Senso, significato, limiti e possibilità dell’intervenire sul costruito esistente

Autrice: Maria Carmela Frate

Perché riqualificare: riutilizzo e riqualificazione dell’esistente come primaria strategia eco-sistemica

Intervenire sul costruito esistente è una necessità dettata da diverse urgenze che generalmente partono da ragioni semplici e individuali, così descritte da Alberto Alessi: «Si costruisce sul costruito semplicemente perché risulta economicamente vantaggioso sfruttare il lavoro già fatto da altri; oppure perché è impossibile ottenere permessi o indici edilizi sufficienti per realizzare nuove costruzioni in zone appetibili come sono spesso quel­le dove sorgono gli edifici ‘storici’. Altre volte si decide di adeguare l’esistente per ragio­ni personali, per salvare la casa di famiglia come un pezzo della propria storia che non si vuole perdere; oppure per ragioni collettive, quando intervenire sull’esistente risulta l’unico modo di ravvivare e di dare permanenza alla memoria culturale cristallizzata negli edifici, senza renderli sterili oggetti da museo»[1]. Le urgenze diventano più complesse se si includono le necessità energetico-ambientali, eco-sistemiche e del benessere psico-fisico. In sostanza, intervenire sull’edificato esistente può diventare un’occasione unica per migliorare le prestazioni del manufatto e del contesto, in particolar modo se si innalzano gli standard qualitativi, fino a equipararli a quelli delle nuove costruzioni, se si migliorano le prestazioni energetiche, se si potenzia la funzionalità globale dell’edificio e se si assumono come dati della riprogettazione i nuovi modelli del vivere contemporaneo e i nuovi profili dell’utenza.

Di conseguenza, riqualificare significa ridare/restituire una dimensione qualitativa a qualcosa di costruito che già esiste e che, per molteplici ragioni, ha perso gli attributi qualitativi originari. Per estensione e in considerazione di mutate esigenze, indica anche l’introduzione di nuove qualità non contemplate all’origine, tra cui quelle eco-sistemiche. È evidente che le operazioni di riqualificazione edilizia debbano essere condotte sul quel costruito esistente di cui si è dimostrata l’opportunità e l’appropriatezza dell’azione di riutilizzo.

Il termine riqualificare, inevitabilmente, include il concetto di “qualità” su cui, in architettura, è fondamentale trovare un pensiero condiviso perché esso spazia da attributi qualitativi tecnici (misurabili) ad attributi qualitativi estetici (non misurabili e variabili per epoca e cultura). In questo testo si farà maggiore riferimento alla necessità di qualità eco-sistemica, considerandola una potenziale matrice di quella estetico-formale, specie se riferita al costruito esistente degradato, dando per scontati gli attributi qualitativi tecnici.

Ecosostenibilità come “new deal” nel progetto dell’esistente

Il rapporto con l’ambiente è diventato un tema etico che richiede la perdita di ogni connotazione ideologica per acquisire il carattere di necessità e di urgenza.  L’architettura è per eccellenza l’operazione di trasformazione dei luoghi. Il pensiero di Christian Norberg-Schulz vede il compito dell’architetto come l’azione utile a creare luoghi significativi per aiutare l’uomo ad abitare, attraverso la comprensione e il rispetto del luogo. L’architettura non può perciò limitarsi alla semplice percezione della natura come alterità estetica, ma deve partire dalla constatazione di dover agire per necessità all’interno di un contesto/risorsa che, se non diventa oggetto di cura, se non diventa trattazione disciplinare interconnessa alla progettazione stessa, è destinato a esaurirsi. Le azioni dell’architetto devono perciò includere nella genesi del progetto il contesto in cui la costruzione va a inserirsi, inteso non solo come “spirito del luogo” ma in tutte le varie relazioni che il manufatto instaura nel presente e quelle che instaurerà nel futuro all’interno del suo circostante.

Tutto ciò coniuga il trilemma della sostenibilità (aspetti ecologici, economici e sociali), attraverso la multidisciplinarietà progettuale che sposta il paradigma verso un nuovo modello capace di contribuire alla corretta gestione delle risorse e all’equilibrio con l’ecosistema. In questo senso l’ecosostenibilità diventa vera e propria “matrice”, nel senso letterale del termine che deriva da māter mātris ossia generatrice, ma anche nel suo significato matematico che indica un “insieme ordinato di elementi” dalla cui interrelazione emergono i risultati. In questa direzione, l’architettura perde quella connotazione eminentemente estetica che inneggia all’originalità del manufatto[2], a favore di un processo che tiene in debita considerazione l’equilibrio con e dell’ambiente in cui si colloca. Tuttavia l’ecosostenibilità non va intesa semplicemente come un insieme di tecniche che si possono adoperare nel progetto di architettura per ridurre i consumi di energia ma essa diventa approccio strategico di tipo culturale che propone di ripensare le pratiche dell’architettura all’interno del contesto natura (Grossarchitektur e Kleinarchitetur), finalizzando le azioni a ricostruire un sistema di relazioni tra i vari soggetti dell’ecosistema.

In molte città europee questa strategia è iniziata già da qualche decennio attraverso operazioni di densificazione (vs lo sprawl), finalizzate ad aumentare la volumetria, contestualmente alla riqualificazione dell’esistente, in particolare sul piano energetico. La città compatta, infatti, tende a contrastare gli effetti dovuti proprio ai fenomeni diffusivi, come l’eccessivo consumo di suolo, i fenomeni di congestione urbana, l’aumento dei costi di infrastrutturazione. «Esperimenti di ricucitura, completamenti, innesti e “infill”, tecniche di densificazione e strategie “anti-sprawl” sono ampiamente documentate nelle recenti esperienze di Bjilmermeer ad Amsterdam, nel Technopark di Zurigo, nel Karl Marx Alee a Berlino (Reale, 2008). Tali esperienze non si limitano alla definizione di semplici misure preordinate all’aumento della densità urbana tout court, ma intendono dare forma a una crescita basata su trasformazioni volte a innalzare il livello di qualità del costruito attraverso l’integrazione di nuove prestazioni (energetiche, strutturali, impiantistiche, ecc.), oltre che con l’introduzione di mix funzionali adeguati e la previsione di idonei livelli di dotazioni ecologiche ed ambientali»[3] (Ferrante, Cattani, Bartolini, Semprini 2012).

Senso, significato e possibilità dell’intervenire sul costruito esistente: visione sistemica e concept eco-sostenibile alla base del progetto sull’esistente

Esistente come bene comune – Una parte del costruito è rappresentato dal rilevante patrimonio edilizio (pubblico e privato), prevalentemente trascurato, sottoutilizzato e degradato. Le città e tutto questo vasto e diversificato patrimonio immobiliare assumono la dimensione di bene comune (Rodotà[4] 2015, Di Biagi[5] 2009) meritevole di azioni volte alla riqualificazione. Lasciare questi luoghi e queste costruzioni a un rinnovato uso da parte dei fruitori e della collettività, ottenuto attraverso percorsi di trasformazione, adeguamento, miglioramento e riqualificazione che tengano conto degli equilibri ambientali, costituisce l’inizio di una fase di rigenerazione e di riconversione ecologica delle città[6]. Sono parte fondante del bene comune le città (Rodotà 2015, papa Francesco[7] 2015) e prioritariamente tutto il vasto e diversificato patrimonio immobiliare pubblico, demaniale, pubblico/privato. Sebbene la dimensione qualitativa ci riporti una immagine di degrado, a volte di dismissione e disuso, o di uso improprio e di sottodimensionamento e inadeguatezza rispetto all’utilizzo che se ne fa, tale patrimonio rappresenta una ricchezza per la collettività perciò è una risorsa da cui ripartire per rinnovare gli ambiti urbani  (Ilaria Valente[8] 2014).

