaducts a Vienna e buona parte dei casi studio esaminati.
Il parassita risulta quindi legato al suo ospite da uno stato di necessità, pur essendo da esso nettamente distinto dal punto di vista estetico, materico o tecnologico. Condividendo o sottraendo energia all’ospite, si mantiene in vita, funzionando con una relazione passiva e/o autonoma rispetto all’organismo ospitante. «Un parassita è un’aggiunta discontinua, incoerente e di natura diversa, parzialmente o totalmente dipendente, dalla costruzione sulla o con la quale si lega»[2] (Giardiello 2010). Sebbene la pratica parassitaria appartenga alla storia, si pensi per esempio alla colonizzazione del ponte Vecchio a Firenze da parte delle botteghe, recentemente è diventata oggetto di nuovi studi e ricerche. Sul tema, si riporta una sintesi interpretativa di Sara Marini in un suo scritto: «Il termine “parassita” viene utilizzato in una serie di ricerche culturali, progettuali e artistiche dagli anni ’80 a oggi. Il testo Le parasite di Serres, edito nel 1980, è all’origine, per esempio, dell’opera omonima di Diller e Scofidio esposta al Museum of Modern Art di New York nel 1989. […] Il termine parassita, non semplice vocabolo ma “area semantica”, “insieme fluido” secondo Serres, entra nel dizionario architettonico a chiedere una riflessione urgente sul modello urbano e sul senso del progetto: non più incremento incondizionato dello spazio ma sua ottimizzazione, attraverso una proiezione per un futuro imminente. L’architettura declina legami parassitari con corpi ospiti esistenti per densificare la città, per tradurre spazialmente richieste che emergono da storie ordinarie utilizzando ‘quello che c’è’ e che in breve tempo ha già assunto i connotati dell’abbandono. L’architettura parassita è il riflesso di un ripensamento del valore dei territori e della necessità che la città cresca su se stessa e non più oltre. […] La stratificazione parassitaria viene applica in differenti progetti come amplificatore della mixitè urbana, sovrastruttura per riattivare oggetti architettonici e sistemi urbani senza inseguire la firmitas vitruviana e la perennità ma cercando di istituire un rapporto più dialettico e articolato tra il costruito ed il tempo»[3] (Marini 2009).
Superando l’accezione negativa del termine, i parassiti architettonici possono apparire inizialmente disturbanti e dissonanti rispetto al contesto urbano ma, attraverso una lettura più approfondita, è possibile individuare una nuova connotazione dell’esistente, un nuovo modello di crescita urbana, alternativo sia alla demolizione che al consumo del suolo. Gli studi gli attribuiscono anche il ruolo di “azione interstiziale”, laddove riesce ad agire su quegli spazi intermedi e liminali (pubblico/privato, pubblico/pubblico, privato/privato) e come possibilità di ripensamento di spazi pubblici che subiscono continue privatizzazioni, introducendo non solo volumi ma anche funzioni utili e di supporto al contesto. In questo senso l’organismo parassita a suo modo è una forma di riappropriazione dell’esistente. Attraverso questa strategia, l’esistente può riacquistare un senso e un significato nuovo, contribuendo a potenziare di segni la città. Essi ci mostrano come il rapporto di dipendenza che si innesca tra i due corpi non solo non è dannoso ma, attraverso l’azione rivitalizzante dell’inserimento nuovo, riesce a dare un nuovo senso e un nuovo valore all’esistente, spesso privo di vitalità; in sostanza, l’ospite e il parassita si potenziano vicendevolmente.