Esistente VS ex novo – A livello europeo, la ricerca e l’applicazione di metodologie e tecnologie ecosostenibili che accompagnano la progettazione relativa alle nuove costruzioni sono molto sviluppate e offrono la possibilità di fare scelte appropriate fin dalla fase iniziale della progettazione divenendo parte integrante del concept.  Queste strategie innovative sono orientate verso azioni integrate, capaci di progettare soluzioni che, alla riduzione della incidenza ambientale, al miglioramento della qualità degli spazi urbani e al miglioramento degli standard di benessere, associano la produzione di nuove architetture portatrici di caratteri linguistici della contemporaneità fortemente connotati. Ciò non vale per lo stock edilizio esistente perchè sussistono incertezze, problematicità e criticità legate alla rigidezza dell’esistente, sia dal punto di vista fisico e morfologico che amministrativo e gestionale. I dati sul settore edilizio riportano che l’attuale mercato vede in un anno la realizzazione dell’1% di nuove costruzioni e ciò indica che la restante quota del 99% riguarda edifici esistenti. Di contro, gli interventi di sostituzione, in Europa, si aggirano solo intorno al 1-2%. Nella peggiore delle ipotesi, nel 2050 sopravviverà ancora il 70% degli edifici esistenti[9], buona parte dei quali, per un fisiologico effetto di decadimento materiale particolarmente rilevante negli edifici realizzati nel secondo dopoguerra, versano già ora in condizioni di deterioramento all’interno di aree urbane anch’esse deteriorate sia sul piano sociale che ambientale (ANCE 2014 e Cresme 2014). Le azioni sulle costruzioni, dunque, in un’ottica sostenibile, sono la risposta più efficace per mettere in campo strategie ecosostenibili tese a limitare il degrado degli ambienti naturali, evitando di privilegiare essenzialmente l’aspetto energetico, legato alla sola necessità di soddisfare le norme di riferimento. Con ciò si vuole intendere che è fondamentale trovare chiavi di lettura interpretative di casi pilota che possano offrire indicatori di nuova qualità e rappresentare innovativi criteri di progettazione per costruire sul/nel costruito in maniera essere riferimento per una rinnovata modalità progettuale.

Rigenerazione urbana e riqualificazione architettonica – Per superare le criticità delle città contemporanee e incidere contemporaneamente sugli equilibri dell’ecosistema, l’attenzione delle politiche nazionali ed europee pone al centro del dibattito e delle prospettive di governance la transizione da cicli di espansione urbana a cicli di rigenerazione delle città in cui vi sia incremento della qualità ambientale, intesa sia in relazione all’ecosistema che in relazione alle specificità dell’ambiente urbano (Zucchi[10]  2011). La rigenerazione urbana, utilizzando azioni rivolte alle architetture, ai comparti e ai territori, opera in considerazione delle risorse disponibili e del loro uso razionale ed efficiente; in questo senso ha effetti ecosostenibili[11] perché è finalizzata a portare un miglioramento ambientale nelle aree urbane, assumendo così un significato inclusivo che contempla approcci multiscalari, multiculturali e multidisciplinari. All’interno di questa logica, la rigenerazione passa attraverso vari percorsi che vanno dalla trasformazione fisica di alcune parti di città alla trasformazione tecnologica e di governance. Sono suoi strumenti il riciclo sostenibile degli edifici, la riqualificazione di ambiti urbani e periurbani, la densificazione e la ridefinizione del sistema insediativo di parti di città. In questo senso, la rigenerazione si declina sempre più non come sommatoria di interventi tecnici ma come processo di riconnessione tecnologica tra risorse, spazi e abitanti, in sostanza come coinvolgimento inclusivo di risorse umane e sociali finalizzate a rigenerare le risorse fisiche della città (Vicari Haddock e Moulaert[12] 2009).

Riqualificazione tra retrofit ecosostenibile e nuove potenzialità morfologiche: individuazione di misure fisiche e di processo

La “qualità”, dunque, intesa come capacità di soddisfare esigenze, immateriali e materiali, sociali ed economiche che riguardano la vita civile e produttiva, è una caratteristica che nell’ambiente (inteso come ecosistema) è andata gradualmente riducendosi. Per conservare la qualità residua e per recuperare e rimettere in circolo quella perduta occorrono strategie ecosostenibili nei processi e nei prodotti, in grado non solo di non alterare l’ambiente ma in grado contemporaneamente di migliorarlo restituendo le qualità dissipate. Anche le città, intese come sotto-sistema all’interno dell’ecosistema ambiente, presentano alterazioni e criticità rese evidenti dal deterioramento dei luoghi e delle costruzioni, dal degrado e dalle dismissioni di interi comparti, da addensamenti e rarefazioni puntuali.

Intervenire sulle parti edificate della città esistente richiede convergenza tra obiettivi e strumenti, tra visioni e regole del gioco, perciò la promozione di azioni verso il patrimonio edilizio esistente pone le basi per percorsi tesi alla sostenibilità dell’abitare all’interno del riconoscimento del valore dell’esistente (permanenza), sia in termini materiali che immateriali (valori fisici e valori relazionali).  Si prospettano così nuovi scenari e nuove possibilità attraverso strategie di intervento, opportunità di estese ricuciture urbane, contribuendo a riattivare processi di rinnovamento di ampie porzioni di città. Tutto ciò è possibile attivando strategie di riuso e rifunzionalizzazione, di sostituzione edilizia o di sovrascrittura, di recupero e riqualificazione che contribuiscano alla rigenerazione delle città e alla valorizzazione degli insediamenti, ripensandone gli usi, le funzioni, i significati e i valori, sia degli edifici che dei quartieri. Considerati la varietà e i livelli di degrado, di obsolescenza e di inadeguatezza prestazionale del patrimonio esistente, riqualificare[13] ha molteplici finalità volte a eliminare la naturale obsolescenza dell’edificio, a ridurre la vulnerabilità sismica del costruito, a migliorare le prestazioni acustiche, a migliorare le prestazioni termiche-energetiche, a garantire accessibilità, migliore fruibilità, sicurezza; a ciò si aggiungono obiettivi non espressamente edilizi ma fondamentali in un’ottica olistica del problema, ossia migliorare le relazioni sociali e fare città ed edifici più belli.

In questa elencazione di obiettivi, si delineano già metodologie e strumenti a supporto delle strategie progettuali mirate a sviluppare un alto livello di funzionalità dell’habitat urbano, un miglioramento della qualità architettonica degli edifici e degli spazi comuni, un’efficienza (o sufficienza) energetica e un’efficacia ecologica dell’assetto insediativo atta a compensare i carichi di emissione di CO2 della città, secondo le dimensioni di seguito declinate:

dimensione ambientale ed energetica (retrofit energetico/tecnologico)

dimensione estetica, morfologica, funzionale e spaziale (riqualificazione estetico/formale)

dimensione sociale e di processo

dimensione economica e gestionale

Retrofit energetico/tecnologico –  le strategie di retrofit si configurano come azioni attuali su edifici realizzati in precedenza (retro-azioni) e conseguentemente utilizzano tecnologie attuali più evolute su contesti tecnologicamente meno evoluti, evidenziando con ciò la presenza di un gap tecnologico ed estetico-formale tra le due cronologie che diventa fattore utile alla costruzione di nuove morfologie innestate su vecchi contesti.  Trattandosi di interventi traslati nel tempo rispetto alla cronologia originaria, la nuova qualità si basa anche sull’adeguamento alle norme tecniche contemporanee e sul recepimento delle varie istanze che riguardano l’ecosostenibilità e la ricerca estetico-formale e morfologica dell’architettura[14]. L’approccio essenzialmente tecnico, di tipo ingegneristico/impiantistico, infatti, è superabile attraverso una metodologia progettuale integrata che include e raccorda le strategie di miglioramento energetico e tecnologico con quelle volte al miglioramento del comfort residenziale e della qualità percettiva degli spazi abitativi.

Riqualificazione estetico-formale – Fattore fondamentale, strettamente connesso con l’aspetto linguistico e morfologico dell’architettura, è la necessità di agire anche sugli aspetti percettivi intesi come esito del processo. Se nell’azione di riqualificazione è insito l’obiettivo fondante che all’oggetto su cui si interviene venga riattribuita una qualità perduta o mai avuta e venga aggiunta una qualità supplementare coerente con la contemporaneità, anche l’aspetto estetico-formale originario non può prescindere da questo processo migliorativo. L’operazione da un lato è più complessa di un progetto ex novo perché contempla azioni su configurazioni morfologiche già esistenti, spesso rigide e poco disponibili alle trasformazioni; dall’altro lato ben si presta a interventi che vanno oltre la manutenzione e la conservazione perché gli edifici residenziali pubblici originari, ormai degradati e obsoleti, raramente posseggono requisiti estetico-formali tali da richiederne la salvaguardia.

Il progetto dell’esistente è progetto di architettura

Operare sull’esistente è un’azione ricorrente e «[…] significa rispettare l’identità dei luoghi e operare sulla città per successive stratificazioni, come sempre è avvenuto nella storia delle città europee, utilizzando le strutture preesistenti come fondamento per le nuove»[15] (Calzolaretti 2014).  In sostanza, secondo una visione consolidata, è un campo che include da un lato azioni di conservazione e restauro dei beni di interesse storico artistico. Tuttavia oggi questa visione è limitante se estesa a tutta la città perché, sulla scorta anche del pensiero ecologico e dei limiti manifestati dal patrimonio edilizio recente, le azioni sull’esistente contemplano anche e soprattutto azioni di recupero e riqualificazione che riguardano una grande quantità di edifici costruiti negli ultimi cinquant’anni nelle periferie urbane. 

In ogni caso, entrambe le tipologie di intervento necessitano di una impostazione teorica che preveda una profonda conoscenza del manufatto oggetto di intervento, ma, diversamente dalla conservazione e dal restauro, l’operazione di recupero e riqualificazione si caratterizza soprattutto per la tendenza, in fase progettuale, verso la trasformazione della compagine architettonica in maniera che si possano attribuire nuovi valori all’esistente. Trattandosi infatti di edifici recenti che non hanno ancora stratificato il loro valore storico, che spesso sono ripetitivi nella loro configurazione geometrica e che l’aspetto estetico-formale, anche in virtù della serialità, risulta oggettivamente di scarsa-media qualità, essi offrono una maggiore libertà interpretativa dell’esistente e ampie possibilità di intervento. In questo senso recuperare e riqualificare diventa un tema di rilevante interesse e attualità perchè va aldilà dei tradizionali concetti di “recupero edilizio” di impronta conservativa, offrendo ai progettisti la possibilità, attraverso un coerente processo progettuale SWAT che sappia declinare fattori interni e fattori esterni, di introdurre variazioni importanti al manufatto edilizio non solo sul piano funzionale, spaziale e tecnologico ma anche sul piano estetico-formale e configurazionale. 

Il progetto di riqualificazione che “trasforma l’esistente” spesso è considerato erroneamente riduttivo rispetto al progetto ex novo dagli stessi architetti e dal sentire comune. Visto nella nobile dimensione “metamorfica” sostenuta da Paolo Portoghesi, diventa un’occasione “creativa”, soprattutto se l’operazione è condotta secondo un rinnovato processo (innovazione immateriale) capace di contenere il rispetto per l’ambiente, la conoscenza dei contesti e le potenzialità della tecnologia. Acquisendo i parametri della disponibilità alla trasformazione che l’esistente possiede, il progetto deve coniugare i nuovi modelli di vita contemporanea con l’aumento della funzionalità globale dell’edificio, con il miglioramento dell’efficienza tecnologica ed energetica e con un riequilibrio dei rapporti sociali.

Dunque, è inevitabile che i contesti originari si trasformino; ciò che è importante è governare tali processi attraverso lo strumento della progettazione in maniera che, agendo sull’esistente, il progetto porti a una metamorfosi del contesto. In questo percorso, l’architetto, uscendo dalla sua comfort zone, esercita la sua capacità interpretativa e propositiva, attraverso il suo compito progettuale e la sua volontà d’arte che propongono un’estetica della riqualificazione ecosostenibile che non sia solo tecnica o solo artistica ma che sia soprattutto sociale.

Trasformare per riqualificare e riconfigurare – L’architettura potenziale, la disponibilità alla trasformazione e la metamorfosi 

Tra costruito e tempo si instaura un rapporto che non persegue la perennità ma l’incertezza, intesa come potenziale di trasformazione nell’accezione strettamente legata al concetto di qualità architettonica. «[…] la trasformazione non va vista come qualcosa di negativo, di maligno da cui difendersi e a cui opporre resistenza a priori, ma come una forza che, se ben pilotata e indirizzata, può dare i suoi frutti e dimostrarsi benigna» [16] (Brandolini 2004). La possibilità di trasformazione di un manufatto edilizio è correlata alle sue caratteristiche di trasformabilità e comporta un «progressivo superamento delle tipologie morfologiche tradizionali verso una complessiva complessificazione degli organismi, che spinge per una tendenza a smaterializzare le forme, o a rispondere alla performance con evoluzioni distributive, di superficie, di rapporti pieni/vuoti»[17] (Dierna 2010) che nel loro insieme producono quel sano “disordine urbano”, auspicato da Lucien Kroll. 