- Endoparassiti e parassitoidi: le trasformazioni radicali
La pratica “endoparassitaria” è utilizzata prevalentemente in quelle architetture in cui la conservazione dell’involucro, spesso per ragioni storico-culturali, è un obiettivo prevalente; la pratica “parassitoide”, ponendo l’esistente in una dimensione di vocazione alla trasformazione e di necessità di sovrascrittura, percorre le possibilità di metamorfosi che, in relazione agli obiettivi da raggiungere, l’edificio offre. Rientrano in queste categorie buona parte dei casi studio esaminati. Essi si manifestano prevalentemente come interventi “parassitoidi” proprio perché la trasformazione si configura radicale e l’organismo originario risulta profondamente modificato: le più recenti sperimentazioni consistono in forme di ampliamento volumetrico che assumono una configurazione forte, fagocitante l’esistente, quasi a evidenziare che la loro esistenza è generata dalla necessità di avere nuovi spazi e nuovi servizi all’interno del contesto urbano. Allo stesso tempo si integrano nel tessuto edilizio e che si pongono come elemento di ricucitura con il resto della città e come possibilità di completare il residuo interstiziale. Sul piano estetico-formale, si possono inserire coerentemente con i caratteri formali del manufatto e del contesto esistenti o in dissonanza con essi, facendo uso, per le addizioni, di scelte cromatiche, materiche, geometriche e tecnologiche dominanti. In questa logica, nella relazione tra ospite e parassita prevale la dimensione “tettonica” piuttosto che quella “architettonica” e il risultato è un processo di densificazione mutualistica in cui il vecchio e il nuovo traggono vantaggio l’uno dall’altro. In questa dimensione di reciprocità, la biologia ci suggerisce che la locuzione specifica è “saprofita”, come il paguro a corpo molle che vive nella conchiglia vuota.
- Ectoparassiti: le microarchitetture puntuali
Nella sua dimensione “ectoparassitaria”, questa pratica fornisce micro-strategie e spunti progettuali, in particolare in relazione al riuso di edifici esistenti connesso all’inserimento di nuovi corpi. In questo senso possiede carattere di sperimentalismo che la avvicinano più all’arte che all’architettura; il riferimento va all’artista messicano Hector Zamora, alla sua filosofia e alle sue opere.
Dopo Le parasite di Serres, nel 2001, Korteknie e Stuhlmacher hanno realizzato il prototipo “Las Palmas parasite” che ha occupato temporaneamente il tetto di un magazzino industriale in disuso, denominato appunto Las Palmas, collocato nella zona portuale di Rotterdam. La struttura doveva restare in vita 6 mesi, mente è rimasta in loco per cinque anni, dapprima come residenza, in seguito come atelier. Il progetto si è relazionato all’esistente sfruttandone suolo e impianti, ma dichiarando la propria indipendenza funzionale e strutturale. All’architettura in ferro e vetro del magazzino in disuso, si è contrapposta una struttura interamente in legno. All’interno di questa architettura i due progettisti olandesi hanno allestito la mostra “Parasites. The city of small things”. Il tema dell’esposizione è stato raccontato attraverso l’acronimo P.A.R.A.S.I.T.E. (Prototypes for Advanced Ready-made Amphibious Small scale Individual Temporary Ecological Houses).
Rotterdam: Parasite Las Palmas, Korteknie e Stuhlmacher (foto Anne-Bousema); effetto figurativo: “contaminazione”
http://www.convertiblecity.de/projekte_en.html, http://inhabitat.com/
«Nel 2003 a Leidsche Rijn, espansione residenziale presso Utrecht, ha avuto luogo la mostra “Parasite Paradise”, inserita in una serie di esercizi nel campo dell’arte, dell’architettura e dell’urban planning sul territorio; il termine “parasite” qui viene adottato con il sottotitolo Manifesto for Temporary Architecture and Flexible Urbanism. L’evento ha visto la partecipazione di architetti e artisti internazionali tra i quali Vito Acconci con Mobile Linear City, che apre un ciclo di progetti dedicati al tema “parasite-virus”. La mostra è documentata nel testo Parasite paradise (a cura di J. Allen, H. Ibelings, O. Koekebakker, Nai Publishers) dove, in una retrospettiva sull’architettura mobile, viene presentata tra le altre l’opera paraSITE di Michael Rakowitz, abitazione trasportabile per homeless, riflessione sul diritto all’abitare. Nel 2004 a Hoogvliet, sempre in Olanda, viene realizzato il progetto School parasite: attraverso la costruzione di tre architetture temporanee una scuola viene implementata dei necessari servizi. Il termine, ancora, viene utilizzato nella denominazione di alcune strutture espositive: il P.A.R.A.S.I.T.E. Museum of Contemporary Art di Lubiana e il Para/Site Art Space di Hong Kong, e testimonia il tipo di rapporto che queste organizzazioni e i relativi spazi intrattengono con la città»[4] (Marini 2009).