 La disposizione alla trasformazione del costruito esistente è una potenzialità dell’architettura[18], una disponibilità a mutare l’identità attraverso l’azione progettuale e ad accogliere un’altra architettura, potenziale anche questa; è una caratteristica di natura tanto tecnica quanto culturale che ha trovato attuazione anche nel passato, consentendo di tramandare alla contemporaneità manufatti di differente valore ma in grado di accogliere al proprio interno i mutamenti necessari a garantirne una piena conservazione e una nuova vita, caratterizzandosi spesso per le radicali modificazioni della consistenza morfologica e costruttiva e della destinazione funzionale; essa definisce la trasformazione possibile. Tale disposizione è particolarmente riscontrabile nell’ingente patrimonio edilizio costruito a partire dal secondo dopoguerra.  Fattori di disponibilità alla trasformazione sono la ridotta durabilità di queste costruzioni, conseguenza dei requisiti di economicità e di velocità di realizzazione, le condizioni di scarsezza prestazionale degli elementi tecnici e dell’organismo edilizio nel suo complesso, nonché la qualità figurativa dei manufatti. Viceversa, l’opposizione alla trasformazione individua il limite delle azioni possibili: la prefabbricazione e la standardizzazione, molto utilizzate nell’edilizia residenziale pubblica e nell’edilizia industriale, rappresentano un fattore di rigidità. In sostanza, è proprio nella debolezza d’origine e nella scadente qualità del parco edilizio oggetto di studio che deriva la maggiore disposizione alla trasformazione che è certamente più ampia nei casi in cui lo schema strutturale è “a scheletro”.

L’accentuata vocazione alla trasformazione consente una maggiore libertà al progetto dell’esistente e la possibilità di conferire nuovi significati e valori, in sostituzione o in aggiunta, a quelli già rilevabili. È così possibile individuare/distinguere una gamma di linguaggi della trasformazione, che in funzione della qualità architettonica complessiva dell’esistente, della disponibilità alla trasformazione dell’edificio e delle mutate esigenze da considerare, si muovono fra gli estremi della continuità e del contrasto, della mimesi o della profonda riplasmazione (Zambelli 2004), producendo una nuova e ampliata disponibilità alla trasformazione, segnando così il continuo modificarsi dell’architettura nel tempo.

« […] Ma vorrei dire qualcosa sulla parola metamorfosi, sinonimo nobile di trasformazione che implica l’ascolto dell’aspetto dell’architettura che non appartiene a chi la progetta  e la costruisce, ma all’oggetto stesso che nasce nella nostra mente, ma che non ci appartiene totalmente, non è solo frutto della nostra mente, possiede una sua vita e una sua autonomia»[19] (Portoghesi 2012).

«L’architettura sarebbe allora qualcosa che deriva da un unico archetipo […]. Questa idea di un ente in continua possibile trasformazione richiama la teoria heideggeriana nel rapporto tra passato e avvenire. […] L’inesauribile potenza metamorfica dell’iniziale è proprio ciò che si manifesta nell’inesauribile serie di figure architettoniche create dall’uomo, che non possono liberarsi di quell’archetipo inventato – come afferma Vitruvio – non solo per difendersi dalle intemperie, ma per il gusto di stare insieme dentro qualcosa di costruito. […] Trasformare, trasformarsi, dunque, è qualcosa di implicito nell’essenza dell’architettura, è in un certo senso il suo destino, ma forse è giusto che il legame inevitabile con l’iniziale non sia abbandonato all’inconscio, ma consolidato nella consapevolezza»[20] (Portoghesi 2012).

Il progetto dell’esistente come prodotto estetico-formale di un processo: dalla “potenza metamorfica iniziale” alla “metamorfosi finale”

Considerato che la pratica progettuale produce l’oggetto architettonico, esso si realizza attraverso una determinata configurazione (formale e strutturale) dello spazio all’interno di una compagine ambientale in cui si compiono le azioni umane. Con riferimento all’aspetto “comunicazione, linguaggio e segni”, si annota che negli ultimi decenni la produzione architettonica ha espresso un potenziamento dell’aspetto segnico dell’architettura al punto da privilegiare così tanto la componente estetico-formale (linguaggio) da farla diventare prevalente criterio di generazione dell’oggetto architettonico e prioritario criterio di valutazione e di gerarchizzazione della qualità architettonica, spesso a discapito della stessa ragione di essere dell’oggetto architettonico.

Tuttavia, il solo esame dell’apparato estetico-formale di un oggetto architettonico non è utile, né sufficiente, a comprendere le ragioni di un’architettura, a spiegare quali siano le motivazioni e quali i processi utili e necessari a trasformare determinati bisogni in spazio, struttura e forma, dunque in architettura. Tale esame visivo, infatti, essendo una operazione a posteriori, è perciò cronologicamente conseguenziale e interpretativo, dunque anche potenzialmente soggettivo perché vi entrano in gioco memorie, pattern di riferimento, elaborazione di archetipi, metafore di chi effettua la lettura, ciò che Umberto Eco ha chiamato “sovrainterpretazione”.

All’interno di tali considerazioni, «la denotazione “progetto dell’esistente” esplicita un capovolgimento assai profondo e radicale dell’architettura, il progetto non è più concepito nell’univoca previsione di quanto ancora non dato (il nuovo prodotto, il nuovo edificio, la nuova città, la nuova immagine del territorio) ma in quella dei mutamenti relativi e parziali di quanto già dato: prodotti edifici, sistemi fisici e immagini che già esistono»[21] (di Battista, Pinto, Fontana 1995).

«Nel “progetto dell’esistente” ciò che già esiste è invece il soggetto, è esso che dichiara i propri limiti e le proprie potenzialità; è il sistema stesso che rivela all’osservatore le proprie specifiche opportunità di conservazione o trasformazione. L’esistente diviene, insomma, il portatore di un proprio codice che è indispensabile conoscere per concepire qualsiasi progetto di esso. È come dire che le previsioni vanno esercitate sul futuro di quanto esiste […].»[22] (Nesi  2010).

L’architetto che progetta l’esistente, con l’attitudine alla sintesi creativa che è propria della progettazione, quando esce dalla sua zona di comfort che la storia gli ha attribuito, può e deve farsi carico dell’operazione di lettura, di reinterpretazione e di sovra-scrittura e, attraverso un vocabolario rinnovato e strumenti di innovazione tecnologica, si orienta verso il rinnovo morfologico del costruito esistente. In definitiva, la progettazione per la ri-qualificazione di edifici residenziali pubblici può diventare propositiva (active design) se utilizza l’innovazione tecnologica e l’innovazione di processo[23]. Così operando, diventa laboratorio attivo di una molteplicità di saperi, apparentemente disgiunti, che, includendo quelli storicamente costituenti la grammatica e la sintassi dell’architettura, declinano nuove metodologie di approccio quali la flessibilità, la resilienza, la sostenibilità e la compatibilità ecologica. All’interno di questo nuovo sistema complesso di relazioni, il “progetto di architettura” trova la sua più coerente dimensione se si inserisce come strumento operativo che, partendo dall’indagine per un possibile cambiamento dell’esistente, utilizzando l’innovazione tecnologica e finalizzando le azioni all’attuazione del potenziale di trasformazione edilizia e urbana che i vari contesti richiedono/offrono, sia capace di metabolizzare senso e misura di tale complessità, trasformandola in spazi, luoghi, contesti e manufatti in cui i comportamenti degli uomini si possano compiere con equilibrio, inclusività, completezza ed efficacia (Radogna 2013).

L’architettura diventa quindi un processo e non un prodotto e poiché la qualità dei risultati dipende dalla qualità dei processi, l’esito progettuale è in stretta relazione con la prassi. In sintesi, il progetto d’architettura assume così un ruolo strategico perché:

Generato dalle necessità di riqualificazione morfologica e funzionale che i contesti (fisici e umani) richiedono,

Tarato su obiettivi ecologici e sostenibili che lo pongono in una più corretta relazione con la natura,

Attuando quei processi di rigenerazione utili al benessere dell’uomo e dell’ambiente,

Sostenuto dall’innovazione tecnologica che lo guida,

Produce nuove qualità estetico/formali basate sulla interrelazione di più saperi, perciò più ampie e condivise.

In molti casi di riqualificazione si riscontra la presenza contestuale di approcci diversi, interagenti in diversa misura e diversa intensità, riconducibili ad alcuni specifici capisaldi (approccio bioclimatico, approccio morfologico e approccio tecnologico) che diventano vere e proprie azioni trasformative complesse. Gli effetti “metamorfici” si possono classificare secondo quattro famiglie fondamentali trasformative:

trasformazioni planimetriche funzionali e bioclimatiche (support/infill):

Azioni di trasformazione delle unità planimetriche

Azioni di trasformazione delle coperture (roof garden)

volumetriche funzionali, morfologiche e bioclimatiche (support/infill):

Azioni di sottrazione di volumi

Azioni di addizione di volumi

trasformazioni tecnologiche:     

Azioni di integrazioni tecnologiche di superficie e involucri

Azioni di integrazione di apparecchi tecnici

trasformazioni complementari:

Azioni sugli spazi apertiEliminazione di barriere

Azioni sulla vegetazione.

Il paradigma degli interventi sul costruito esistente si compone di una pluralità di elementi: è possibile agire in differenti modi, fino a inserire nuove funzioni, nuovi volumi e nuove morfologie per ottenere nuovi spazi, ottenendo metamorfosi della struttura profonda (deep structure) e/o metamorfosi della struttura di superficie (surface structure) dell’esistente; tutto ciò senza consumare aree libere e luoghi destinabili ad attività collettive, contribuendo a raggiugere obiettivi di ecosostenibilità.

Architetture ed espressività nel progetto dell’esistente. 

Ciò premesso, con riferimento agli aspetti figurativi dell’architettura, il rinnovamento perseguito attraverso la ricerca focalizzata solo sul linguaggio estetico-formale ha commesso e commetterebbe tuttora un errore di fondo. Lo rivela il post-moderno che ha tentato di riproporre forme del passato, oppure lo rivelano i più contemporanei movimenti quali l’high-tech e il decostruttivismo quando si avvalgono esclusivamente di valori visivi per esprimere se stessi piuttosto che creare legami profondi con i contesti e con le condizioni ivi presenti. Una certa architettura, infatti, sta diventando sempre più una disciplina autoreferenziale che parla solo a se stessa e su se stessa, indifferente ai reali bisogni e alle reali necessità complessive del contesto e dell’uomo. Questo approccio privilegia ed esalta il valore iconico che, se fino alla metà del secolo scorso era limitato ad alcuni episodi legati alla rappresentatività istituzionale, ora è diventato così importante da essere preso in considerazione anche per gli interventi più minuti. Non può dirsi lo stesso del concluso ciclo dell’architettura razionalista, pur con i suoi limiti e le sue responsabilità, e delle sue forme di espressione che, va ricordato, non rappresentavano affatto una novità esclusivamente formale quanto piuttosto una trasformazione profonda della pratica teorica progettuale nella cui matrice progettuale certamente l’incidenza ambientale ha avuto un peso contenuto perché non ancora noti i “limiti dello sviluppo”.

La nuova sfida dell’architettura è quindi ripensare alla sua stessa essenza per ritrovare una consapevole compatibilità con l’ambiente. Già Vitruvio poneva enfasi sulla relazione tra architettura e contesto (geografico/climatico): «Lo stile degli edifici deve essere differente in maniera manifesta in Egitto e in Spagna, nel Ponto e a Roma, e nei paesi e regioni con caratteristiche differenti Una parte della terra è bruciata dal calore del sole, un’altra è gelata; per ultima esiste una zona affetta da una radiazione solare, però a distanza moderata», dove la parola stile sta a indicare segni e sistemi di segni riconoscibili. Questo mostra come l’uomo abbia avuto sempre la capacità di assimilare le condizioni del luogo e di costruire entrando in dialogazione con queste condizioni, rispondendo con modelli insediativi differenti, capaci di intercettare i differenti caratteri locali.

Tuttavia, il concetto di ambiente ha acquisito connotazioni tali da far credere che esista un’architettura corretta, quella conforme dal punto di vista ambientale, e una scorretta, cioè non conforme dal punto di vista ambientale, tanto è che accanto al termine stesso ‘architettura’ vengono poste con sempre maggiore enfasi, aggettivazioni quali ecologica, sostenibile, bioclimatica, quasi ad affermare una qualificazione accessoria e di complemento al suo senso stesso. Occorre, invece, ricondurre il discorso al senso dell’architettura come atto di trasformazione dell’ambiente che abbia insite l’etica, la razionalità, la sensibilità e la capacità tecnica, tali da produrre un progetto che risulti il più possibile confortevole, appropriato, funzionale e congruo nel rapporto con l’ambiente e che possegga “sempre” e non “anche” requisiti estetici: in una parola sola un “progetto di architettura”. Facendosi interprete e portatore di istanze ambientali condivise e di volontà comuni, il progetto di architettura diventa uno strumento fondamentale per controllare le scelte di trasformazione di un territorio e per riformulare la morfologia urbana alterata. In sintesi, i tre assi portanti dell’architettura e della cultura del progetto restano sempre

l’etica intesa come senso di responsabilità,

l’estetica intesa come amore per la bellezza,

l’euristica intesa come coraggio delle idee.

Raffrontando gli atteggiamenti dei principali architetti che hanno operato in termini di sostenibilità, si riscontrano differenti scuole di pensiero e di azione che hanno prodotto architetture con “morfologie e figurazioni” diversificate. L’architettura cosiddetta ecosostenibile, oltre a produrre una macchina più economica (Bill Dunster), ha avuto diverse declinazioni: potrebbe essere orientata a produrre una macchina che utilizza materiali del luogo (George Reinberg), o un involucro energetico ben calibrato (Rolf Disch), oppure ancora una suggestione con attributi di sostenibilità (Renzo Piano). In alternativa potrebbe essere un ecosistema che emula la biologia naturale (Kenneth Yeang) o, infine, un manufatto basato su un concetto ecosistemico in cui i comportamenti degli uomini possono essere indotti a modificarsi (Richard Rogers).