I casi precedenti si riferiscono a una dimensione temporanea del fenomeno parassitario ma già nel 2006, alla Biennale di Architettura di Venezia, il padiglione tedesco presenta Convertible City, portando in mostra il dibattito architettonico prodotto in Germania dai provvedimenti legati alla limitazione delle costruzioni ex-novo con progetti incentrati sul riutilizzo dell’esistente come
Kühn Malvezzi – Berlin, Festivalzentrum Theaterformen; effetto figurativo: “provvisorietà”
http://www.convertiblecity.de/projekte_en.html
Architects: b&k+brandlhuber&co + marc frohn – Arno Brandlhuber, Markus Emde, Martin Kraushaar – Köln, Over the Top Ort, effetto figurativo “ibridazione” http://www.convertiblecity.de/projekte_en.html
Rucksack house a Lipsia, Stefan Eberstadt, (foto Claus Bach); Podere Caselunghe, Siena, arch. Augusto Mazzini
Effetto figurativo: “a zaino”, http://www.convertiblecity.de/projekte_en.html
Steven Holl Architects, Sail Hybrid, Knokke-Heist Belgium; MVRDV, Didden Village, Rotterdam
Effetto figurativo: “ibridazione”, http://www.convertiblecity.de/projekte_en.html
Stratificazione a secco
Odile Decq, Ampliamento Macro,Roma, Italia_2004-2010, http://news-art.it/news/il-macro-di-odile-decq–ragionando-di-musei.htm ;
Residenze ATC Vercelli, Derossi associati 2005, https://divisare.com/projects/203201-derossi-associati-anna-licata-andrea-bogani-residenze-atc-vercelli
Hector Zamora, intervento di riqualificazione del museo Carrillo Gil, Paracaidista, Città del Messico;
effetto figurativo: spazi microgravitazionali (foto Fernando Medellín in Divisare)
Rooftop Remodeling Falkestrasse , Coop Himmelb(l)au, http://www.coop-himmelblau.at/architecture/projects/rooftop-remodeling-falkestrasse
Studio Albori, Biennale di Venezia 2008; Ecomostro Addomesticato
risposta al problema[5]. Gli interventi parassitari tedeschi esposti in biennale hanno connotazioni meno provvisorie; in proposito, il padiglione francese subisce «una vera e propria occupazione da parte dei progettisti che, nel manifesto denominato “L’occupazione di un palazzo” viene esplicitato come atto di richiesta di una distribuzione equa dello spazio nella città»[6]. (Marini 2010).
Le addizioni parassitarie rooftop, geometricamente indipendenti dalla preesistenza, sono posizionate come parassiti sulle coperture, adattabili in diversi contesti urbani. Con riferimento alle soluzioni affini al Didden Village (i cosiddetti loft cube e rooftop room), «L’intervento in copertura viene incontro anche alla domanda di sostenibilità delle città, non solo perchè rappresenta la collocazione ideale di impianti per la produzione di elettricità e calore o per l’insieme dei vantaggi che derivano dalla trasformazione di lastrici solari in giardini pensili, ma anche per nuove forme di concessione della proprietà privata, che alludono, ad esempio, allo scambio di suolo edificabile in copertura, in cambio di un inter- vento di riqualificazione energetica dell’intero edificio sottostante»[7] (Daglio 2012).
Ciò sta proprio a indicare che, presupponendo una normativa che consente tali ampliamenti volumetrici, nei contesti di residenzialità pubblica la realizzazione di questi nuovi volumi diventa un’operazione che deve essere promossa da chi ha in custodia l’edificio preesistente, siano essi enti gestori di residenzialità pubblica/sociale che privati cittadini riuniti sotto forma di condominio. In ogni caso, l’intervento di addizione offre un ritorno economico al termine dell’intervento perché i nuovi alloggi, una volta venduti, consentono di finanziare l’intera opera.
Gli esempi riportati potrebbero essere denominati di “microarchitettura[8]” perché sono interventi minimi rispetto alla consistenza del contesto ma sono in grado di superare le discrasie originarie, di modificare i luoghi sia funzionalmente che figurativamente i quali, acquistando un nuovo metabolismo, si sottraggono alla obsolescenza. Essi lasciano leggibili le stratificazioni e quasi intatta la connotazione originaria che teoricamente in ogni momento può essere riconquistata. Essi sono differenti dalle superfetazioni che si configurano come inserimenti superflui ma sostanzialmente simili ai contesti esistenti. In definitiva, tutte queste esperienze tendono a sottolineare che l’architettura parassitaria si pone in termini di riciclaggio, sovrascrittura e riuso di spazi e di strutture attraverso nuovi inserimenti (il parassita), attribuendo alla città la possibilità di intervenire su ciò che esiste in alternativa al consumo di nuovo suolo.