Indirizzi per la formulazione di un’estetica della sostenibilità

Partendo da questi presupposti e indagando i più recenti orientamenti e le più recenti attività, si può esaminare se e come si sia delineato un nuovo linguaggio architettonico conseguente alla ecosostenibilità che non sia solo frutto di recupero vernacolare e tradizionale di tecniche antiche assurgibili a segni e sistemi di segni e neppure sia una riacquisizione di noti canoni estetici declinati nei progetti con forme di adattamento agli obiettivi di ecosostenibilità; peggio ancora, una esasperata esibizione di sistemi tecnologici volti al risparmio energetico o alla produzione di energia; ma che abbia i criteri di un nuovo modo di fare architettura capace di esprimere i valori del proprio tempo.

Ragionare dunque su una possibile estetica della sostenibilità, così come ideologicamente intesa da chi attinge ai variegati criteri specifici delle nuove architetture è già difficile e complesso; lo diventa ancora di più e in misura esponenziale quando si tratta di interventi di riqualificazione che operano sull’esistente. Questo accade perché non si parte dalla possibilità di creare un nuovo ecosistema, come accade per le nuove costruzioni, ma dalla necessità di trasformare una macchina non funzionante quale è un edificio già esistente. Per dirla con Yeang, l’edificio esistente è già una pregressa grande ferita non rimarginata; si può aggiungere che, come tale, potrebbe essere in procinto di estendere la sua infezione al contesto se non si interviene a sanarla e a trasformare la malattia in opportunità e risorsa.

È un dato, tuttavia, che negli ultimi decenni una buona parte degli architetti, non avendo una consapevolezza specifica sui temi della eco-sostenibilità perché smarritasi tra gli obiettivi della modernità e dentro i percorsi di studio, si stia formando sul campo, in modo graduale e spesso disomogeneo, attingendo in maniera spontanea e poco sistemica all’utilizzo di soluzioni tecniche che provengono dai più disparati settori (edilizia e materiali tradizionale, strumentazioni tecnologiche, sperimentalismi sul mercato) tentando di proporre nuove modalità di sviluppo della progettazione. In conseguenza di questo, convivono da un lato modelli architettonici tipologicamente e morfologicamente tradizionali, dall’altro soluzioni tecnologiche e impiantistiche spinte, finalizzate al soddisfacimento di uno o più requisiti di carattere energetico e/o ambientale. Per esempio, molti nuovi edifici si risolvono totalmente nella pelle che li veste, mentre i rapporti dimensionali, le relazioni spaziali, la dialettica tettonica spesso non sono più tema di indagine e di proposta, cosicché il confronto e la lettura avviene tutto a livello di superficie. In altri casi, la necessità di comunicare in maniera molto esplicita la scelta sostenibile di impronta non vernacolare ha portato a esporre gli elementi tecnici più innovativi in modo eccessivo, esasperandone le forme, i colori e la visibilità; questo da un lato ha creato una sorta di “folklore sostenibile”, dall’altro ha permesso di creare un immaginario di nuovi riferimenti comuni che hanno radicato alcuni elementi fondamentali del vocabolario tecnico e formale della sostenibilità; nel novero ci sono i già menzionati involucri tecnologici e gli apparati e strumenti tecnico/impiantistici esibiti come simboli che, seppure celano un profondo lavoro tecnico, non sempre corrispondono a una estroflessione della spazialità interna e della cultura architettonica che la sottende.

L’osservazione dei contesti e degli interventi più recenti permette di evidenziare che questa nuova cultura del progetto “socialmente ed energeticamente consapevole” comincia a produrre elementi e caratteri, in alcuni casi segni, che tendono verso un codice costruttivo autonomo e man mano che l’esperienza, l’uso e la gestione consapevole di soluzioni tecnologicamente innovative si perfezionano sembra che i segni prodotti riducano gradualmente la loro caratterizzazione a livello morfologico rispetto alle espressioni iniziali fortemente connotate. In questo senso, l’utilizzo di tecnologie innovative, di nuovi materiali o di nuove tecniche diventa così una opportunità e non la chiave risolutiva della questione ambientale. Per esempio l’uso della luce naturale, dei sistemi di raffrescamento o di ventilazione naturale, dei sistemi di captazione solare o dei sistemi di produzione di energia (essendo ormai assunti nei requisiti fondamentali della progettazione) tendono a perdere l’enfasi formale originaria perché sono fisiologicamente integrati come sistema edificio/impianto fin dall’origine. In sostanza, l’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale non vengono più esibiti perché l’edificio torna a essere principalmente il luogo della vita di qualità, o della buona qualità della vita e non più solo una efficiente macchina abitabile.

A fronte di una diffusione di queste tecnologie negli interventi edilizi e urbani, esiste il notevole rischio di un’indiscriminata applicazione senza criteri che possa determinare, in termini di qualità urbana, effetti impropri sul linguaggio architettonico. In sostanza, il problema degli inserimenti tecnologici innovativi non può esser risolto né sovrapponendo le tecnologie energetiche sulla costruzione ma neppure mascherandole all’interno delle strutture dell’edificio. Occorre coglierne le potenzialità formali e tecnologiche, ponendole alla base del linguaggio progettuale in una logica integrata. Nella realtà e nella pratica amministrativa, il concetto di “integrazione architettonica”  è contemplato ormai in quasi tutte le norme nazionali, regionali e nei regolamenti edilizi comunali, con relativi incentivi economici e premialità volumetriche, anche se nessuna di queste norme dà indicazioni certe su ciò che si intende per ‘impianto qualitativamente integrato’: in questo senso il rischio che, sul piano estetico-formale, va ridimensionato è quello di generare elementi di ‘discontinuità urbana’.

Vale un caso per  tutti a testimoniare la dinamica evolutiva dell’architettura: nei territori in cui l’agenzia Klimahaus ha agito con efficacia, inizialmente si sono avuti inserimenti tecnologici su forme tradizionali e vernacolari con risultati piuttosto pesanti; con il tempo gli interventi si sono affrancati da queste rigidezze formali producendo nuovi scenari dell’architettura alpina che può così vantare forme di innovazione tecnologica e forme di differente utilizzo dei materiali della tradizione, perfettamente inserite e integrate nel contesto naturale e culturale in cui si radicano e da cui traggono ispirazione.

Non è possibile fare esempi “mediterranei”, perchè nella cultura progettuale del mondo occidentale, la progettazione ecosostenibile in climi caldi oggi appare un campo di innovazione non indagato, anche se in queste aree geografiche si è sempre avuta una impostazione bioclimatica e sostenibile come strategia di difesa dal surriscaldamento che ha prodotto le torri del vento, i qanat, i malqaf o le stanze dello scirocco. Peggio ancora, in Italia e nei contesti mediterranei si risente perfino una condizione di ‘importazione’ e trasferimento di modelli non autoctoni, propri delle aree centro- europee ed anglosassoni, dove si sono sviluppate le prime esperienze sul tema, a discapito di una cultura materiale specifica dei luoghi caldi che meriterebbe approfondimenti, rielaborazioni e attualizzazioni.

In definitiva, dalla semplice sovrapposizione degli elementi captanti su edifici tradizionali o di elementi tecnici morfologicamente tradizionali si è passati alla modellazione dell’edificio in funzione della massimizzazione della produzione di energia, sacrificandone la qualità architettonica e d’uso; il punto di arrivo di questo processo in corso è rappresentato dalla mediazione tra tre fattori:

qualità morfologica dell’oggetto architettonico;

funzionalità dell’impianto spaziale;

efficienza dell’impiantistica tecnologica.

Il loro equilibrio finora incerto e asimmetrico ora comincia a presentarsi in forma sufficientemente matura: le attuali sfide ambientali, infatti, stanno portando e porteranno sempre più gli architetti a progettare includendo gli aspetti ambientali fin dalle prime fasi del processo di generazione funzionale, configurazionale e morfologico, in maniera da esprimere la volontà di adottare schemi concettuali dinamici e flessibili in grado di interpretare e vivere nell’ambiente in cui si colloca. In proposito, si citano le “Sei raccomandazioni dagli strutturalisti[24]”, così come stigmatizzate da Udo Weilacher in una sua recentissima lecture, ritenendole di estrema attualità:

Rispettare i principi fondamentali dell’esistenza umana e la forza degli archetipi;

Evitare un orientamento puramente funzionalista, settoriale e fortemente formale nella pianificazione e nella progettazione;

Accettare l’esistente e l’isocrono. Ciò significa: considerare strutture storiche e contemporanee come altrettanto preziose;

Promuovere e rafforzare la variabilità, la vitalità e la versatilità delle reti strutturali;

Creare spazi polivalenti per consentire l’adozione libera delle strutture;

Sottolineare la comunicazione come il fattore strutturante.

All’interno di questo quadro, la libertà progettuale trova conforto nelle idee di Bruno Zevi espresse nel volume Il linguaggio moderno dell’architettura[25]; qui egli sostiene che l’architettura contemporanea debba rifuggire da regole e dogmi. E se proprio a qualche principio deve rifarsi, questo è che per il futuro non possono esserci che antiregole. Zevi ne enuncia sette che chiama invarianti: l’elenco, la asimmetria, la scomposizione quadridimensionale, le strutture in aggetto, la temporalità dello spazio, la reintegrazione edificio-città-territorio, sottolineando con quest’ultimo punto la dimensione ecosistemica del progetto di architettura.

Certamente i nuovi materiali e le nuove tecnologie offrono nuove possibilità figurative e nuove narrazioni del progetto di architettura, permettendo al progettista di assumere l’involucro edilizio non più come un semplice diaframma interno-esterno, ma come un filtro dinamico tridimensionale capace di trasformarsi, di dilatarsi o di restringersi, per supportare le esigenze di benessere, di sostenibilità e di risparmio energetico e di esprimerle attraverso nuove configurazioni. Ciò vuol dire che la grande scommessa del risparmio e dell’efficienza energetica nell’edilizia può essere vinta solo attraverso la capacità di ricorrere, in modo integrato e interattivo, non a tecnologie “di moda” ma all’insieme delle tecnologie e delle metodiche progettuali che costituiscono la sconfinata sfera del costruire sostenibile.

Intenzione e sistemi di segni nel progetto dell’esistente

La pratica architettonica può essere assunta come pratica spaziale volta alla definizione e alla produzione di spazi appropriati, adeguati alle attività umane. La pratica sostenibile, invece, chiede all’architettura di andare oltre, di travalicare la delimitazione fisica di “spazio architettonico” che inevitabilmente essa effettua, e di indagare le stesse radici dello spazio fino a estendersi allo spazio della natura. L’intenzionalità progettuale rende la sostenibilità consapevole una condizione ´necessaria’ per l’architettura del presente e del futuro, ma “non sufficiente” a chiudere il cerchio del progetto di architettura.

Il carattere di necessità consiste nella opportuna valutazione delle ripercussioni e delle incidenze che ogni trasformazione comporta sul circostante naturale in cui si inserisce e nella prospettiva che l’azione progettuale assume su di sè le strutture relazionali dell’uomo con il suo circostante. In questo senso, la pratica progettuale si propone di intervenire su paesaggi ed edifici esistenti e di progettarne di nuovi solo laddove è necessario, e fa tutto questo analizzando le relazioni tra sistemi artificiali, naturali e sociali in modo da definire le migliori strategie per gestire le future trasformazioni del territorio. Per questa ragione essa deve conoscere i limiti d’uso delle risorse fisiche, ambientali e tecnologiche disponibili e avere coscienza delle implicazioni relative al funzionamento energetico dell’edificio anche sviluppando modalità di controllo dei procedimenti costruttivi e delle tecnologie utili nell’arco della vita del manufatto architettonico, dalla sua concezione alla sua costruzione, dal suo uso alla sua manutenzione, dalla sua demolizione al suo riuso continuo. Il carattere di non sufficienza consiste nel fatto che l’architettura della sostenibilità, in un quadro di coscienza ecologica diffusa, non può solo sussumere che un intervento architettonico possa/debba contribuire a migliorare lo stato ambientale preesistente ma che essa si compia come pratica teorica propositiva che mette in atto il processo di generazione funzionale, configurazionale e morfologico all’interno dell’ambiente in cui l’opera si colloca.

In definitiva, il progetto di architettura oggi deve affrontare la complessità del processo edilizio attraverso una visione globale delle azioni, configurandosi come una disciplina che costruisce e governa le molteplici e complesse variabili che compongono la matrice progettuale attraverso una concezione sistemica che va oltre la concezione meccanicistica della crescita economica infinita. L’oggetto architettonico prodotto diventa sostenibile non solo e non tanto perché consuma poche risorse o perché utilizza tecnologie innovative per il risparmio energetico, ma perché si rapporta significativamente con le condizioni dei luoghi e diventa espressione misurata dell’interazione fra uomo e ambiente. Questa relazione contestuale rivela come il linguaggio in architettura non possa in alcun modo essere una posizione ideologica iniziale conseguente all’adesione “a prioristica” a correnti artistico-culturali ed estetico-formali e men che meno all’ecosostenibilità modaiola, ma la morfologia non può che derivare dalle relazioni che si instaurano tra i parametri e i valori che si inseriscono nella matrice di progetto che, oggi, non possono esulare dalle urgenze ambientali.

I mutamenti in corso nella configurazione architettonica, dunque, vanno registrati e valutati perché, sollecitando un ripensamento dei principi strutturali della formatività spaziale, rappresentano un vero e proprio abaco esperienziale capace di ricostruire la correttezza e la dimensione dei processi di genesi configurazionale dell’architettura.

«Ritorniamo alla nostra domanda: “l’architettura è un linguaggio?” La risposta potrebbe essere: no, se intendiamo per linguaggio un sistema strutturato, ben definito e articolato quale quello della lingua parlata; si, se intendiamo l’architettura come un sistema attraverso il quale alcuni messaggi vengono trasmessi a fruitori i quali attraverso un processo di decodifica, di tipo indiziario, li interpretano». Assunti la connotazione e la denotazione di Umberto Eco come elementi fondamentali della lettura la cui interpretazione non sempre è univoca, egli aggiunge: «[…] in arte, e quindi anche in architettura, esiste una regola che potremmo chiamare dell’accumulazione temporale, secondo la quale il valore di un segno è sempre strettamente connesso al significato dei segni che lo hanno preceduto. E nessuna opera, neanche la più radicale e originale, può prescindere da questa dimensione storica del linguaggio»[26] (Prestinenza Puglisi).