L’architettura parassitaria si configura come qualcosa figurativamente autonomo e identificabile per morfologia, materiali e carattere architettonico ma non agisce attraverso radicali trasformazioni; essa predilige «aggredire il caos con nuove entità indipendenti e autonome, che si innestano sulla realtà in atto, e che restituiscono a questa nuove possibilità d’uso e di fruizione, di comprensione e di lettura […] E’ un’indicazione, del tutto sperimentale, che parte dal principio che l’esistente, per quanto non soddisfi le nostre esigenze, non è sempre così facilmente modificabile e che quindi la soluzione di situazioni complesse può nascere dal controllo e dalla gestione del disordine piuttosto che dal tentativo improbabile di eliminazione dello stesso. Attraverso il “parassitismo” il piccolo vince la sua sfida di poter intervenire a modificare la realtà costruita. Più delle capsule utopiche dei primi anni ’60 che proponevano, a partire da una cellula base autosufficiente, aggregazioni senza limiti di organismi pluri-molecolari capaci di invadere l’intero ambiente da abitare, l’architettura parassitaria si pone il fine di “vaccinare” l’esistente in modo da farlo reagire alla situazione di degrado irrisolvibile in cui si è collocata allontanandosi sempre più dal desiderio elementare dell’uomo di costruire semplicemente luoghi in cui vivere bene assolvendo i propri bisogni fisici e psicologici. Il “piccolo” può agire sulla grande scala senza stravolgere ma sapendo infondere principi sani, ridotti all’essenziale – e pertanto più forti – con i quali riuscire ad attutire le dissonanze e a proporre un sistema armonico e coerente di vita e aspettative da soddisfare»[9] (Giardiello 2010).
Il parassita riacquista quindi un valore positivo perché diventa elemento dell’ecosistema nel momento in cui si introduce e sollecita cambiamenti, portando vantaggi per il contesto e risolvendo problemi altrimenti irrisolvibili (per esempio l’ampliamento di unità funzionali[10]) ma soprattutto non lascia scarti. L’operazione è particolarmente consona alla necessità di ridurre la costruzione di nuovi manufatti a favore della trasformazione di quelli esistenti con effetti di densificazione.
[1] Il termine “parassita” trae origine dalla cultura greca: il paràsitos (commensale, o meglio para “presso, accanto” e sitos “cibo”) era il titolo, ai tempi con accezione positiva, che veniva dato ai ministri, soliti oziare accanto ai magistrati, la cui funzione era quella di raccogliere la porzione di grano per gli Dei, che veniva riposta nel parasikon, il granaio pubblico.
[2] Paolo Giardiello http://ark1961na.blogspot.it/2010/01/abitare-al-minimo.html.
[3] Cfr Sara Marini, Architettura parassita – Strategie di riciclaggio per la città, Ascoli Piceno 2009.
[4] Ibidem.
[5] http://www.domusweb.it/it/architettura/2010/05/10/architettura-parassita.html; si consulti anche Sara Marini, Architettura parassita Strategie di riciclaggio per la città, Ascoli Piceno 2009; Alberto Minero, Architettura parassita. Passato Presente Futuro. Rel. Robiglio, Matteo. Politecnico di Torino, 1. Facoltà di architettura, Corso di laurea specialistica in architettura (costruzione), 2012.
[6] Cfr Sara Marini, Architettura parassita – Strategie di riciclaggio per la città, Ascoli Piceno 2009.
[7] Cfr Laura Daglio, Nuovo suolo: riuso e recupero delle superfici in quota degli edifici per spazi pubblici o nuove costruzioni in Costruire nel costruito n.7, 2012.
[8] «Si tratta di un approccio metodologico che parte dal concetto di interventi minimi, ridotti, controllabili e sostenibili economicamente, capaci di aggredire l’esistente, di sovrapporsi ad esso e di suggerire nuove potenzialità prima non previste dalla realtà costruita» (Giardiello 2010).
[9] Paolo Giardiello http://ark1961na.blogspot.it/2010/01/abitare-al-minimo.html.
[10] Si annota in proposito che il Piano casa del 2009 in un certo qual modo avrebbe potuto aprire la via a sperimentazioni in questa direzione se non avesse privilegiato l’aspetto meramente edificatorio.