Queste riflessioni aprono nuovi scenari ad argomenti e ricerche in disuso, tra cui la potenzialità espressiva dei progetti di riqualificazione e nuovi ragionamenti sulla riformulazione di una connessa teoria linguistica dell’architettura capace di integrare la questione ambientale come aspetto generatore del processo progettuale di configurazione architettonica. All’interno di questo processo, il progetto inevitabilmente deve integrare, secondo una strategia adattiva, la questione ambientale ed ecosistemica come aspetto generatore del processo progettuale di configurazione architettonica e assumere su di sé l’identità dei luoghi sul piano geografico-morfologico, sul piano climatologico e sul piano culturale/costruttivo. Poiché questo non basta, nel processo trasformativo basato sulla potenza metamorfica iniziale e sulla disponibilità alla trasformazione, deve acquisire la possibilità non solo di azioni di sottrazione di volumi ma anche azioni additive in grado di risolvere quelle carenze altrimenti non superabili.

Il progetto di architettura ecosostenibile assume così la valenza di “nuova etica” o di “nuovo deal” aprendosi a nuovi scenari e permettendo di introdurre, all’interno del dibattito sulla consapevolezza delle trasformazioni, argomenti e ricerche oggi dimenticate o desuete, magari non percorse perchè al di fuori delle facili attrazioni delle mode architettoniche contemporanee. Questo non significa necessariamente il ricorso alla ‘mimesi’, quanto piuttosto una attenta riflessione sull’utilizzo del linguaggio e delle aggregazioni spaziali. Attraverso l’utilizzo cosciente delle nuove ‘tecnologie ambientali’ è sicuramente ipotizzabile il delinearsi di un nuovo linguaggio che non sia prodotto esclusivo di canoni estetici o di strumentazioni tecnologiche esibite, ma che sia teso a sostanziare (attraverso componenti costruttivi ed estetici) il rapporto con l’ambiente e il soddisfacimento di una migliore qualità della vita materiale e percettiva.

Edoardo Persico affermava: «L’architettura è sostanza di cose sperate. Perché è la concretizzazione in pietre e mattoni del sogno del nostro futuro. E a questa prospettiva, e solo a questa, è lecito finalizzare l’interpretazione, cioè la lettura critica, del nostro passato».


[1] Cfr Alberto Alessi, Riguadagnare lo spazio, in Materialegno 4, Lo spazio ritro­vato, Milano 2011, http://www.promolegno.com/materialegno/03/sopraelevare-sovrapporre/ .

[2] In proposito, Robert Byron e Franco La Cecla attribuiscono le ragioni fondamentali della deriva estetica alla carenza di una seria critica architettonica, capace di stigmatizzare quanto l’involucro e la sua forma stiano diventando sempre più operazioni di packaging e sempre meno articolazione di spazi e comportamenti.

[3] Annarita Ferrante, Eugenio Cattani, Nicola Bartolini, Giovanni Semprini, La riqualificazione energetica e architettonica del patrimonio edilizio recente, in Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura, numero 5  dicembre 2012.

[4] Cfr Stefano Rodotà,  http://www.filosofia.rai.it/articoli/rodot%C3%A0-i-beni-comuni/19364/default.aspx.

[5] Cfr Paola Di Biagi e le sue attività all’interno del laboratorio città pubblica. http://www.laboratoriorapu.it/Plans_Project/Download/Lezioni/Lezione%205/lessoncittapubblica.pdf.

[6] Si consulti in proposito il progetto Metro-Matrix.

[7] Enciclica Laudato si’, 2015.

[8] Ilaria Valente, Consolidare e ri-misurare i margini urbani: una ricerca progettuale per Tor Bella Monaca, in Marta Calzolaretti, Domizia Mandolesi (a cura di), Rigenerare Tor Bella Monaca, Macerata 2014, pag 88.

[9] I dati sono stati prelevati dai documenti della Sustainable Development Commission, 2005.

[10] Cfr Vincenzo Zucchi, La qualità ambientale dello spazio residenziale, Milano 2011.

[11] Si vedano in proposito: Copenhagen Climate Plan, Rotterdam Initiative Plan, Boston Resilience Plan, Accessible London, New York Rebuilding and Resilience Initiative.

[12]Cfr Serena Vicari Haddock, Frank Moulaert (a cura di) Rigenerare la città Pratiche di innovazione sociale nelle città europee, Bologna 2009.

[13] La riqualificazione è una strategia che va oltre la manutenzione ordinaria; si consulti il Glossario in Appendice.

[14] Marta Bellomo, Mario Losasso, Speciale retrofit, Visione Global, in Costruire n.312, 2009, pagg. 64-68.

[15] Marta Calzolaretti, Perché Tor Bella Monaca. Il programma di ricerca, in Marta Calzolaretti, Domizia Mandolesi (a cura di), Rigenerare Tor Bella Monaca, Macerata 2014, pag 17.

[16] Sebastiano Brandolini La trasformazione come esigenza imprescindibile in Ristrutturazione e trasformazione del costruito di Ettore Zambelli 3-32, Milano 2004, pag. 7.

[17] Cfr Salvatore Dierna, Tecniche, morfologie, progetto. Quadro di riferimento, in Massimo Lauria (a cura di) Produzione dell’architettura tra tecniche e progetto. Atti del V seminario Osdotta, Firenze 2010.

[18] Sul tema dell’architettura potenziale si consulti in proposito Enrique Walker, Architettura potenziale, risultato del lavoro svolto durante gli ultimi anni con gli studenti della Scuola di Master in Architettura della Columbia University di New York.

[19] Paolo Portoghesi in Materia n.44-45, Milano 2012 pagg. 35-39.

[20] Paolo Portoghesi in Materia n.44-45, Milano 2012, pagg. 35-39.

[21] Valerio Di Battista, Carlotta Fontana, Maria Rita Pinto (a cura di), Flessibilità e riuso, Firenze 1995, pagg. 41-50.

[22] Attilio Nesi, LSF 2009-10 – “PROGETTARE L’ESISTENTE” Questioni di recupero e riuso, https://www.unirc.it/documentazione/materiale_didattico/597_2009_223_5086.doc.

[23] Mariangela Bellomo, Tecnologie e processi di riqualificazione edilizia e urbana. I casi dei quartieri di Sant’Eusebio a Cinisello Balsamo e di Gratosoglio a Milano, in Atti del Convegno Internazionale Abitare il futuro. Dopo Copenhagen 2010, pagg. 1044-1054.

[24] Udo Weilacher insegna alla Tecnische Universitat di Monaco; ha tenuto una lecture nel 28 febbraio 2017 a Firenze all’interno della quarta sessione della Open session on Landscape 2017 dal titolo “Beetween landscape architecture and landart – Una nuova sintassi del paesaggio.

[25] Cfr Bruno Zevi, Il linguaggio Moderno dell’architettura, Torino 1973.

[26] Hertzberger – Lessons for students in architecture, http://prestinenza.it/2014/03/herman-hertzberger-lessons-for- students-in-architecture/, 2014.

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